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Indignazione: effetti collaterali

Nelle forme della protesta contemporanea degli indignados – così come di altre – c’è una difficoltà di fondo che è quella di non uscire dalla cortocircuitazione fra i principi che ispirano il dissenso e l’assoggettamento alle logiche del capitale.

Mi spiego: da una parte ci si scaglia contro le forme di assoggettamento della nostra civiltà, alla finanziarizzazione e allo sviluppo selvaggio delle imprese incuranti del capitale umano (per dirne una); dall’altra parte si sostengono quelle aziende che riproducono questa forma di assoggettamento.

Tema duro da affrontare con serenità. E con il rischio di cadere in facili derive ingenue. Provo a farvi avvicinare al tema attraverso il punto di vista autobiografico che propone Roberto Recchioni:

E voi volete dirmi che andare a manifestare contro il sistema produttivo-finanziario mondiale (perché questo era il tema della manifestazione di sabato, non Berlusconi e il suo governo, contro cui avrei manifestato volentieri) con in tasca l’iPhone non sia come presentarsi in pelliccia di cincillà a una manifestazione di animalisti?
[…]
Ogni volta che diamo soldi alla Apple (o alla Samsung, alla Sony e a chi più ne ha più ne metta), non facciamo altro che alimentare quel sistema contro cui oggi vi indignate.
E lo sappiamo sia io che voi.
Ma l’iPhone è il migliore prodotto sulla piazza e poco importa se è un pochettino sporco di sangue (no, non è una metafora drammatica: è una realtà di fatto) perché ci piace e ci è comodo.
E, vi giuro, a me sta bene.
Io ho la casa piena di prodotti con sopra mela morsicata,  e non sono disposto a rinunciarci a meno che non mi venga offerta un’alternativa superiore che non comporti alcun compromesso o sacrificio.
Ma cazzo, la consapevolezza che nel dare i soldi a Cupertino sto sostenendo, ATTIVAMENTE (al pari, e più, di dare i soldi a Emergency, per esempio), un’azienda criminale che sta mandando il mondo a rotoli sotto un mucchio di punti di vista, ce l’ho ben presente e ne accetto la responsabilità e accetto pure quello che comporta questa responsabilità.
Per esempio, non avere il diritto di indignarmi.
Perché non sono senza peccato e mi tengo lontano dalla prima pietra.

Altro che Lovemarks e retoriche affettive dei brand da inizio secolo. Fa piuttosto pensare alla responsabilità che ci assumiamo (come consumatori e cittadini) quando ci indigniamo twittando da un iPhone i tumulti della Piazza… un bel cortocircuito del senso con cui dobbiamo confrontarci, appunto.

Per questo ho pensato che Lunedì la mia prima lezione del corso per la Magistrale in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni la comincio parlando di questo.

Gli indignados? Ignoranti sotto vuoto spinto, prodotto delle Scienze della Comunicazione

Chi sono gli indignados? A quale “tipo” sociologico corrispondono?

La pensa così Pietrangelo Buttafuoco dalle colonne de Il Foglio:

troppo comodo fare gli stronzi, come stiamo facendo, con dei ragazzi precari che non hanno potuto coltivare la consecutio temporum a causa dei tagli imposti alla scuola pubblica dalla Mariastella Gelmini. Troppo comodo, forse, fare dei paragoni storici perché, insomma, se non hanno la caratura degli Adriano Sofri e dei Tino Vittorio, se non si sono esercitati nella traduzione dall’italiano in latino dei “Pensieri” di Mao nelle aule di Ettore Paratore, se non hanno alle spalle “Gioia e Rivoluzione” degli Area ma sono soltanto pecorelle della farneticazione global, amplificata tanto da Internet quanto dagli incappucciati, indignados assai impazienti, ecco: non solo fa impressione vedere quanto siano ignoranti, ma non sono neppure antagonisti. Altrimenti la guerra alla finanza internazionale la farebbero con i libri di Massimo Fini se non proprio con i “Cantos” di Ezra Pound o con “Cavalcare la Tigre” di Julius Evola. E vederli, come si vedono, con quel puzzolentissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indignatevi”, li condanna definitivamente alla pochezza del gregge, tutto un belare in sottovuoto marketing. E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione.

Rileggiamo:

“Tutto un belare in sottovuoto marketing”. “E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione”.

Il qualunquismo spinto di certo giornalismo un po’ mi spaventa e un po’ mi inquieta. Si dequalifica la formazione universitaria immaginando tipologie di corsi di laura di serie A e di serie B. Si denigra, in qualche modo, la cultura e il valore dello studio – su questo e il “senso” di studiare oggi lascio la parola a Ilvo Diamanti che lo racconta meglio di quanto farei io qui. Certo, la tesi di Buttafuoco lamenta l’ignoranza diffusa e mette, giustamente, l’accento anche sui tagli alla scuola pubblica ma finisce poi nello scadere su un sentire – non comune e non condiviso ma – strategico nel pensare che esista una differenza di valore fra il sapere e la formazione tecnica per l’innovazione della società. Ecco, mi sembra che questo non dovremmo accettarlo.

Sulla capacità di racconto che gli indignados hanno non entro, qui, nel merito: difficile pensare che sia rappresentabile da alcuni sparuti leader presi per strada la non rappresentabilità della moltitudine…

Denuncia anche tu un “Black Bloc”

Nelle strategie da giorno dopo – della forma di grande manifestazione di Piazza del 15 ottobre ho già parlato altrove -comincia la caccia agli “incappucciati”, ai “neri” a quelli che hanno rovinato con la violenza la manifestazione: quelli che i media definiscono convenzionalmente “Black Bloc”.

E la Rete si fa luogo di delazione generalizzata.

La rabbia dei manifestanti pacifici è tanta e l’idea, lanciata da qualche tweet già durante la manifestazione, di mettere online le foto per cercare di avere segnalazioni è diventata una realtà. Come segnala La Repubblica:

Una raccolta di fotografie caricate sui social network dai manifestanti del 15 ottobre per aiutare le forze dell’ordine a individuare i responsabili dei gravi fatti di violenza avvenute nel centro di Roma

L’esempio più evidente mi sembra l’operazione smascheriamo i violenti cui partecipano Il Fazioso, Il Giornale … Non esattamente spontaneismo da social network. Anzi, come precisa Falcodestro:

E’ il momento di segnalare, smascherare e cercare di far perseguire tutti questi violenti di sinistra, anche oggi protagonisti di violenze inaudite a Roma. [corsivo mio]

Ma come? Si cerca di cavalcare anche questo output della manifestazione cercando di connotare il colore della violenza a senso unico? E se fosse anche questa una forma di violenza?

Non cerco giustificazioni per chi ha agito violentemente e non critico le operazioni di riconoscimento svolte dalle forze dell’ordine. Ma creare un clima di caccia alle streghe (anche di streghe colpevoli), soffiare sui malumori in Rete, vendere la delazione come forma di vendetta… non mi sembra salutare per nessuno.

Tanto più che le migliaia di filmati caricati su YouTube e le foto che circolano, ad esempio su Flickr, rappresentano già un materiale documentale spontaneamente presente.

Più corretta la strategia tenuta dalla polizia inglese durante i Riots che ha attivato da sola canali per i cittadini che volevano collaborare. E con successo. Tutto riconducibile a forme di cittadinanza.

Fare invece diventare la Rete un umorale terreno per l’odio sociale non mi sembra un obiettivo che dovremmo – né noi, né i media generalisti – perseguire.