Cambridge Analityca o il fallimento delle élite?

L’uso formulaico del “manipolare la rete” che leggo dopo la vicenda di Cambridge Analytica in diverse prospettive condivise nei mainstream media italiani (ad esempio qui su La stampa) e come commento sui social media, trasforma la possibile propaganda in manipolazione, presupponendo (e confermando) un’equivalenza tra le due cose.
Il tema certamente esiste ma, a leggere i paper scientifici più recenti, che Trump abbia vinto le elezioni sulla scorta del possibile uso di dati a fini di micro targeting su Facebook non mi pare certissimo. Anzi come spiega Roberto J. González nel paper “Hacking the citizenry?: Personality profiling, ‘big data’ and the election of Donald Trump” si tratta di una narrazione senza evidenze concrete a supporto, né ci sono sufficienti dati a dimostrare che l’approccio psicometrico possa essere utilizzato in modo significativo per influenzare i comportamenti umani.

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Certo, dobbiamo esplorare la realtà dei Dark Posts e della micro profilazione. Certo, esiste una percentuale di persone che ha una dieta mono mediale con al centro prevalentemente i social media. Ma si tratta di una percentuale non chiaramente calcolabile, tantomeno in relazione agli effetti. Come spiega chiaramente il paper “The echo chamber is overstated: The moderating effect of political interest and diverse media” di Elizabeth Dubois e Grant Blank, qualunque siano le cause della polarizzazione politica oggi, non sono i social media o Internet. Semmai, la maggior parte delle persone usa Internet per ampliare i propri orizzonti mediali. I ricercatori hanno dimostrato che le persone cercano attivamente di confermare le informazioni che leggono online in molti modi. Lo fanno principalmente utilizzando un motore di ricerca per trovare i media offline e convalidare le informazioni politiche. Nel processo spesso incontrano opinioni diverse dalle loro e di conseguenza, se si sono imbattuti passivamente nel contenuto o hanno attivamente cercato risposte mentre controllavano i loro “fatti”, alcuni hanno cambiato la propria opinione su determinati problemi. “La ricerca mostra che gli intervistati utilizzavano mediamente quattro diverse fonti di informazione e avevano account su tre diverse piattaforme di social media: più media venivano utilizzati, più le persone tendevano a evitare le eco chamber.

“I nostri risultati mostrano che la maggior parte delle persone non si trova in una camera dell’eco politica: le persone a rischio sono quelle che dipendono solo da un singolo mezzo per notizie politiche e che non sono politicamente interessati: circa l’8% della popolazione. Tuttavia, a causa della loro mancanza di impegno politico, le loro opinioni sono meno formative e la loro influenza sugli altri potrebbe essere relativamente ridotta”

 

“Manipolare la rete” diventa quindi una narrazione da utilizzare per riempire il vuoto dell’incapacità di leggere una realtà in trasformazione che vede, ad esempio, partiti conservatori e populisti affermarsi in diversi contesti.

“Manipolare la rete” è il racconto dal punto di vista di una élite la cui egemonia culturale si è costruita sulla presenza nei media di massa e che oggi vede messo in discussione ruolo e forma di potere (e no, non è solo “Internet” ma anche il fatto che il legame fiduciario verso le élite e i media di massa crollato verticalmente).

Dobbiamo quindi certamente vigilare sugli usi scorretti o manipolatori dei dati degli utenti, pretendere maggiore trasparenza circa i meccanismi sottesi alla propagazione di contenuti nei social media.
Ma dobbiamo anche occuparci della costruzione di questo regime discorsivo che ha funzione sia accusatoria sia consolatoria, una versione neo-dem per metabolizzare un cambiamento (e, spesso, una sconfitta).

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