Influencer marketing e l’etica necessaria delle (micro) celebrity

L’Autorità Garante della concorrenza e del mercato ha cominciato un’attività di moral suasion mettendo a tema l’influencer marketing in Italia e scrivendo sia a diverse celebrità che dai social media mostrano prodotti senza esplicitare l’esistenza di contratti commerciali sia alle aziende proprietarie che forniscono questi prodotti:

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Scienze della Comunicazione reloaded

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A proposito di Università e lavoro, un’elaborazione su dati AlmaLaurea mostra che:

La prima sorpresa è rappresentata invece da coloro che hanno studiato scienze della comunicazione: contrariamente alla vulgata che ritiene difficili le prospettive di occupazione, i laureati sono meno di quattrocento, ma quasi tutti hanno trovato lavoro entro 36 mesi e guadagnano quanto i colleghi con una laurea in economia.

Non è una sorpresa. O meglio: lo è rispetto al senso comune, in particolare a quello della politica e del giornalismo.

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Discorso pubblico e blast effect

Enrico Mentana ha scritto alcuni post nella sua pagina Facebook sul tema vaccini e, come possiamo immaginare, emerge non solo una polarizzazione nei commenti ma, come lui stesso scrive:

anche una pesante zavorra di insulti e strampalate teorie controfattuali

Nelle migliaia di commenti che si incontrano ciò che mi stupisce, ancora una volta, non è tanto la diversità stilistica e argomentativa, l’aggressività di taluni o la palese incompetenza di altri, ma la retorica del dileggio che connota le risposte del tenutario del post.

Lo sappiamo, Enrico Mentana blasta laggente.

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L’umanità nell’algoritmo di Google

Nell’intervista che Massimo Russo fa a Ben Gomes, vice presidente di Google, troviamo spiegato bene come dietro l’affinamento dell’algoritmo ci sia un test permanente con valutatori umani, che rappresenta l’essenza del progetto Owl teso – tra le altre cose – a rendere meno visibili notizie bufala, messaggi d’odio e in generale informazioni false o offensive ma anche leggende metropolitane o teorie cospirazioniste.

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Il ministero della verità

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Nella recente relazione annuale Agcom nella figura del presidente Angelo Cardani si è schierata a favore di un intervento normativo contro le fake news:
le fake news un fenomeno “di estrema gravità è la diffusione voluminosa, istantanea e incontrollata di notizie deliberatamente falsificate o manipolate”, spiega l’Autorità. Cardani, nella Relazione al Parlamento, si schiera a favore di “un intervento normativo” e contro l’autoregolamentazione dei colossi web, che promettono “di sviluppare algoritmi per rimuovere le informazioni false e virali”, ma sono anche “i principali ‘utilizzatori’ gratuiti.
Ora, a parte il “ministero della verità” mi vengono in mente poche idee  circa quale soggetto potrebbe dedicarsi a riconoscere “fake news” ed applicare sanzioni commisurate alla gravità della fattispecie. Come ho cercato di spiegare più volte (l’ultima durante un’audizione parlamentare della Commissione per i diritti e i doveri relativi ad internet) il termine “fake news” rappresenta un campo problematico di definizione.
Di cosa parliamo quando parliamo di “fake news”?

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Il digitale siamo noi connessi

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La proposta per un possibile disegno di legge denominata “Disposizione per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica” è un indicatore dello spirito del tempo. Un tempo che vede la scarsa competenza sui fenomeni di ciò che accade online affrontata con norme che hanno in testa i modelli di produzione e circolazione del mass media novecenteschi; un tempo che sente il bisogno da parte dello Stato di sviluppare confuse forme di controllo in arene pubbliche non controllabili e che confonde, molto spesso, l’hate speech con il free speech. È una brutta proposta bipartisan in cui affrontare la “sensazione diffusa” (SIC!) di falsità (?) online assume la forme di uno sviluppo di problematici meccanismi di regolazione e controllo supportati da norme sanzionatorie – delle storture ne parla diffusamente Fabio Chiusi su Valigia Blu. Tocca certamente temi che dobbiamo affrontare, ma non così.

Quello che deve essere messo a tema è una realtà informativa mutata tra online e offline i cui problemi cominciano ad essere raccolti dal pubblico più generalizzato anche per opera dei media stessi.

Quando si parla, senza ricorrere a nessun dato, di “sensazione diffusa” mi pare piuttosto che ci si possa riferire ad uno snodo determinante in cui sta emergendo una sensibilità sociale per le realtà prodotte dalle connessioni online, una realtà però che ha visto, nelle post presidenziali americane, il sistema dei media – e quindi l’opinione pubblica – interrogarsi sulle conseguenze “politiche” di una realtà informativa in cui disinformation e misinformation trovano nuove forme di esistenza.

Proviamo a fare ordine su questa narrazione dominante.

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Il conversational divide nel digitale

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La Presidente della Camera Laura Boldrini ha lanciato nella giornata contro la violenza delle donne un messaggio da Facebook per sensibilizzare i cittadini circa l’“utilizzo nei social network di volgarità, di espressioni violente e di minacce, nella quasi totalità a sfondo sessuale”. E lo ha fatto pubblicando un piccolo estratto di tutti quei messaggi di insulto che sono presenti nella sua timeline ogni mese.

Si tratta di commenti fatti su Facebook che contengono nomi e volti di chi si è espresso in modo violento e sessista nei suoi confronti. Una pillola di quella dimensione conversazionale che valica la linea della libertà di espressione trasformandola in hate speech.

In questa operazione di sensibilizzazione troviamo però accanto alla forza della denuncia i limiti dell’indicare in pubblico all’interno delle reti sociali connesse.

Questa operazione mostra infatti in modo evidente non solamente un fenomeno di violenza verbale ed insensata presente in Rete ma anche le dinamiche di potere presenti.

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Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

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