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Gli indignados? Ignoranti sotto vuoto spinto, prodotto delle Scienze della Comunicazione

Chi sono gli indignados? A quale “tipo” sociologico corrispondono?

La pensa così Pietrangelo Buttafuoco dalle colonne de Il Foglio:

troppo comodo fare gli stronzi, come stiamo facendo, con dei ragazzi precari che non hanno potuto coltivare la consecutio temporum a causa dei tagli imposti alla scuola pubblica dalla Mariastella Gelmini. Troppo comodo, forse, fare dei paragoni storici perché, insomma, se non hanno la caratura degli Adriano Sofri e dei Tino Vittorio, se non si sono esercitati nella traduzione dall’italiano in latino dei “Pensieri” di Mao nelle aule di Ettore Paratore, se non hanno alle spalle “Gioia e Rivoluzione” degli Area ma sono soltanto pecorelle della farneticazione global, amplificata tanto da Internet quanto dagli incappucciati, indignados assai impazienti, ecco: non solo fa impressione vedere quanto siano ignoranti, ma non sono neppure antagonisti. Altrimenti la guerra alla finanza internazionale la farebbero con i libri di Massimo Fini se non proprio con i “Cantos” di Ezra Pound o con “Cavalcare la Tigre” di Julius Evola. E vederli, come si vedono, con quel puzzolentissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indignatevi”, li condanna definitivamente alla pochezza del gregge, tutto un belare in sottovuoto marketing. E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione.

Rileggiamo:

“Tutto un belare in sottovuoto marketing”. “E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione”.

Il qualunquismo spinto di certo giornalismo un po’ mi spaventa e un po’ mi inquieta. Si dequalifica la formazione universitaria immaginando tipologie di corsi di laura di serie A e di serie B. Si denigra, in qualche modo, la cultura e il valore dello studio – su questo e il “senso” di studiare oggi lascio la parola a Ilvo Diamanti che lo racconta meglio di quanto farei io qui. Certo, la tesi di Buttafuoco lamenta l’ignoranza diffusa e mette, giustamente, l’accento anche sui tagli alla scuola pubblica ma finisce poi nello scadere su un sentire – non comune e non condiviso ma – strategico nel pensare che esista una differenza di valore fra il sapere e la formazione tecnica per l’innovazione della società. Ecco, mi sembra che questo non dovremmo accettarlo.

Sulla capacità di racconto che gli indignados hanno non entro, qui, nel merito: difficile pensare che sia rappresentabile da alcuni sparuti leader presi per strada la non rappresentabilità della moltitudine…