Bambole reborn

Vite reali di corpi artificiali. È questo il segno lasciato dalle immagini online delle bambole reborn, che non sono vissute come giocattoli ma come esperienza per la maternità adulta.

A guardare i video su YouTube di box opening in cui da una scatola vengono estratti con cura vestitini reali, ciucci calamitati e, sul fondo, avvolti da carta velina, i piccoli corpi in silicone con le fattezze e il peso di un bebè, assistiamo a un vero e proprio rito di nascita, etimologicamente “venire alla luce”… quella della telecamera. Le mani delle madri esplorano il corpo mostrando la morbidezza dei piedini e accarezzano le testoline di capelli veri mentre commentano in video la dolcezza del nuovo nato e la sua perfezione. Le madri surrogate di questi corpi post-umani sono spesso costruttrici-artiste che, attraverso processi complessi ri-generano vecchie bambole o ne forgiano di nuove orientandole alla iper-definizione, consacrando la maternità all’iperrealtà: al principio di realtà, come direbbe Jean Baudrillard, si sostituisce quello di simulazione e i simulacri saturano il mondo.

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In equilibrio problematico fra collezionismo, realtà  ludica e dimensione affettiva, i video su YouTube e i profili Instagram raccontano la cura quotidiana – anche in versione tutorial – mostrando, al fine di produrre immagini perfette, come creare latte finto con ammorbidente per bucato o come cambiare il pannolino per bisognini simulati con preparati a base di cioccolato.

Le piattaforme online sono il luogo in cui si esplicita una comunità di mamme biologiche e dei simulacri, di ragazze che commentano la dolcezza degli abbracci, dei vestitini e chiedono consigli, di haters che riempiono i profili di commenti denigratori e irridono la follia di queste “madri”. In Italia il gruppo Facebook “Il mio bimbo speciale” scambia consigli e solidarietà materna. Si è chiuso per sfuggire allo sguardo indiscreto e dissacratorio della rete e salvaguardare un’intimità reale tra madri prodotta dall’affetto per un oggetto artificiale.

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#reborncommunity

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#reborncommunity è l’hashtag che aggrega su Instagram migliaia di fotografie di bambole-bambino reborn. Mamma Anya che porta reborn Oliver in giro per Mosca in passeggino sotto la neve; la coppia Maria e Anastasia che esibiscono il loro baby reborn Emil nel marsupio; la foto di Jessie che mette a confronto un reborn e un bambino vero con la didascalia “se Julian crescesse”…

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Le immagini sfilano usando una molteplicità di hashtag che le aggregano a contesti con bambini reali: #baby #babycute #babyboy #babyphoto #instababy. Qui, nel flusso digitale di immagini, tra reale e iperreale, tra carne e silicone, nella difficoltà di distinguere – perché pose, particolari, contesti narrati sono gli stessi –, si realizza il sogno di vita artificiale che le reborn incarnano.

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A seguire gli account Instagram o i racconti fatti da madri di reborn in alcuni gruppi Facebook, troviamo motivazioni diverse e storie personali che hanno portato all’acquisto. Accanto all’esibizione giocosa e alla volontà di rientrare in un genere proprio di una micro cultura che si esplicita online, c’è anche un senso di assenza: quello di madri che non possono avere figli o altre che hanno perso un bambino. L’artificiale riempie il vuoto prodotto dal sentimento di inadeguatezza e di perdita che il biologico produce.

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