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Le fake news: un problema di cultura e consapevolezza

 

Fake-news-cioè-quando-una-notizia-non-piace-ai-dominantiLe fake news sono la cartina di tornasole di un sistema dell’informazione ibrido che vede associarsi la perdita di fiducia negli attori istituzionali (giornalisti, politici, ecc.) ad una concorrenza nella propagazione istantanea di informazioni che vede il protagonismo degli utenti nella distribuzione di news.

Velocità di produzione e diffusione di news, moltiplicazione delle fonti, mutamento del senso di fiducia rispetto al sistema dell’editoria hanno sviluppato una realtà in cui è difficile per l’utente ristabilire una gerarchia di attendibilità anche perché l’utente stesso è parte del sistema di propagazione.

L’unica risposta possibile alle fake news è in tal senso l’educazione e lo sviluppo di un dibattito pubblico che sappia produrre consapevolezza più che paure. Abbiamo cercato di aprire questo dibattito con un appello-manifesto del Digital Transformation Institute che è stato pubblicato anche su Il Foglio. Il decalogo è questo: buona discussione.

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1. Il problema delle fake news esiste da sempre: oggi si alimenta di nuove dinamiche

Le notizie deliberatamente false o artatamente modificate vengono intenzionalmente prodotte e diffuse da sempre. Le fake news diventano oggi un argomento centrale perché le piattaforme web e i social media eliminano qualsiasi mediazione e rendono inefficaci i filtri, i controlli, le regole professionali ed etiche dei sistemi editoriali tradizionali. Le reti attivano processi di destrutturazione del sistema dell’informazione, depotenziano i modelli centralizzati e creano nuovi ecosistemi informativi istantanei, permeabili e sempre più user generated. Le arene discorsive, una volta segmentate in base al controllo di codici complessi, perdono la loro identità ed il loro contesto. Tutti hanno accesso ad un unico contesto discorsivo/dialogico, generato dalle interazioni tra pari e subordinato solo a meccanismi specifici di piattaforma: dagli algoritmi alle policy. Ciò ha determinato grandi opportunità di espressione e confronto ma produce anche grandi rischi.

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La vocazione editoriale di Snapchat

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Ho installato Snapchat nel 2014 (mi trovate come gboccia) ma, in Italia era troppo presto per capirne gli usi sociali e le potenzialità. La mia rete di connessione, adolescenti compresi, ha cominciato ad attivarsi dopo l’estate dell’anno scorso, intensificandosi da Dicembre 2015. È da allora che ho cominciato a vedere crescere una comunità di utenti italiani (il gruppo Snapchat Italia è dell’ottobre 2015), poi di influencer e di brand che timidamente hanno cominciato a giocarci.

Sarà che Snapchat non è un paese per vecchi, sia anagraficamente che pensando agli early adopters delle cose di Internet. Sarà che abituati all’uso normalizzato dei social media, trovarsi davanti quando si accede non a un contenuto ma allo schermo della propria fotocamera sul cellulare, spiazza e non lo si capisce. Sarà che Snapchat non lo devi capire ma lo devi usare, come racconta Filippo Petrolani, e che noi al pensiero del “a cosa serve”, al “come mi può aiutare professionalmente”, al “come monetizzo”  ci siamo, in fondo, abituati.

Intanto Snapchat è cresciuto molto numericamente: mentre Telegram ha raggiunto i 100 milioni di utenti al mese, Snapchat festeggia i 150 milioni al giorno (per Twitter sono 140 milioni).

Caratterizzandosi per un utilizzo consistente da parte dei Millennials (analizzando i dati U.S.), categoria cui il marketing è molto attenta.

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La sua natura di privato sociale, chat e condivisione di immagini e video con i propri amici, è connaturata al suo essere un sistema di messaggistica. Ma è nella sua vocazione editoriale che possiamo osservare le potenzialità espansive, sociali e di mercato: nella possibilità di produrre storie pubbliche per tutti i follower in “My Story”; seguire contenuti editoriali nella sezione “Discover”,; guardare contenuti in “Live Stories” che aggregano utenti che postano partecipando ad eventi o in luoghi dati.

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E l’esaltazione di questa natura editoriale sembra essere particolarmente evidente da ieri, da quando, con la nuova release  Snapchat ha ridisegnato la sezione Storie e Discover dando loro una maggiore visibilità e consentendo di iscriversi ai canali preferiti.

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Le potenzialità espansive di Snapchat per costruire canali verticali è evidente anche analizzando i case histories di influencer dell’ambiente, come Dj Khaled e le loro Storie. I suoi video vengono visualizzati da 6 milioni di persone ogni giorno, utenti principalmente 12-34; un episodio di Big Bang Theory nella stessa fascia di età raccoglie un pubblico di 3.3. milioni.

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Le possibilità editoriali di questo ambiente derivano da ragioni profonde, in parte dovute al design e in parte alle pratiche che si sono sviluppate nel tempo.

  • Snapchat focalizza l’attenzione in un’era di scarsità.

La nostra capacità di attenzione online è minore di quella di un pesce rosso. Stando alla ricerca Microsoft.corp è passata da 12 a 8 secondi ed è un risultato evolutivo del nostro adattamento alla fruizione di contenuti da mobile. Snapchat capitalizza questa diminuzione di attenzione consentendo di concentrarsi all’interno dei limiti di soglia senza distrazioni: 10 secondi massimi di video, all’interno di un contesto privo di metacomunicazione sociale (non ci sono like, commenti, cuoricini o altre distrazioni da vita connessa) e concentrato sull’unico contenuto che si sta fruendo (non c’è timeline, non è possibile usare link, ecc.). L’impermanenza dei contenuti è altro elemento centrale: ho 24 ore (ok rinnovabili) per vedere un contenuto, poi sparisce. Il suo valore è legato alla sua attualità, all’accadere nel tempo prossimo. La sua deperibilità ne aumenta il valore e il suo non sedimentarsi ne ribadisce l’univocità.

  • Liveness: il racconto come esperienza situata

Le live stories aggregano contenuti geolocalizzati che riguardano eventi o esperienze nei luoghi. È così possibile fruire di una selezione editorialmente svolta da Snapchat che produce una storia fatta di micro narrazioni di utenti che accettano di partecipare al racconto inviando il loro contenuto a quella storia ma solo se sono geolocalizzati nell’evento (da utente lo possiamo vedere se tra i filtri da applicare compare quello dell’evento o del luogo). Il racconto parte dalla presenza, è esperienza situata, non è possibile partecipare “da fuori”, come aggregandosi attraverso un hashtag. La selezione è curata, è scelta editoriale. Il contenuto low-fi trova la sua esaltazione nella connessione di micro narrazioni.

Ad esempio il 6 giugno, giorno in cui comincia il digiuno musulmano, abbiamo assistito al racconto del Ramadan fatto dai video dei Millennials che si susseguivano e capace di mettere in narrazione  la differenza culturale, lo stato d’animo, la  in modo emotivamente coinvolgente, ludico e informativo allo stesso tempo.

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  • Il valore di una narrazione verticalizzata

Nei video (e nelle foto) condivisi online il mondo è sempre più visto dagli occhi di un teenager, cioè dagli schermi di uno smartphone, come spiega Marco Massarotto. Snapchat sta imponendo un formato ai brand che vogliono abitare il suo ambiente . In Australia, la catena Hungry Jacks e la Universal Pictures per il lancio di Warcraft hanno sperimentato una Snapchat 3V ad campaign.
Come spiega Venessa Hunt, responsabile per il mobile del GroupM che si è occupato della campagna:

We are shifting very quickly to a vertical world, especially with millennials who don’t know a life before vertical screens. Finding advertising solutions that not only reach the right audience, but speak to their consumption behaviour is imperative.

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Il video verticale satura lo schermo dello smartphone: il contenuto è lo schermo. L’approccio è completamente immersivo, non concede distrazioni, è parte del flusso dei contenuti ma è distinto proprio mentre lo guardi. Per un Millennials quella è la forma del mondo, un mondo che è abituato a guardare e raccogliere attraverso la lente della sua camera innestata nel cellulare e che da lì si fa esperienza.

  • Spingere la post produzione un po’ più a fondo

I contenuti immagine e video vengono quasi sempre editati attraverso testo che funziona da effetto di rinforzo o contrasto rispetto al contenuto visivo; attraverso la possibilità di disegnare direttamente sulle immagini; con emoji e (da maggio 2016) con sticker fumettosi ed emotivi disegnati ad hoc che è possibile posizionare, ingrandire, ruotare, personalizzando il contenuto. I linguaggi espressivi dell’ambiente sono valore aggiunto e non decorazione (sì, anche le Lens per i selfie che vi fanno vomitare arcobaleni).

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Le immagini non parlano da sole (non sempre): il centro non è sulla loro natura estetica (come può essere su Instagram) ma sulla capacità di utilizzarle in modo funzionale ad un racconto. Racconto che spesso si sviluppa attraverso diverse micro narrazioni che si susseguono e il cui senso sta, appunto, nel seguirlo nella sua interezza seriale. Questo ne fa un luogo adatto alla sperimentazione editoriale anche da parte di testate. In Italia da tenere d’occhio l’evoluzione sia de Il Corriere della Sera che de La Repubblica.

  • Il testo conta. A volte si fa immagine.

Anche se Snapchat è il più visuale degli strumenti di condivisione di contenuti che abbiamo a disposizione, il testo conta. Lo abbiamo detto in merito all’attività di post produzione prima della pubblicazione ma la sua centralità viene ribadita dagli utenti che sottolineano la presenza nei video di particolari frasi o che nelle fotografie aggiungono un fumetto di qualcosa detto dal protagonista. Il testo conta perché molti sono i video di parola, in cui è ciò che viene detto ad essere protagonista.
La parola scritta assume anche rilevanza in sé diventando immagine, come in quegli snap in cui la fotocamera fotografa il nero in modo da fungere da sfondo per un testo.

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Questa pratica degli utenti spezzando il flusso visivo a cui siamo abituati produce una rottura della routine del racconto, catalizzando maggiormente l’attenzione.

  • I contenuti di valore sono sottratti al tuo flusso

L’attenzione principale Snapchat la riserva all’area Discover dove troviamo pochi e selezionati editori (Yahoo è stato fatto uscire e sostituito da Buzzfeed) che aggiornano quotidianamente i contenuti. Qui vengono sperimentati formati con copertine audiovisive e animazioni che preludono ad articoli di approfondimento anche in versione long form; gallerie di immagini e video, spezzoni documentari, ecc.  in un mix di social network like, magazine e Tv. I contenuti vengono oggi presentati nell’area come anteprime in rettangoli che ricordano le bacheche Pinterest (prima erano bolle contenenti i soli loghi dei media). L’innovazione aportata nell’ultima release consente di potersi abbonare ai canali preferiti e di collocare questi contenuti non-friend fra le storie recenti e, di fatto, renderle attrattive quanto il flusso di contenuti che provengono dagli amici: perché i veri editori concorrenti su Snapchat sono i tuoi amici.

Il business presente e futuro di Snapchat sembra passare da questa volontà di mostrarsi come un canale a vocazione sempre più editoriale all’interno di un contesto ad alta intimità come quello di messaggistica, terreno di coltura su cui è cresciuto all’inizio.

Resta il fatto che la sua strategia di crescita lo disegna sempre più come un walled garden molto ben curato da cui uscire è praticamente impossibile e in cui tutto quello che può accadere, per ora, accade al suo interno.

I canali Telegram e l’intimità con le nicchie

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Come molti di voi sanno si sono moltiplicati in pochissimo tempo i canali telegram che veicolano news. Telegram è una piattaforma per messaggistica istantanea che consente la crittografia dei contenuti e la possibilità di cancellazione a tempo. Una delle possibilità è però anche quella di creare un canale pubblico uno-a-molti per inviare contenuti, canali che cominciano ad essere utilizzati sperimentalmente sia da testate news che da singoli utenti.
Il fenomeno è  interessante e merita alcune reazioni a caldo, solo piccole note di campo per una realtà che è in rapida evoluzione ed è parte, mi pare, di un cambiamento più ampio: rintracciare i propri lettori in percorsi della vita connessa i più diversi e adatti alle diverse sensibilità, mode e predilezioni (vedi il canale BBC su Viber o Cosmopolitan su Snapchat, per dirne solo due).
I canali Telegram:
1. costruiscono un rapporto con le nicchie: che siano una comunità di interesse, gli influencer o la nuova borghesia digitale, è possibile costruire una relazione più ristretta, capace di “cerchiare” specifici rapporti. E’ questa la sua forza più che sparare nel mucchio. La vocazione anti-generalista è quella che può fare la differenza;
2. creano una dimensione che unisce l’immediatezza della news al senso di intimità di fruizione: la notifica ti arriva sullo smartphone in un canale di un’applicazione che hai scaricato fondamentalmente come chat e che (forse) utilizzi soprattutto per quello: portare un contenuto generalista in un ambiente intimo è di per sé una bella sfida. Spesso i contenuti che ricevo sono accompagnati da un tono che può essere più confidenziale (penso al canale di Domitilla Ferrari), talvolta supportato da elementi più propri di una chat come le gif reactions, ecc. – sono riuscite, ad esempio, molte delle interazioni del canale di Wired Italia;
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3. possono sincronizzare in modo più potente il tempo mediale con quello di vita (vecchia vocazione dei media generalisti): posso cercare di sintonizzarmi con i tempi dei miei pubblici richiedendo la loro attenzione nei momenti che immagino di pausa o di bisogno nella loro quotidianità; posso curare questi momenti attraverso connessioni con  lo zeitgeist della mia nicchia: dai banali modi di introdurre la mattina alle scadenze, eventi, ecc. Si tratta di modalità che sono poco convenzionali per le testate ma che è possibile sperimentare in modo significativo su Telegram, stimolando alla lettura della notifica nel momento giusto. Per questo mi aspetto che chi crea un canale sappia avere il senso del tempo nel comunicare con me.
I social media ci hanno abituato a trovare i contenuti quando decidiamo noi, il canale Telegram gioca rovesciando la logica, perciò avere il ritmo del rapporto giusto diventa fondamentale;
4. creano quindi un contesto “diverso” per trattare informazioni che già circolano su canali con vocazione più mainstream. A che serve ributtare su Telegram contenuti che già si condividono su Facebook o Twitter? Rivedendo i punti da 1. a 3. possiamo immaginare una vocazione diversa, anti-minstream, più attenta a posizionarsi vicino ai soggetti con cui si entra in contatto. Anche a rischio di più alta selettività: ritorniamo qui alla logica delle nicchie.
Per questi motivi l’asticella si alza: richiedere l’attenzione in modo così profondo significa meritarsela. La cura del canale mi immagino avverrà attraverso un’attenzione maggiore per quei dettagli che facciano diventare la news un elemento finale di una relazione più stretta che verrà a crearsi.

Re: @gba_mediamondo Editoria unofficial: tra self publishing e nuova circolazione

[disclaimer: sono un autore 40k e conosco bene il responsabile editoriale. Detto questo quando scrivo di qualcosa ci metto la faccia e la mia reputazione online. Preferisco avvertire e continuare a parlare di temi che ritengo interessanti]

L’editoria oggi sta ripensando se stessa, spinta anche dal sussultare delle onde di innovazione culturale e di condizioni produttive e di circolazione che il web propone. Da una parte troviamo quindi le possibilità del self publishing, con l’apertura di credito al singolo autore che, però, deve rinunciare al brand di una casa editrice, ad esempio, e saper controllare  l’intero processo produttivo e di distribuzione per costruire un prodotto culturale di qualità e che sia visibile a partire dai luoghi di circolazione e diffusione. Dall’altra sappiamo che i contenuti editoriali incorporano sempre di più le reti sociali che si costruiscono attorno a loro ed al loro autore così da valorizzare il prodotto editoriale caricandolo di senso capace di indicare le vie di circolazione. La reputazione online di un autore, ad esempio, finisce per costituire il DNA nelle possibilità di circolazione.

Per questo motivo trovo di particolare interesse il progetto 40K Unofficial che si propone come luogo editoriale di disintermediazione fra autore e pubblico… gestito da una casa editrice (anche se di editoria online).

L’idea è semplice: immaginate di avere un post un po’ lungo, di quelli che pensate raccontino bene quello che volete dire su un tema e di farlo diventare un ebook editorialmente gestito e distribuito da chi produce e distribuisce professionalmente online contenuti editoriali.

Perché allora non lasciare che restino post in un blog, ad esempio? Dovete chiederlo ad Alessandro Gilioli, Luca De Biase, Lia Celi e Simona Melani che aprono la non-collana parlando di temi a loro cari e sui quali hanno una reputazione online visibile e connessa.

Abbiamo forse bisogno di nuova circolazione delle cose che pensiamo e condividiamo online nelle nostre reti sociali, tra spazi di blogging e social network, aprendoci anche ad altre forme pubbliche del dibattito. Come quella del libro/ebook, che ha logiche di lettura ed attenzione diverse da quella di un post o di uno status. Che prevede modi e tempi di lettura e riflessione diversi, sottratti al flusso, sospesi e concentrati. Magari per rimettere poi il tutto, come commento o segnalazione, nel flusso.

Così la casa editrice si fa piattaforma di servizio per produzione/circolazione per chiunque abbia un suo momento unoff da proporre (come da form).

Da notare le copertine adatte al web e alla circolazione sociale che hanno una quarta incorporata sotto forma di ReTweet.

Quando l’agenda si costruisce dal basso: con lo squer

L’ecosistema informativo in cui siamo oggi immersi miscela sempre di più i percorsi delle news con i meccanismi di connessione con i friend online e con i luoghi di selezione sul web, come ho già raccontato.

Il problema diventa allora distinguere ciò di cui si parla con l’inevitabile rumore di fondo e trovare modi di condividere quei contenuti interessanti che possono arrivare secondo percorsi selettivi dotati di senso, facendoli diventare un’occasione per costruire conversazioni e relazioni. Informarsi attraverso i social network richiede oggi di essersi costruiti accuratamente una propria timeline e di sapere usare le scorciatoie sociali e quelle pratiche che consentono all’informazione di emergere. Oppure affidarsi a portali professionali che filtrano in modi e forme tradizionali le news escludendo il valore sociale (e relazionale) che potrebbero avere quando diventano contenuti attorno a cui si possono aggregare i nostri “amici” ed i loro commenti.

Così ci districhiamo fra timeline pubbliche con improbabili video (e non solo i lolcat), news che scompaiono dietro foto e status personali. Oppure arranchiamo nel ricercare informazioni e conversazioni usando gli #hashtag, una di quelle pratiche che gli utenti hanno ideato per mettere in connessione un tema, ma che non così spesso sappiamo utilizzare. Basta che osserviate come durante il #terremoto molti ringraziavano quelle (micro)celebrity che li informavano grazie ai retweet, forti di una micro competenza che la massa di utenti ancora non ha nell’usare la propria timeline su Twitter come una sorta di canale televisivo unico.

Per questi motivi mi sembra che la piattaforma informativa squer.it, tutta italiana, che ha da pochissimo fatto la sua comparsa, abbia tutte le potenzialità per rispondere ai bisogni di chi oggi è un news consumer online. Perché rilancia in tempo reale le conversazioni che online vengono fatte, organizzandole sotto aree tematiche generali e specifiche (provate a seguire Euro 2012 o London 2012) e consente di organizzare la propria vision delle news anche per “popolarità” e “squerability”.

Lo squer, come possiamo leggere nelle FAQ, è il “mattoncino” su cui un contenuto viene organizzato:

Lo squer è il frammento minimo di informazione nell’ecosistema, il contenuto da esplorare.
È dinamico e connesso, tramite i nostri algoritmi, con le conversazioni di tutti online.
Non solo cambia il suo valore e la sua posizione nel tempo, a seconda della popolarità del tema, dell’interazione, della freschezza e della diffusione sui Social Media, ma è la tessera di un mosaico in grado di restituire un’immagine diversa dell’ecosistema informativo in ogni momento.

 

Oltre ad avere potuto partecipare alla fase di testing, giocando con gli squer e le organizzazioni della “cura” delle news, ho approfondito con Luca Alagna, che è una delle menti dietro al progetto, il senso di una piattaforma che racconta “di cosa stiamo parlando online?”.

Puoi leggere la chiacchierata con Luca su Techeconomy.

Strappare il velo: iniziativa per un Freedom of Information Act in Italia

La strada che dobbiamo percorrere per lo sviluppo di questo Paese passa dalla trasparenza, una trasparenza che riequilibri il rapporto tra cittadini e Istituzioni. E non si tratta solo di inglobare un’ideologia dell’orizzontalità che l’evoluzione del web ci sollecita ogni giorno di più in diversi settori della vita pubblica e sociale ma di rispondere al mutamento di posizione che in quanto cittadini vogliamo avere nella “cosa pubblica”. Non voglio più vivere situazioni di scarsa trasparenza come quella per le nomine Agcom a lungo.

Per questo l’open government è un’esigenza prioritaria. E per questo occorre in Italia una legge sul diritto e sulla libertà di informazione che ristabilisca un corretto rapporto tra cittadinanza e Istituzioni, come sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. È questo il senso dell’iniziativa per l’adozione di un Freedom of Information Act in Italia (foia.it) che si pone gli obiettivi di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di un rapporto paritario tra cittadino e pubblica amministrazione e di impegnarsi per far mettere in primo piano nella agenda parlamentare una revisione della legge del diritto di accesso alle informazioni.

Ho approfondito con un altro promotore del FOIA italiano, il giornalista Raffaele Fiengo, per una vita componente del Comitato di redazione del Corriere della Sera e sempre in prima linea quando si tratta di libertà dell’informazione.

GBA: Raffaele ci racconti l’origine del FOIA in America e il suo senso per l’amministrazione?

RF: Il 13 luglio 1971 il New York Times incominciò a pubblicare i Pentagon papers che dimostravano il falso incidente del Tonchino con il quale gli Stati Uniti giustificavano la guerra del Vietnam. Washington fermò la pubblicazione. Ma la Corte Suprema diede ragione al giornale che poté uscire con le carte segrete. Anche se il paese era in guerra. Vinse la trasparenza.

Ed Obama, nel primo giorno da presidente ha fatto tre provvedimenti per ampliare proprio il FOIA. E si è visto con l’uscita delle comunicazioni interne che spiegavano come era avvenuta la vergogna della tortura, fino alle note che autorizzavano il waterboarding.

GBA: Cosa spinge in questa fase storica a proporre in Italia una legge per la libertà dell’informazione sulla forma del Freedom of Information Act ?

RF: Per molti anni questa nostra povera democrazia ha dovuto pensare alla propria sopravvivenza. Nemici e criminali operavano anche accanto e perfino dentro  le istituzioni. Gli strumenti del pieno funzionamento della democrazia come “esercizio del potere pubblico in pubblico” (secondo la bella definizione di Bobbio) erano un orizzonte lontano.

Negli anni 90 (quando decine di paesi democratici legiferavano sulla trasparenza), noi fermi al limite dell’interesse “personale e concreto”, il contrario della comunità. Un testimone racconta che fu lo stesso Andreotti a volere così.

Questa opacità pubblica, che ha certo aiutato il declino, il disastro che abbiamo davanti, oggi non tiene più.

Nonostante la pochezza, salvo rare eccezioni, dei grandi media non in grado di rompere un assetto in realtà omertoso, si è fatta strada una opinione pubblica con forte “domanda di trasparenza”.

E’ avvenuto perché la pesantezza della crisi ha portato in superficie fatti pubblici non conosciuti cosi clamorosi da esigere chiarezza. Le forme in cui si manifesta la domanda sono diverse.  Quasi tutti capiscono che il paese non può più permettersi un assetto di rapina. Con vera trasparenza la corruzione, per esempio, arretra per forza.

GBA: C’è quindi una domanda di trasparenza che sembra oggi avere tutte le condizioni di possibilità per realizzarsi: come darle concretamente corpo?

RF: Cercheremo di presentarla, tutti insieme, la richiesta del FOIA, direttamente  in un incontro della “Iniziativa” con Monti. Basterà un decreto, semplice e chiaro. Ma subito. Solo una democrazia così può battere perfino lo spread.

L’appello è, ovviamente, pubblico e se volete potete firmarlo qui.

Apogeonline, quello che siamo.

 

 

Apogeonline è un pezzo importante della cultura digitale in Italia. Abbiamo imparato a conoscere temi e persone che ruotavano attorno alla crescita del web nel nostro paese. Ci ha spiegato chi siamo. Oggi senza tanto rumore, come scrive Massimo,  cambia politica editoriale. Avrei preferito aspettare la comunicazione pubblica dell’editore ma visto che se ne è scritto

In privato ne avevamo già parlato. Sia con Sergio Maistrello, che lo ha diretto, che con la lunga mailing list di collaboratori e con Marco e Federica che questo progetto lo hanno sempre sostenuto. È inutile che vi racconti qui la rabbia e l’affetto che ci siamo scambiati. Ma vale la pena ricordare che un editore è libero di scegliere le sue strategie, che il mercato è cambiato, i piani di sviluppo pure e bla bla bla…

Resta il fatto che un pezzo di cultura digitale se ne va. Tranquilli: gli archivi restano attivi e Apogeonline non chiude ma si occuperà di “tecnologia praticata” più in linea con l’orientamento all’informatica preso da Apogeo come editore.

Però penso sia stata una bella avventura. Ve li ricordate i primi post del 1999 di Bernardo Parrella che portavano news dalla Rete attraverso la sua connessione incerta dalla California per un magazine online che curava “con rudimentali html editor e ftp text-only”? E le “Quinta di copertina” di Antonio Sofi che ci consegnava in podcast la sua rassegna stampa di quello che quotidiani e settimanali raccontavano della Rete? E le rassegne di Federico Fasce su “quel che si dice in Rete” che hanno raccolto le considerazioni sparse tra i blog consegnandole anche ai lettori non geek del magazine. O il tradizionale appuntamento di fine anno con Giuseppe Granieri che fa il quadro di quello che è accaduto e accadrà sul web senza gli eccessi della futurologia. E le riflessioni su temi ostici del diritto digitale proposti da Elvira Berlingieri e di Eernesto Belisario o i nu-guru zone di Roberto Venturini che accompagnavano negli ultimi anni la lettura del venerdì, i tentativi di Maurizio Boscarol di spiegare con i fumetti a Caparezza i social netowrk, i taglienti approfondimenti sulle questioni della tecnologia digitali in Italia di Alessandro Longo, le recenti letture semio-antropologiche di Giorgio Jannis, e le tante intelligenze – troppe per ricordarmele tutte: ma basta scorrere le annate – che hanno dato corpo a rubriche, interviste o anche solo a un post fulminante capace di mettere il dito sul cambiamento digitale, commentarlo e criticarlo.

Ecco, Apogeonline ci ha insegnato a ragionare con pacatezza e misura, ma anche con passione e polemica argomentativa, sulla cultura digitale, con la giusta attenzione alla crescita di un pubblico italiano che approcciava man mano attraverso gli autori che scrivevano i cambiamenti che la Rete mostrava alla società e della società. Apogeonline aveva, insomma, il carattere di Sergio Maistrello che durante molti anni l’ha diretto accompagnano noi tutti, autori, lungo un percorso di crescita.

La mia rubrica “Mutazioni digitali” l’ho riordinata dentro al blog. Ci trovate i link ad ogni post che ho scritto e scorrendoli mi accorgo delle trasformazioni che in due anni abbiamo avuto nei comportamenti sociali sul web di produzione, condivisione e consumo.

Fuori dalle retoriche della nostalgia e dei ricordi vale la pena che ci diciamo di come oggi la cultura sul digitale abbia trovato spazi multipli di dispersione tra progetti editoriali online e social network, gruppi Facebook e segnalazioni su Twitter. Resto però anche dell’idea che un progetto che sia riuscito a mettere insieme il pubblico un po’ più geek con quello dei più interessati e curiosi ma magari con meno competenze (quante volte anche nei commenti è capitato si richiedesse di spiegare dei termini dati per scontati) sarà sempre un progetto vincente. E’ che questo progetto, nella parte abitata della Rete, l’abbiamo pensato sempre un po’ nostro. Anche per chi ne era solo lettore. In fondo quelli che leggevamo li incontravamo nelle nostre strade digitali, potevamo parlarci, erano vicini e non distanti, erano come noi, eravamo noi.

Quella che era la mia lettura di Apogeonline oggi è un’aggregazione su Feedly dei blog dei diversi autori. Ma conto che, con loro, ci rivedremo da altre parti e in molti modi.