Archivi categoria: editoria

Apogeonline, quello che siamo.

 

 

Apogeonline è un pezzo importante della cultura digitale in Italia. Abbiamo imparato a conoscere temi e persone che ruotavano attorno alla crescita del web nel nostro paese. Ci ha spiegato chi siamo. Oggi senza tanto rumore, come scrive Massimo,  cambia politica editoriale. Avrei preferito aspettare la comunicazione pubblica dell’editore ma visto che se ne è scritto

In privato ne avevamo già parlato. Sia con Sergio Maistrello, che lo ha diretto, che con la lunga mailing list di collaboratori e con Marco e Federica che questo progetto lo hanno sempre sostenuto. È inutile che vi racconti qui la rabbia e l’affetto che ci siamo scambiati. Ma vale la pena ricordare che un editore è libero di scegliere le sue strategie, che il mercato è cambiato, i piani di sviluppo pure e bla bla bla…

Resta il fatto che un pezzo di cultura digitale se ne va. Tranquilli: gli archivi restano attivi e Apogeonline non chiude ma si occuperà di “tecnologia praticata” più in linea con l’orientamento all’informatica preso da Apogeo come editore.

Però penso sia stata una bella avventura. Ve li ricordate i primi post del 1999 di Bernardo Parrella che portavano news dalla Rete attraverso la sua connessione incerta dalla California per un magazine online che curava “con rudimentali html editor e ftp text-only”? E le “Quinta di copertina” di Antonio Sofi che ci consegnava in podcast la sua rassegna stampa di quello che quotidiani e settimanali raccontavano della Rete? E le rassegne di Federico Fasce su “quel che si dice in Rete” che hanno raccolto le considerazioni sparse tra i blog consegnandole anche ai lettori non geek del magazine. O il tradizionale appuntamento di fine anno con Giuseppe Granieri che fa il quadro di quello che è accaduto e accadrà sul web senza gli eccessi della futurologia. E le riflessioni su temi ostici del diritto digitale proposti da Elvira Berlingieri e di Eernesto Belisario o i nu-guru zone di Roberto Venturini che accompagnavano negli ultimi anni la lettura del venerdì, i tentativi di Maurizio Boscarol di spiegare con i fumetti a Caparezza i social netowrk, i taglienti approfondimenti sulle questioni della tecnologia digitali in Italia di Alessandro Longo, le recenti letture semio-antropologiche di Giorgio Jannis, e le tante intelligenze – troppe per ricordarmele tutte: ma basta scorrere le annate – che hanno dato corpo a rubriche, interviste o anche solo a un post fulminante capace di mettere il dito sul cambiamento digitale, commentarlo e criticarlo.

Ecco, Apogeonline ci ha insegnato a ragionare con pacatezza e misura, ma anche con passione e polemica argomentativa, sulla cultura digitale, con la giusta attenzione alla crescita di un pubblico italiano che approcciava man mano attraverso gli autori che scrivevano i cambiamenti che la Rete mostrava alla società e della società. Apogeonline aveva, insomma, il carattere di Sergio Maistrello che durante molti anni l’ha diretto accompagnano noi tutti, autori, lungo un percorso di crescita.

La mia rubrica “Mutazioni digitali” l’ho riordinata dentro al blog. Ci trovate i link ad ogni post che ho scritto e scorrendoli mi accorgo delle trasformazioni che in due anni abbiamo avuto nei comportamenti sociali sul web di produzione, condivisione e consumo.

Fuori dalle retoriche della nostalgia e dei ricordi vale la pena che ci diciamo di come oggi la cultura sul digitale abbia trovato spazi multipli di dispersione tra progetti editoriali online e social network, gruppi Facebook e segnalazioni su Twitter. Resto però anche dell’idea che un progetto che sia riuscito a mettere insieme il pubblico un po’ più geek con quello dei più interessati e curiosi ma magari con meno competenze (quante volte anche nei commenti è capitato si richiedesse di spiegare dei termini dati per scontati) sarà sempre un progetto vincente. E’ che questo progetto, nella parte abitata della Rete, l’abbiamo pensato sempre un po’ nostro. Anche per chi ne era solo lettore. In fondo quelli che leggevamo li incontravamo nelle nostre strade digitali, potevamo parlarci, erano vicini e non distanti, erano come noi, eravamo noi.

Quella che era la mia lettura di Apogeonline oggi è un’aggregazione su Feedly dei blog dei diversi autori. Ma conto che, con loro, ci rivedremo da altre parti e in molti modi.

Quer pasticciaccio brutto via WikiLeaks

Alcune delle cose che ci sono da dire sul caso Wikileaks le ha già scritte Massimo Mantellini:

quello che i giornali producono ogni mattina è il risultato di una gigantesca e continua mediazione fra migliaia di cablogrammi, il cui principale gestore è il sistema mediatico stesso che in questo modo sostenta se stesso. Come avviene spesso in questi casi i peggiori hanno molto da perdere, quelli che hanno per anni utilizzato le informazioni come merce di scambio proclamandosi contemporaneamente orgoglioso ingranaggio del sistema democratico. Per il grande giornalismo Wikileaks è un valore aggiunto (e anche una formidabile complicazione) ma stiamo parlando di una frazione miserrima delle parole ogni giorno inchiostrate nel pianeta.

E lo ha fatto usando una visione di sistema, quella che a me piace, cercando di prescindere dalle pastoie pruriginose in cui un certo giornalismo di maniera e il linguaggio politico si sta crogiolando.

E trattare come puro gossip il linguaggio della diplomazia, eludere con una risata i giudizi su cui si formano le opinioni dei governi, significa sottostimare i meccanismi di rappresentazione della realtà, quei meccanismi che nel rappresentare la realtà la creano.

Ma non è questo il punto. Il punto, per me, è che Wikileaks non fa giornalismo e non va confuso con le operazioni del tipo “gola profonda”. Mi spiego: qui abbiamo un data base pubblicato senza filtri particolari né selezioni. L’esposizione in pubblico di contenuti con gradi di segretezza – e privatezza – diversi. Non è solo il rendere trasparente la comunicazione diplomatica, cioè ciò che per sua natura e linguaggio è ufficialmente non trasparente (sullo specifico del linguaggio della diplomazia tra backstage e faccia pubblica consiglio di leggere il post di Fausto). Ma più in profondità siamo di fronte ad un metodo che propone di, anche radicalmente, di fondare sulla trasparenza i contenuti a partire dall’impossibilità costitutiva di tenere  celati quei contenuti che hanno lo statuto del digitale. Due cose si associano, quindi: l’estremizzazione dell’ambizione open data in campo open gov e il riconoscimento di uno statuto diverso rispetto alle esigenze di riservatezza dei contenuti digitali: pubblici perché potenzialmente pubblicabili.

Sì, perché al di là del privilegio strategico di anticipare alcuni contenuti ai media, Wikileaks rende “diffusa” l’interpretazione e l’analisi dei contenuti. Come scrivono sul sito di condivisione cablegate invitando alla condivisione:

Pick out interesting events and tell others about them. Use twitter, reddit, mail whatever suits your audience best.

E vale la pena di dare anche un’occhiata  ai Groups to contact for comment.

Farsi Cyborg

Scrivere l’introduzione per il libro di Thierry Crouzet La strategia del cyborg”edito da 40K mi ha portato a conoscere l’autore francese e ad intrattenere con lui una lunga chiacchierata sui temi del suo saggio attraverso uno scambio di mail per alcuni giorni. Un estratto è anche comparso su La Stampa.

Qui pubblico la versione integrale togliendo le digressioni, le chiacchiere serali via mail dalle nostre scrivanie tra una domanda e una risposta, i chiarimenti sulle rispettive posizioni… Quello che resta è un approfondimento sulle implicazioni antropo-filosofiche del suo pensiero e alcune acute osservazione sul rapporto tra produzione e consumo di conoscenza e fra le forme collettive e gli stati di connessione contemporanei.

GBA : Thierry, la visione che hai del cyborg mi sembra un tentativo di superare una certa metafora culturale nata negli anni ’90, penso a Donna Haraway, per esempio, che esaltava l’ibridazione uomo/macchina e che è stata la base per lo sviluppo di molta letteratura scientifica e fiction, così come di una parte del cinema che rifletteva sul futuro del rapporto tra il corpo e la tecnologia. Il tuo cyborg è invece frutto di una visione più ecologica e attenta all’atto creativo, una vera e propria simbiosi tra network di individui e tecnologie di connessione con finalità di produzione di opere che mi sembra andare oltre il problema corpo/tecnologia e da un’altra parte. Cosa significa per te quindi oggi essere “cyborg”?.

TC : Un giorno ho scoperto di essere un cyborg. Dopo aver scritto il saggio Le cinquième pouvoir usando il mio blog come un laboratorio aperto, ho voluto lavorare su un nuovo libro da solo, alla vecchia maniera. Ma qualcosa non funzionava. Mi sentivo meno intelligente. È stato in questo modo che ho scoperto che il mio blog, e soprattutto i miei commentatori, avevano, in un certo modo, aumentato le mie capacità cognitive. Ero diventato un umano esteso e tornare alla mia vecchia umanità mi produceva uno strano stato di insoddisfazione. Mi sentivo letteralmente stupido.

E’ così che ho immaginato che diventiamo dei cyborg, dei nodi di un’immensa rete di interdipendenze, con i nostri amici, le nostre relazioni virtuali, con gli oggetti e, in qualche modo, con tutto ciò che esiste nella biosfera.

Non si tratta certo di un fenomeno nuovo ma ritengo che la sua potenza sia oggi moltiplicata. Talvolta ho l’impressione che i miei neuroni si estendano lontano dal mio cervello. Con questa estensione noi stiamo, probabilmente, umanizzando tutto ciò che ci circonda, stiamo facendo saltare il dualismo che vede l’uomo separato dal resto del mondo (e dagli altri uomini). Il cyborg è un’entità sociale.

Donna Haraway usa la metafora del cyborg per farci uscire dalle vecchie classificazioni, come quelle di genere. Io estendo questa idea, tranne che, per me, il cyborg non è una metafora ma uno stato che ci è diventato accessibile. Ho la certezza che oggi per essere un creatore occorra essere un cyborg. Il tempo dei creatori solitari è andato (ma è mai esistito?).

GBA : Sono d’accordo con te sul fatto che oggi la « connessione » sia più visibile e gestibile e che sia diventata, al di fuori di ogni metafora, uno stato dell’esistenza. Siamo sempre più fisicamente in uno stato di connessione continua e costante gli uni con gli altri e con gli oggetti del mondo (materiale o immateriale) in una maniera che ricombina in modo nuovo immediatezza e mediazione, localizzazione e delocalizzazione.

Ma diventare un cyborg richiede una presa di coscienza che non dipende solamente dall’uso di strumenti di connessione (cellulari, palmari, computer, ecc.). Quello che, secondo me, cambia è il nostro “senso della posizione” nella comunicazione: da oggetto della comunicazione (pubblici, consumatori, cittadini, lettori) diventiamo soggetto della comunicazione. E diventiamo consapevoli di questa nuova centralità nelle forme di produzione. Con il nostro blog, ad esempio. Eppure, come hai scritto nel libro La strategia del cyborg: “bloggare, scrivere sui blog, può forse essere necessario alla cyborghizzazione, ma in nessun caso sufficiente”. E inoltre: “La probabilità che delle opere collettive vengano create in maniera totalmente consapevole [come Wikipedia] è debole”. Qual è allora il rapporto fra queste forme di creazione e la natura cyborg? E le differenti forme di UGC (User Generated Content), cioè le opportunità di crescita di produzione e distribuzione di opere prodotte, per così dire, dal basso (ovviamente nel continuum tra amatorialità e professionalità) che ruolo hanno nella strategia del cyborg?

TC: Da un lato non credo alla possibilità di creatori solitari; dall’altro non credo alle creazioni collettive. Ad ogni modo non ci credo per quel che riguarda opere d’arte o anche delle teorie filosofiche o scientifiche. Questo potrà sembrare ambiguo. Il creatore deve aumentare se stesso con l’aiuto degli altri secondo la strategia del cyborg, ma gli altri senza la presenza del creatore non possono creare delle opere. Il creatore è una sorta di catalizzatore. Rimane indispensabile, il suo nome è importante. Non torneremo al Medio Evo quando gli artigiani non firmavano le loro opere.

Gli UGC senza un catalizzatore restano contenuti incoerenti, privi di bellezza … informazioni brute, materia da polverizzare che non è stata ancora trattata. È quello che fanno spesso i giornalisti. Non amano sentirselo dire ma abbiamo bisogno di tutta questa materia per creare. I granelli di sabbia si accumulano per preparare le opere. Il creatore non è più solo nel produrre il mucchio di sabbia ma è ancora colui che gli dà la forma.

E’ qui che interviene la consapevolezza. Senza la consapevolezza della creazione a venire, a volte solo un desiderio, non abbiamo alcun motivo per impastare gli UGC, per produrre. Naturalmente può essere il tempo a produrre l’impasto. È quello che accade nelle città d’arte. Ogni casa è un UGC. La consapevolezza si fa luce a poco a poco, in un tempo troppo lento per noi, un tempo inumano. Se c’è un’opera collettiva è senza consapevolezza, credo. Non conosco nessun esempio di una folla che si sia riunita per creare un’opera. Quale, innanzitutto? Ma se anche avvenisse, l’idea sarebbe nata da qualcuno, no? Pensiamo alle cattedrali, ad esempio.

Lo statuto professionale (remunerato) o amatoriale (non remunerato) non cambia più di tanto le cose nella cyborghizzazione. I giornalisti disprezzano spesso gli UGC ma essi stessi producono contenuti di questo tipo. È una tappa necessaria, preliminare alla costruzione del mucchio di sabbia … è il terreno di partenza per diventare cyborg.

GBA : In Italia, in realtà, abbiamo, tra gli altri, un esempio di successo di lavoro collettivo nella letteratura con la « band di scrittori » Wu Ming. È un esempio di narrazione prodotta attraverso una tecnica di lavoro che crea “fusione” e “con-fusione” fra gli autori e i loro stili di scrittura, fino a perdere la possibilità di attribuzione di ogni parte del libro e di ogni singola riga. Si tratta di un’opera collettiva “con” consapevolezza, credo.

E, d’altra parte, dalla scrittura in avanti (la stampa non fa che radicalizzare le cose)  non è possibile pensare l’autore come una realtà solitaria, come entità isolata. Oppure: pensiamo al lavoro del copista che in realtà è l’altro autore del testo, colui che lo riscrive.

Qual è dunque la vera mutazione oggi? Né i blogger né i giornalisti, tu dici, sono un esempio di autore che si fa cyborg. Quali sono allora i laboratori dei cyborg?

TC : Quando parlo di collettivo penso sempre a un collettivo decentrato e non gerarchico (ne La strategia del cyborg parlo della differenza fra cyborg e gestalt). Sono un grande difensore del decentramento e dell’auto-organizzazione in politica (mi si tratta da anarchico razionale). Ma ho l’impressione che l’auto-organizzazione non funzioni per la creazione, più precisamente per la produzione letteraria che è il mio campo di sperimentazione.

Non dico che delle persone non possano collettivamente produrre testi. Le cadavre exquis [gioco collettivo inventato dai surrealisti]. Le esperienze de l’Oulipo [OUvroir de LIttérature POtentielle]. O dei WuMing di cui parli. Tutto ciò non è nuovo, web o non web. Ma anche se apprezzo queste esperienze le opere prodotte mi interessano meno. Infatti non ho mai letto opere collettive auto-organizzate che mi abbiano colpito (parlo di opere create con consapevolezza, non della Bibbia o anche dell’Iliade, di tutti i testi aggregati da copisti e studiosi). Sarà perché non so percepirli o non ho mai avuto la fortuna di incrociarli, sarà perché sono difficili da produrre. La verità sta senza dubbio nel mezzo.

Ad ogni modo la strategia del cyborg non è il collettivismo ma l’estensione della nostra potenza creativa attraverso la potenza degli altri ( ed essi stessi attraverso lo stesso processo possono estendersi). Più che partire per una nuova direzione si tratta di allontanarsi di un passo. D’altra parte la strategia del cyborg va di pari in passo con una strategia della gestalt, non vi si oppone.

GBA: Non si tratta quindi di tecnologie che consentono l’estensione quanto, piuttosto, di modalità di estensione che abilitano e forme in cui le usiamo.

TC: Parlo della strategia del cyborg perché l’ho sperimentata. Perché il mio blog è diventato un laboratorio di cyborghizzazione. E questo pone molti problemi ai nuovi lettori perché si immergono in una rete neuronale in cui non capiscono nulla – che non è proprio il modo migliore di promuovere i miei lavori. Le cose si sono fatte così, poco per volta. Non sono molto dotato nel marketing.

Un blogger non è un cyborg. D’altra parte un autore che usa il suo blog come un laboratorio aperto può diventare un cyborg. Ed è quello che ho sperimentato.  Mi sembra che in Francia François Bon sia allo stesso punto. Negli USA, McKenzie Wark ha scritto Gamer Theory come un cyborg. Mi hai fatto ripensare a lui. Avrei dovuto citarlo, consacrargli un aforisma nel mio testo. Fortunatamente è un’opera aperta Potrei aggiungerlo nella post fazione. È questa la strategia del cyborg. Il testo non è mai finito. Si nutre di scambi attraverso il lavoro creativo, ma anche in seguito.

È qui la novità. Nel passatogli autori comunicavano attraverso le lettere, si incontravano nei caffè, poi ricominciavano a lavorare. Oggi posso scrivere stando in un caffè e scrivo simultaneamente a più livelli: il testo e i suoi commenti. Gli altri sono sempre lì presenti, esattamente come la mia memoria, le mie mani, i miei occhi essi mi estendono. Abbiamo stabilito una rete attraverso il cyberspazio, una rete che si deforma senza sosta ma che non si rompe mai.

Può essere difficile capire ciò di cui parlo per chi non ha provato. Quando scrivo, per esempio, non penso ai miei piedi. Allo stesso modo non penso alla mia estensione che mi fa cyborg. Posso restare concentrato come uno scrittore del passato. Talvolta una mosca si posa sulle mie dita dei piedi, allora penso ai piedi e questo può cambiare il filo dei miei pensieri (parlo dei piedi per colpa di una mosca che mi ronza veramente attorno da stamattina). Allo stesso modo la mia estensione neuronale può sollecitarmi oppure posso aver voglia di muovere le mie dita, ad esempio ponendo alla mia estensione una domanda. Credo che anche se alcuni autori hanno potuto sperimentare questa sensazione di estensione nel passato, oggi essa sia molto più potente e soprattutto facile da provocare.

GBA: La strategia del cyborg è dunque una via alla creatività contemporanea che ci insegna come la nostra condizione di connessione – garantita, ad esempio, dalle nostre vite supportate dal web – sia una modalità di potenziamento ed estensione che garantisce l’individualità senza annullarci in una dimensione collettiva, in un superorganismo.

TC: Ripenso alla gestalt. Può essere creativa se l’insieme dei cervelli connessi crea un super cervello o un meta cervello, se gli autori creano un super autore che dispone alla fine di un’identità propria che va al di là delle identità individuali (teoria del superorganismo). Occorre che si produca una transizione verso un meta sistema, che vi sia emergenza…

Il cyborg è al di sotto di questo livello: la strategia del cyborg è meno ambiziosa. Non ha bisogno di “emergenza”, cioè di una rottura che ci conduca verso l’ignoto, ma di una evoluzione.

Per essere onesti, ho lavorato a questa idea del superorganismo prima di rifiutarla. Non la trovo feconda (e ho anche paura di fondermi in un’entità superiore). E se partecipo ad un super organismo non vedo cosa posso dire in quanto singola cellula. Dubito che possa essere consapevole di ciò che fabbrica il superorganismo. Se crea un’opera geniale non lo saprei mai. E dubito che potrei apprezzarla.

Voglio essere più chiaro. Affinché la gestalt diventi creativa deve formare un superorganismo scappare totalmente dall’umanità mentre il cyborg vi resta attaccato.

Gli equilibri difficili e vertiginosi nell’essere Wired in Italia

A pensarci, in effetti, quello di divulgare Internet tra le persone oggi è un bel problema. Specialmente se il tuo pubblico è italiano e hai come concreta fonte di ispirazione la rivista leader dell’innovazione Wired. E se poi ti chiami Wired Italia.

Max Cava scrive su FriendFeed: “Wired.it mette 2spaghi e delicious tra i 10 social network emergenti #fail

In effetti… come si fa a dire “emergente”. Ma se usiamo da anni 2Spaghi per scegliere dove andare a mangiare quando facciamo una gita e segnaliamo spesso i buoni (ed economici) ristoranti… E Delicious poi, a parte che… è un social network o no? ma non è social bookmarking?

E i commenti fioccano a cercare di mettere in luce come sia paradossale oggi elencare tra gli “emergenti” quei social network il cui uso è nella fase di stabilizzazione (crescente) nelle pratiche quotidiane di molti utenti.

Dovete capirci. C’è una generazione che è cresciuta nel mito di Wired e che se oggi si occupa di tecno cose forse lo deve anche alla lettura di qualche articolo in una copia acquistata-a-Roma-Termini-una-volta-che-ero-in-gita-che-in-provincia-non-arriva e adesso che ce l’abbiamo qui, per noi, a portata di early adopter, di chi si occupa anche professionalmente di Internet, le attese sono alte. Una certa divulgazione giornalistica dell’innovazione della Rete in Italia è sparsa tra quotidiani, settimanali e rotocalchi che, con linguaggi diversi – secondo il proprio pubblico – ci raccontano questo mondo che sta mutando. Ma da Wired ci si aspetta altro.

Linguaggio e pubblico immaginato.

Come l’avrà immaginato Wired.it? Che linguaggio usare? Nell’elenco dei 10 social network emergenti che devi conoscere l’introduzione è questa:

Internet sta mutando, è sotto gli occhi di tutti. Sempre più social e sempre meno statica. In Italia poi è quasi una mania: Facebook è il sito per antonomasia ma anche Twitter e tutti gli altri cominciano a farsi strada nelle nostre case. Non ci sono solo questi due colossi però, tante altre piccole galassie sociali stanno nascendo, spesso dedicate a nicchie ben specifiche a volte con meccanismi del tutto particolari. Ecco tutto quello che volevate sapere e che nessuno vi aveva raccontato sul mondo social che si sta muovendo fuori dalla nostra finestra: i 10 siti di genere che non potete assolutamente ignorare

In effetti, da una rivista dell’innovazione come Wired, forse, ci si aspetta un altro tono ed un altro approccio. Infatti, affonda, Max Cava: “da un wired.it mi aspetto molto di più. su un giornale femminile e su un giornale di tecnologia i temi vanno affrontati diversamente non può essere lo stesso articolo…”

Il punto è: che giornale è il Wired italiano – e piattaforma connessa? Che pubblico ci aspettiamo abbia? È un mensile per gli early adopters o sta lavorando per ampliare la cultura Internet – in un Paese la cui arretratezza è genetica – abbracciando una vocazione (più) generalista alla divulgazione dell’innovazione?

Si tratta di equilibri difficili e vertiginosi.

Le mie considerazioni sbrigative potrebbero finire qui. Ma vale la pena aggiungere un’ultima cosa. A latere ma interlacciata allo stesso tempo.

Un punto a favore della realtà “connessa” di Wired è la risposta in brevissimo tempo del coordinatore della redazione .it che si assume la responsabilità e spiega le ragioni del possibile fraintendimento.

Ciao a tutti, sono Federico Ferrazza, il coordinatore della redazione di Wired.it. Effettivamente il titolo del pezzo e alcune delle frasi della intro sono fuorvianti: l’idea era quella di un articolo che elencasse alcuni degli “altri” social media; in altre parole quelli che non sono Facebook, Twitter o Friendfeed. In ogni caso é evidente che alcuni dei nomi presenti nella lista non sono nuovissimi e mi scuso per l’incoerenza tra articolo e titolo. Grazie comunque per l’attenzione e le critiche. Ciao

Ecco, io questo lo apprezzo. Apprezzo la capacità di entrare nelle conversazioni che ti riguardano senza pretendere la distanza da mainstream media; la coerenza dell’affrontare certe tematiche (la dimensione “social” della Rete) ed agire di conseguenza (monitorare le conversazioni che parlano di te e partecipare ad un thread). Apprezzo anche il sapere scusarsi, pubblicamente online. Un valore che nella realtà conversazionale ha un peso specifico non indifferente.

Effetto farfalla ed editoria digitale

Ci sono giorni in cui hai la fortuna di vedere una farfalla nell’esatto momento in cui batte le ali. Se il movimento d’aria che produce genererà un uragano sul mondo dell’editoria non posso saperlo. So però che con il progetto 40k Books ci troviamo di fronte ad un caso di “sensitive dependence on initial conditions” che ha, secondo la logica della Teoria del Caos – e parlando dell’editoria mi sembra pure appropriato –, la possibilità di introdurre (anticipare?) un movimento evolutivo che può sollecitare l’intero sistema.

Giuseppe spiega bene – e in tono consapevolmente narrativo – come sono andate le cose:

Una mattina di fine aprile a Milano, durante una colazione all’aperto, ragionavamo con Marco Ghezzi e Marco Ferrario su cose di cui, in fondo, discutevamo da mesi sui blog e ai convegni. I temi erano quelli di questi tempi: come sta cambiando l’editoria, gli ebook e i formati nuovi che si possono immaginare.
In particolare ci piaceva l’idea di poter pubblicare libri in diverse lingue e di lavorare su racconti, novelette e brevi saggi focalizzati. Abbiamo discusso a lungo su come caratterizzare i testi (non sapevamo ancora che avrebbero avuto le bellissime copertine di Roberto Grassilli). Ma concordavamo già allora su una cosa: dovevano essere lunghi sulle quarantamila battute, ci dicevamo, usando questa “distanza narrativa” come esempio. «Chiamiamola 40k», ha detto Marco Ghezzi.

Artigianalità ed innovazione, esperienza editoriale e visione.

40k lavora sul formato aperto ePub che garantisce, sul piano della personalizzazione, di sfruttare le dinamiche reflowable dei contenuti, cioè di adattare il testo al proprio lettore e di resizable, adattamento alle proprie “pratiche” di visione (ridimensionamento del carattere). Sul piano culturale rappresenta la sfida lanciata dall’organizzazione International Digital Publishing Forum in termini di standard free e open. Se la mancanza di DRM (in soldoni: protezione dei contenuti) sia da considerarsi una debolezza o una sfida lanciata alla sensibilità del mercato e della cultura digitale è tutta da vedere e da monitorare.

La produzione/distribuzione multilingua garantisce la possibilità di sprovincializzare l’idea editoriale del formato elettronico e di abbracciare pubblici numericamente interessanti (penso al mercato in lingua spagnola ed inglese) potendo però sfruttare la potenzialità cumulativa dei mercati più ridotti (Italia, ad esempio). Il che permette di evitare di produrre domande del tipo: “Può funzionare per il mercato italiano l’editoria elettronica?”. Se ti pensi solo come editore localizzato allora hai capito poco di come funziona la coda lunga della Rete. Soprattutto perché qui non abbiamo a che fare solo con un distributore ma con la costruzione di un progetto editoriale che va alla ricerca di narrazioni e saggi inediti da proporre.

E qui viene, a mio parere, un elemento culturale che caratterizza il battito di ali di questa farfalla: progettare attorno ad un formato “adatto” alla tipologia di fruizione da supporto elettronico e che si sintonizzi sulla nuova sensibilità di lettura del pubblico che legge a video. 40 mila battute. Una “distanza narrativa” che è una vicinanza cognitiva e di pratiche a chi “consuma” lettura digitale. Non si tratta solo di produrre contenuti più brevi ma di creare un formato che respiri il mood di lettura da video, che sia in sync con la lenta evoluzione che la pratica di lettura diffusa di contenuti in Rete sta generando. Sfruttando poi – e penso qui alla collana saggistica: Thinking – le possibilità iper-testuali, iconiche e di rappresentazione visiva dei contenuti dialoganti con le linee di testo mettendole in relazione con il bisogno di agire che la lettura video-digitale produce, quindi mettere segnalibri, prendere appunti, condividere spunti…

La distanza esperienziale e cognitiva rispetto alla pratica di lettura “a stampa” ce la racconta Kevin Kelly nel paper il occasione del 40° anniversario dello Smithsonian, Reading in a Whole New Way. As digital screens proliferate and people move from print to pixel, how will the act of reading change?

Books were good at developing a contemplative mind. Screens encourage more utilitarian thinking. A new idea or unfamiliar fact will provoke a reflex to do something: to research the term, to query your screen “friends” for their opinions, to find alternative views, to create a bookmark, to interact with or tweet the thing rather than simply contemplate it. Book reading strengthened our analytical skills, encouraging us to pursue an observation all the way down to the footnote. Screen reading encourages rapid pattern-making, associating this idea with another, equipping us to deal with the thousands of new thoughts expressed every day.

Vedremo se le ricerche neuro cognitive e comportamentali confermeranno nei prossimi anni. Per ora godiamoci la brezza di novità estiva di 40k. Tra l’autunno e l’inverno si moltiplicheranno le correnti generate dagli editori di libri fisici che porteranno i loro cataloghi in digitale e vedremo se e come sapranno innovare.

Intanto il progetto gemellato Bookrepublic, che distribuisce in digitale una serie di editori indipendenti, è già partito. Il movimento d’aria si è fatto più forte.