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Scienze della Comunicazione reloaded

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A proposito di Università e lavoro, un’elaborazione su dati AlmaLaurea mostra che:

La prima sorpresa è rappresentata invece da coloro che hanno studiato scienze della comunicazione: contrariamente alla vulgata che ritiene difficili le prospettive di occupazione, i laureati sono meno di quattrocento, ma quasi tutti hanno trovato lavoro entro 36 mesi e guadagnano quanto i colleghi con una laurea in economia.

Non è una sorpresa. O meglio: lo è rispetto al senso comune, in particolare a quello della politica e del giornalismo. Maria Stella Gelmini e Bruno Vespa sono tra i principali responsabili della vulgata denigratoria sulle “Scienze delle merendine”  ma non mancano esempi anche nel centro-sinistra. E la complicità dei media che hanno rilanciato per anni senza mai parlare di dati.

Guardatevi i dati e fate uno sforzo mentale: provate a vedere quanto gli effettivi risultati occupazionali delle diverse lauree coincidono o meno con i vostri pregiudizi.

La situazione dei laureati in Italia non è in generale floridissima, non lo è in particolare per le lauree umanistiche ma Scienze della Comunicazione  è in decisa ripresa come tassi di occupazione e stipendi.

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Scienze della Comunicazione è entrata da poco nella piena maturità – Siena ha da recentemente festeggiato i 20 anni dalle prime lauree – ed è un tipo di Corso di Laurea che può rispondere alle esigenze di metamorfosi che la società oggi richiede. E potrà farlo se riusciamo a costruire un discorso sociale su questa Laurea che risponda alle sue effettive capacità e se sapremo ripensare questo ambito di studi proiettandolo maggiormente al futuro, magari con un forte coordinamento nazionale.

 

Discorso pubblico e blast effect

 

Enrico Mentana ha scritto alcuni post nella sua pagina Facebook sul tema vaccini e, come possiamo immaginare, emerge non solo una polarizzazione nei commenti ma, come lui stesso scrive:

anche una pesante zavorra di insulti e strampalate teorie controfattuali

Nelle migliaia di commenti che si incontrano ciò che mi stupisce, ancora una volta, non è tanto la diversità stilistica e argomentativa, l’aggressività di taluni o la palese incompetenza di altri, ma la retorica del dileggio che connota le risposte del tenutario del post.

Lo sappiamo, Enrico Mentana blasta laggente. L’italianizzazione del verbo “to blast” diventa di uso comune spostandosi dal mondo dei videogiochi a quello della comunicazione online. In un videogioco ti potevano attribuire una missione in cui “blastare” tutto quello che ti si parava davanti, cioè annientare ogni cosa si muovesse o ti attaccasse. L’annientamento conversazionle diventa online una forma di linguaggio che mira a delegittimare pubblicamente l’interlocutore attraverso affermazioni che attaccano più la persona che i suoi contenuti.

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L’aggressività linguistica nei confronti dell’altro, la gogna pubblica cui sottoporre chi non si condivide, il dileggio per i propri commentatori sono delle costanti ricorrenti nella gestione dei commenti da parte di Mentana. C’è un salto comunicativo che una figura pubblica di giornalista come la sua opera sul social network, abbandonando i panni istituzionali e adottando la modalità del “blastare” come stile comunicativo nei confronti dell’utente comune. Se da giornalista rispetta il proprio pubblico invisibile all’interno del palinsesto in cui opera, su Facebook la visibilità dell’interlocutore e la visibilità delle sue parole è come se creassero una insanabile frattura fra dimensione professionale e natura del discorso pubblico.

Ho l’impressione che il “blast effect” che modalità come questa producono generino un trauma pubblico che non riguarda solo e tanto la singola persona – in una forma assimilabile a quella del bullismo – ma il complesso conversazionale che si produce in un ambiente connesso. Tanto più quando sfruttano un’asimmetria di potere come quella che esiste fra figura pubblica e persona comune. Non so se il tema abbia a che fare con l’etica ma sicuramente non può essere ridotto a pura estetica da liquidare con una risata.

 

 

L’umanità nell’algoritmo di Google

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Nell’intervista che Massimo Russo fa a Ben Gomes, vice presidente di Google, troviamo spiegato bene come dietro l’affinamento dell’algoritmo ci sia un test permanente con valutatori umani, che rappresenta l’essenza del progetto Owl teso – tra le altre cose – a rendere meno visibili notizie bufala, messaggi d’odio e in generale informazioni false o offensive ma anche leggende metropolitane o teorie cospirazioniste.

Si tratta di diecimila valutatori indipendenti a livello globale che indirizzano lo sviluppo dell’algoritmo di Google per garantirne l’accuratezza e l’attendibilità delle fonti a partire da un manuale di linee guida per la qualità nella ricerca che è pubblico. La recente attenzione per il tema delle “fake news” è stata quindi trattata come tema di credibilità delle fonti informative che, per essere affrontata, ha portato ad un cambiamento del manuale. Come dire: il problema dell’algoritmo di Google dipende dalla percezione di accuratezza e rilevanza dei valutatori umani che rispondono ai test:

Negli ultimi sei mesi abbiamo riscontrato che per una certa classe di domande riguardo le notizie, l’incitamento all’odio e così via, i nostri segnali per indicare l’autorevolezza non erano sufficienti, e i nostri valutatori non stavano affrontando la questione con l’enfasi dovuta.

Non affrontare “la questione con l’enfasi dovuta” significa rimandare il problema alla percezione e alla sensibilità umana nell’informazione. Posso non segnalare una pagina su una leggenda metropolitana perché so benissimo che non esistono alligatori nelle fogne di New York e chi cercherà quel tipo di contenuto lo farà con modalità di intrattenimento e non per costituire una squadra armata che si aggiri per le fogne per eliminare la minaccia. Il rapporto tra esposizione alla news ed effetti relativi non è per me certo, non c’è un rapporto causa-effetto univoco né possiamo ricadere nelle spiegazioni semplicistiche del tipo teoria del “proiettile magico”. E così pure mi chiedo: ma è corretto rendere meno visibili le teorie cospirazioniste o dobbiamo riconoscerne una funzione nel sistema della scienza, cioè nella ricerca della verità? In fondo obbligano il sistema della conoscenza a confrontarsi con il tema del dubbio e dell’incertezza ed il loro emergere mette in luce la crescita della sfiducia nelle istituzioni scientifiche ma non nel metodo scientifico: sono infatti pur sempre alla ricerca della verità. O, piuttosto, dobbiamo pensare che le teorie del complotto siano un problema perché  funzionali all’estrema destra e al campismo? E se sono un valutatore sensibile all’alt-right come questa mia qualità scivolerà nell’algoritmo?

È evidente che i test di Google sono un continuo enorme sistema di feedback che viene preso in considerazione dal team che si occupa dell’algoritmo per raccogliere segnali emergenti. Ma raccogliere i segnali giusti per rispondere al tema pubblico delle “fake news” ha comportato produrre stimoli adeguati attraverso un mutamento del manuale di linee guida che fornisse esempi più adeguati ai tempi di cosa fosse una pagina di scarsa qualità. Come spiega Ben Gomes nella presentazione del “Our latest quality improvements for Search“:

Last month, we updated our Search Quality Rater Guidelines to provide more detailed examples of low-quality webpages for raters to appropriately flag, which can include misleading information, unexpected offensive results, hoaxes and unsupported conspiracy theories. These guidelines will begin to help our algorithms in demoting such low-quality content and help us to make additional improvements over time.

L’attenzione per l’accuratezza rispetto a ciò che deve essere valutato come falso, inopportuno o discorso d’odio è passata quindi dalla necessità di fare formazione a chi deve valutare. Come dire: non c’è immediatezza di giudizio, serve accordarsi, essere preparati a riconoscere le modalità con cui le pagine web lavorano. Serve educazione, insomma.

L’algoritmo è uno strumento di adeguatezza e non di verità. Adeguatezza delle informazioni al tempo presente, che deve tenere conte dell’umanità con cui si confronta, con il principio di realtà che a questa umanità appartiene e con i limiti che abbiamo, come esseri umani, a valutare l’adeguatezza del sapere.

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La scelta de nome del progetto di Google rimanda a quella Civetta di Minerva che, da Omero in poi, è simbolo della ricerca della conoscenza. È interessante che sia un simbolo utilizzato anche dagli Illuminati e dalla Massoneria, in quel cortocircuito che la ricerca di una diversità nella verità produce.

 

Il ministero della verità

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Nella recente relazione annuale Agcom nella figura del presidente Angelo Cardani si è schierata a favore di un intervento normativo contro le fake news:
le fake news un fenomeno “di estrema gravità è la diffusione voluminosa, istantanea e incontrollata di notizie deliberatamente falsificate o manipolate”, spiega l’Autorità. Cardani, nella Relazione al Parlamento, si schiera a favore di “un intervento normativo” e contro l’autoregolamentazione dei colossi web, che promettono “di sviluppare algoritmi per rimuovere le informazioni false e virali”, ma sono anche “i principali ‘utilizzatori’ gratuiti.
Ora, a parte il “ministero della verità” mi vengono in mente poche idee  circa quale soggetto potrebbe dedicarsi a riconoscere “fake news” ed applicare sanzioni commisurate alla gravità della fattispecie. Come ho cercato di spiegare più volte (l’ultima durante un’audizione parlamentare della Commissione per i diritti e i doveri relativi ad internet) il termine “fake news” rappresenta un campo problematico di definizione.
Di cosa parliamo quando parliamo di “fake news”?
Mi chiederei quindi innanzitutto: “fake news” è un problema di contenuti, di intenzioni degli attori o di effetti prodotti?
Stiamo cioè osservando una tipologia informativa, le intenzioni di chi la produce o gli effetti all’esposizione di un contenuto “disinformativo”? O le tre dimensione assieme, compresa la diffusione nell’ecosistema mediale?
Capite che parlare di policy da applicare alle piattaforme, al sistema dei media, ecc. contro le “fake news” ha poco senso se non definiamo la natura di ciò di cui vogliamo trattare. E no, rimandare ad una norma che sanziona le “fake news” non è sufficiente perché non è chiaro di cosa stiamo parlando neanche qui: sanzioniamo chi produce un post che contiene dati falsi?la piattaforma in cui è presente? il social media che ne consente la circolazione? il lettore che lo condivide? chi partecipa alla sua notorietà con un like? le testate giornalistiche che lo riprendono? l’algoritmo che lo rende molto visibile?
Prendete poi il caso (fake) di “Sex toys, pannoloni, un Rolex, ma anche una statua di legno di Padre Pio” ritrovati dopo il concerto di Vasco Rossi a Modena Park nato sul web e rilanciato da testate nazionali prestigiose e capite l’ampiezza della casistica da trattare e i confini con l’etica giornalstica (saper fare il proprio mestiere verificando le fonti?) che si vengono a toccare.
Il mondo informativo produce delle proprie forme corrispondenti di tipo negativo – disinformazione – che coprono una tipologia che va dalla manipolazione al situazionismo (hanno arrestato Ugo Toganzzi come capo delle BR ricordate? Non ci parlate di post-verità) passando da leggende metropolitane.
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Quello che c’è da fare è piuttosto analizzare il contesto in cui queste forme nascono, individuare gli attori, le specificità che caratterizzano l’Italia. Il dibattito si è molto concentrato, dopo la vittoria post-verità di Trump (sic!) su quanto avviene negli Stati Uniti che hanno una storia culturale e di Internet diversa dalla nostra. Noi non abbiamo 4chan; l’alt-right ha un senso completamente diverso qui e attori diversi; la tradizione del trolling è completamente diversa; noi abbiamo avuto Luther Blisset in casa; la nostra cultura Internet è più figlia del mainstream televisivo anni ’80 di quanto vorremmo; noi cerchiamo di educare la popolazione all’uso del web attraverso uno spinoff di Don Matteo,”Complimenti per la connessione”, dove un Nino Frassica/maresciallo Cecchini spiega in modo un po’ ironico ed imbranato le cose. Mi fermerei qui.
Quello che dobbiamo studiare e osservare sono gli attori e le pratiche, il contesto in cui una forma di disinformation o misinformation nasce. Tenere conto anche della funzione sociale che la dimensione fake assolve. Per fare solo un esempio io mi chiederei se Ermes Maiolica – nick name di uno dei principali produttori di bufale, per così dire, di successo nate online – non stia facendo un lavoro di sensibilizzazione dal basso:

 

non tutti hanno compreso ciò che faccio, anche perché il limite tra satira e diffamazione ha confini labili e in questo campo il discrimine tra legale e illegale non è molto chiaro. […]La maggior parte della popolazione dimostra di non saper sfruttare le potenzialità di internet, si fa abbindolare da pubblicità ingannevoli, prende sul serio gli slogan dei politici, cerca in rete qualunque notizia che possa confermare i suoi pregiudizi. La mia filosofia è che dobbiamo smetterla di incolpare il sistema per qualunque cosa, il sistema che ci controlla, il sistema che ci informa. Vorrei far capire che in rete siamo noi stessi il sistema, tutto dipende da noi. Spesso vengo accusato di fare disinformazione: ma non è possibile, non ne ho il potere. Non sono un giornalista, un blogger, non sono Emilio Fede, sono una persona comune. Non si può accusare un metalmeccanico di Terni di fare disinformazione nazionale, perché allora la disinformazione non sono io, la disinformazione siamo noi, noi che scriviamo e noi che ascoltiamo.

Ermes è un virus che può generare anticorpi?

Il dibattito su soggetti, contesti e pratiche è quanto mai necessario. È l’unico modo per evitare di cadere nel buco nero delle “fake news” e cominciare a preoccuparci per le modalità di manipolazione specifica che il nuovo ecosistema mediale, tra online e offline, può sperimentare e costruire una sensibilità diversa all’informazione (non alla verità) sui due lati: dei produttori e dei cittadini. Lati che molto spesso coincidono.

Il digitale siamo noi connessi

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La proposta per un possibile disegno di legge denominata “Disposizione per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica” è un indicatore dello spirito del tempo. Un tempo che vede la scarsa competenza sui fenomeni di ciò che accade online affrontata con norme che hanno in testa i modelli di produzione e circolazione del mass media novecenteschi; un tempo che sente il bisogno da parte dello Stato di sviluppare confuse forme di controllo in arene pubbliche non controllabili e che confonde, molto spesso, l’hate speech con il free speech. È una brutta proposta bipartisan in cui affrontare la “sensazione diffusa” (SIC!) di falsità (?) online assume la forme di uno sviluppo di problematici meccanismi di regolazione e controllo supportati da norme sanzionatorie – delle storture ne parla diffusamente Fabio Chiusi su Valigia Blu. Tocca certamente temi che dobbiamo affrontare, ma non così.

Quello che deve essere messo a tema è una realtà informativa mutata tra online e offline i cui problemi cominciano ad essere raccolti dal pubblico più generalizzato anche per opera dei media stessi.

Quando si parla, senza ricorrere a nessun dato, di “sensazione diffusa” mi pare piuttosto che ci si possa riferire ad uno snodo determinante in cui sta emergendo una sensibilità sociale per le realtà prodotte dalle connessioni online, una realtà però che ha visto, nelle post presidenziali americane, il sistema dei media – e quindi l’opinione pubblica – interrogarsi sulle conseguenze “politiche” di una realtà informativa in cui disinformation e misinformation trovano nuove forme di esistenza.

Proviamo a fare ordine su questa narrazione dominante.

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Il conversational divide nel digitale

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La Presidente della Camera Laura Boldrini ha lanciato nella giornata contro la violenza delle donne un messaggio da Facebook per sensibilizzare i cittadini circa l’“utilizzo nei social network di volgarità, di espressioni violente e di minacce, nella quasi totalità a sfondo sessuale”. E lo ha fatto pubblicando un piccolo estratto di tutti quei messaggi di insulto che sono presenti nella sua timeline ogni mese.

Si tratta di commenti fatti su Facebook che contengono nomi e volti di chi si è espresso in modo violento e sessista nei suoi confronti. Una pillola di quella dimensione conversazionale che valica la linea della libertà di espressione trasformandola in hate speech.

In questa operazione di sensibilizzazione troviamo però accanto alla forza della denuncia i limiti dell’indicare in pubblico all’interno delle reti sociali connesse.

Questa operazione mostra infatti in modo evidente non solamente un fenomeno di violenza verbale ed insensata presente in Rete ma anche le dinamiche di potere presenti.

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La vocazione editoriale di Snapchat

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Ho installato Snapchat nel 2014 (mi trovate come gboccia) ma, in Italia era troppo presto per capirne gli usi sociali e le potenzialità. La mia rete di connessione, adolescenti compresi, ha cominciato ad attivarsi dopo l’estate dell’anno scorso, intensificandosi da Dicembre 2015. È da allora che ho cominciato a vedere crescere una comunità di utenti italiani (il gruppo Snapchat Italia è dell’ottobre 2015), poi di influencer e di brand che timidamente hanno cominciato a giocarci.

Sarà che Snapchat non è un paese per vecchi, sia anagraficamente che pensando agli early adopters delle cose di Internet. Sarà che abituati all’uso normalizzato dei social media, trovarsi davanti quando si accede non a un contenuto ma allo schermo della propria fotocamera sul cellulare, spiazza e non lo si capisce. Sarà che Snapchat non lo devi capire ma lo devi usare, come racconta Filippo Petrolani, e che noi al pensiero del “a cosa serve”, al “come mi può aiutare professionalmente”, al “come monetizzo”  ci siamo, in fondo, abituati.

Intanto Snapchat è cresciuto molto numericamente: mentre Telegram ha raggiunto i 100 milioni di utenti al mese, Snapchat festeggia i 150 milioni al giorno (per Twitter sono 140 milioni).

Caratterizzandosi per un utilizzo consistente da parte dei Millennials (analizzando i dati U.S.), categoria cui il marketing è molto attenta.

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La sua natura di privato sociale, chat e condivisione di immagini e video con i propri amici, è connaturata al suo essere un sistema di messaggistica. Ma è nella sua vocazione editoriale che possiamo osservare le potenzialità espansive, sociali e di mercato: nella possibilità di produrre storie pubbliche per tutti i follower in “My Story”; seguire contenuti editoriali nella sezione “Discover”,; guardare contenuti in “Live Stories” che aggregano utenti che postano partecipando ad eventi o in luoghi dati.

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E l’esaltazione di questa natura editoriale sembra essere particolarmente evidente da ieri, da quando, con la nuova release  Snapchat ha ridisegnato la sezione Storie e Discover dando loro una maggiore visibilità e consentendo di iscriversi ai canali preferiti.

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Le potenzialità espansive di Snapchat per costruire canali verticali è evidente anche analizzando i case histories di influencer dell’ambiente, come Dj Khaled e le loro Storie. I suoi video vengono visualizzati da 6 milioni di persone ogni giorno, utenti principalmente 12-34; un episodio di Big Bang Theory nella stessa fascia di età raccoglie un pubblico di 3.3. milioni.

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Le possibilità editoriali di questo ambiente derivano da ragioni profonde, in parte dovute al design e in parte alle pratiche che si sono sviluppate nel tempo.

  • Snapchat focalizza l’attenzione in un’era di scarsità.

La nostra capacità di attenzione online è minore di quella di un pesce rosso. Stando alla ricerca Microsoft.corp è passata da 12 a 8 secondi ed è un risultato evolutivo del nostro adattamento alla fruizione di contenuti da mobile. Snapchat capitalizza questa diminuzione di attenzione consentendo di concentrarsi all’interno dei limiti di soglia senza distrazioni: 10 secondi massimi di video, all’interno di un contesto privo di metacomunicazione sociale (non ci sono like, commenti, cuoricini o altre distrazioni da vita connessa) e concentrato sull’unico contenuto che si sta fruendo (non c’è timeline, non è possibile usare link, ecc.). L’impermanenza dei contenuti è altro elemento centrale: ho 24 ore (ok rinnovabili) per vedere un contenuto, poi sparisce. Il suo valore è legato alla sua attualità, all’accadere nel tempo prossimo. La sua deperibilità ne aumenta il valore e il suo non sedimentarsi ne ribadisce l’univocità.

  • Liveness: il racconto come esperienza situata

Le live stories aggregano contenuti geolocalizzati che riguardano eventi o esperienze nei luoghi. È così possibile fruire di una selezione editorialmente svolta da Snapchat che produce una storia fatta di micro narrazioni di utenti che accettano di partecipare al racconto inviando il loro contenuto a quella storia ma solo se sono geolocalizzati nell’evento (da utente lo possiamo vedere se tra i filtri da applicare compare quello dell’evento o del luogo). Il racconto parte dalla presenza, è esperienza situata, non è possibile partecipare “da fuori”, come aggregandosi attraverso un hashtag. La selezione è curata, è scelta editoriale. Il contenuto low-fi trova la sua esaltazione nella connessione di micro narrazioni.

Ad esempio il 6 giugno, giorno in cui comincia il digiuno musulmano, abbiamo assistito al racconto del Ramadan fatto dai video dei Millennials che si susseguivano e capace di mettere in narrazione  la differenza culturale, lo stato d’animo, la  in modo emotivamente coinvolgente, ludico e informativo allo stesso tempo.

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  • Il valore di una narrazione verticalizzata

Nei video (e nelle foto) condivisi online il mondo è sempre più visto dagli occhi di un teenager, cioè dagli schermi di uno smartphone, come spiega Marco Massarotto. Snapchat sta imponendo un formato ai brand che vogliono abitare il suo ambiente . In Australia, la catena Hungry Jacks e la Universal Pictures per il lancio di Warcraft hanno sperimentato una Snapchat 3V ad campaign.
Come spiega Venessa Hunt, responsabile per il mobile del GroupM che si è occupato della campagna:

We are shifting very quickly to a vertical world, especially with millennials who don’t know a life before vertical screens. Finding advertising solutions that not only reach the right audience, but speak to their consumption behaviour is imperative.

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Il video verticale satura lo schermo dello smartphone: il contenuto è lo schermo. L’approccio è completamente immersivo, non concede distrazioni, è parte del flusso dei contenuti ma è distinto proprio mentre lo guardi. Per un Millennials quella è la forma del mondo, un mondo che è abituato a guardare e raccogliere attraverso la lente della sua camera innestata nel cellulare e che da lì si fa esperienza.

  • Spingere la post produzione un po’ più a fondo

I contenuti immagine e video vengono quasi sempre editati attraverso testo che funziona da effetto di rinforzo o contrasto rispetto al contenuto visivo; attraverso la possibilità di disegnare direttamente sulle immagini; con emoji e (da maggio 2016) con sticker fumettosi ed emotivi disegnati ad hoc che è possibile posizionare, ingrandire, ruotare, personalizzando il contenuto. I linguaggi espressivi dell’ambiente sono valore aggiunto e non decorazione (sì, anche le Lens per i selfie che vi fanno vomitare arcobaleni).

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Le immagini non parlano da sole (non sempre): il centro non è sulla loro natura estetica (come può essere su Instagram) ma sulla capacità di utilizzarle in modo funzionale ad un racconto. Racconto che spesso si sviluppa attraverso diverse micro narrazioni che si susseguono e il cui senso sta, appunto, nel seguirlo nella sua interezza seriale. Questo ne fa un luogo adatto alla sperimentazione editoriale anche da parte di testate. In Italia da tenere d’occhio l’evoluzione sia de Il Corriere della Sera che de La Repubblica.

  • Il testo conta. A volte si fa immagine.

Anche se Snapchat è il più visuale degli strumenti di condivisione di contenuti che abbiamo a disposizione, il testo conta. Lo abbiamo detto in merito all’attività di post produzione prima della pubblicazione ma la sua centralità viene ribadita dagli utenti che sottolineano la presenza nei video di particolari frasi o che nelle fotografie aggiungono un fumetto di qualcosa detto dal protagonista. Il testo conta perché molti sono i video di parola, in cui è ciò che viene detto ad essere protagonista.
La parola scritta assume anche rilevanza in sé diventando immagine, come in quegli snap in cui la fotocamera fotografa il nero in modo da fungere da sfondo per un testo.

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Questa pratica degli utenti spezzando il flusso visivo a cui siamo abituati produce una rottura della routine del racconto, catalizzando maggiormente l’attenzione.

  • I contenuti di valore sono sottratti al tuo flusso

L’attenzione principale Snapchat la riserva all’area Discover dove troviamo pochi e selezionati editori (Yahoo è stato fatto uscire e sostituito da Buzzfeed) che aggiornano quotidianamente i contenuti. Qui vengono sperimentati formati con copertine audiovisive e animazioni che preludono ad articoli di approfondimento anche in versione long form; gallerie di immagini e video, spezzoni documentari, ecc.  in un mix di social network like, magazine e Tv. I contenuti vengono oggi presentati nell’area come anteprime in rettangoli che ricordano le bacheche Pinterest (prima erano bolle contenenti i soli loghi dei media). L’innovazione aportata nell’ultima release consente di potersi abbonare ai canali preferiti e di collocare questi contenuti non-friend fra le storie recenti e, di fatto, renderle attrattive quanto il flusso di contenuti che provengono dagli amici: perché i veri editori concorrenti su Snapchat sono i tuoi amici.

Il business presente e futuro di Snapchat sembra passare da questa volontà di mostrarsi come un canale a vocazione sempre più editoriale all’interno di un contesto ad alta intimità come quello di messaggistica, terreno di coltura su cui è cresciuto all’inizio.

Resta il fatto che la sua strategia di crescita lo disegna sempre più come un walled garden molto ben curato da cui uscire è praticamente impossibile e in cui tutto quello che può accadere, per ora, accade al suo interno.