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Re: @gba_mediamondo Editoria unofficial: tra self publishing e nuova circolazione

[disclaimer: sono un autore 40k e conosco bene il responsabile editoriale. Detto questo quando scrivo di qualcosa ci metto la faccia e la mia reputazione online. Preferisco avvertire e continuare a parlare di temi che ritengo interessanti]

L’editoria oggi sta ripensando se stessa, spinta anche dal sussultare delle onde di innovazione culturale e di condizioni produttive e di circolazione che il web propone. Da una parte troviamo quindi le possibilità del self publishing, con l’apertura di credito al singolo autore che, però, deve rinunciare al brand di una casa editrice, ad esempio, e saper controllare  l’intero processo produttivo e di distribuzione per costruire un prodotto culturale di qualità e che sia visibile a partire dai luoghi di circolazione e diffusione. Dall’altra sappiamo che i contenuti editoriali incorporano sempre di più le reti sociali che si costruiscono attorno a loro ed al loro autore così da valorizzare il prodotto editoriale caricandolo di senso capace di indicare le vie di circolazione. La reputazione online di un autore, ad esempio, finisce per costituire il DNA nelle possibilità di circolazione.

Per questo motivo trovo di particolare interesse il progetto 40K Unofficial che si propone come luogo editoriale di disintermediazione fra autore e pubblico… gestito da una casa editrice (anche se di editoria online).

L’idea è semplice: immaginate di avere un post un po’ lungo, di quelli che pensate raccontino bene quello che volete dire su un tema e di farlo diventare un ebook editorialmente gestito e distribuito da chi produce e distribuisce professionalmente online contenuti editoriali.

Perché allora non lasciare che restino post in un blog, ad esempio? Dovete chiederlo ad Alessandro Gilioli, Luca De Biase, Lia Celi e Simona Melani che aprono la non-collana parlando di temi a loro cari e sui quali hanno una reputazione online visibile e connessa.

Abbiamo forse bisogno di nuova circolazione delle cose che pensiamo e condividiamo online nelle nostre reti sociali, tra spazi di blogging e social network, aprendoci anche ad altre forme pubbliche del dibattito. Come quella del libro/ebook, che ha logiche di lettura ed attenzione diverse da quella di un post o di uno status. Che prevede modi e tempi di lettura e riflessione diversi, sottratti al flusso, sospesi e concentrati. Magari per rimettere poi il tutto, come commento o segnalazione, nel flusso.

Così la casa editrice si fa piattaforma di servizio per produzione/circolazione per chiunque abbia un suo momento unoff da proporre (come da form).

Da notare le copertine adatte al web e alla circolazione sociale che hanno una quarta incorporata sotto forma di ReTweet.

Copie (legalmente) pirata

Giuseppe Granieri, nella veste di responsabile editoriale della casa editrice di ebook 40K, scrive:

Da tanti anni esiste l’idea che la disponibilità di una versione gratuita possa non interferire con le vendite di quella a pagamento. Ci sono casi di successo noti e casi su cui non si hanno feedback sufficienti.

Il tema della apparente “doppia morale editoriale” (ma come? Vendi e regali allo stesso tempo?), che si tratti di libri, musica, software, rappresenta un’annosa questione. Anche perché le esperienze sono solitamente molto diverse.

Prendete i Radiohead che con In Rainbows hanno lanciato un sasso nello stagno dell’editoria musicale permettendo di scaricare le copie pagando quanto si ritenesse giusto (chi pagava ha dato fra i 5 e gli 8 dollari). Il resto erano limited edition, concerti, gadget. Nonostante questo la pirateria e la circolazione nelle reti peer-to-peer ha superato la logica del download dal sito ufficiale: “Non è quindi il prezzo sul mercato, né sono i lucchetti DRM la motivazione che fa preferire i sistemi di file sharing ad un’offerta legale”, si era detto allora.

Oppure i WuMing che da sempre (il 1996) hanno un contratto editoriale con Einaudi che consente alle  loro produzioni di essere copyleft. La dicitura sui libri è “Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta”. Per questo li trovate scaricabili sul loro sito. Quando Manituana venne messo a disposizione per il download tornò nella classifica delle vendite dei libri di carta.

Insomma, esperienze diverse che, però, spesso rimandano a supporti diversi: ti scarichi il libro in PDF ma esiste la copia cartacea con copertina, risvolti eccetera; downloadi i file musicali ma c’è il CD concepito da un designer e contenuto in una confezione extraricercata.

Per questo motivo mi sembra interessante la sperimentazione lanciata da 40K:

Abbiamo fatto una nuova edizione di Cardanica […] con nuova cover e nuovi isbn (per i vari formati). E l’abbiamo messa online come Pirate Edition, invitando i lettori a farla circolare e a condividerla nei modi che ritengono più opportuni.

L’unico oggetto libro “Cardanica” che esiste è quello che potete piratare. Si può “ricompensare” con un Tweet o con nulla. L’invito è quello a diffondere nei modi diversi. Sarà interessante aspettare i dati dell’esperienza. Intanto, voi, potete piratare la vostra copia qui.

Questo libro non è per voi

Oggi esce il mio ebook Facebook per genitori (ed. 40K)  e potete acquistarlo qui. È un saggio che nasce da una serie di conferenze e incontri pubblici che ho fatto per i non-addetti-ai-lavori – i genitori e gli educatori che hanno a che fare con quelli  che continuiamo a chiamare “nativi digitali” – e per alcune scuole – in alcune sono stato invitato dai ragazzi, proprio dai “nativi”, durante le settimane dell’occupazione. L’esigenza era sempre la stessa: capire il “senso” che ha per i ragazzi stare su Facebook e sulla Rete in generale e cercare di capire che nel loro modo di abitare online c’è una normalità. Due generazioni diverse hanno l’esigenza di incontrarsi su questo tema al di là degli stereotipi e di una cultura conflittuale.

Nell’ultimo anno ho cercato di costruire così un percorso di divulgazione del rapporto tra i ragazzi e la Rete che partisse dalle ricerche e dai dati scientifici ma che sapesse raccontare non solo dentro l’Università il cambiamento in atto. I miei post per la rubrica Mutazioni digitali su Apogeonline e quelli per il blog Vodafone inFamiglia sono stati spesso un’occasione per riflettere meglio in questa direzione.

Così, a un certo punto, è nato questo saggio, che, per fare il percorso che avevo in mente, doveva prendere la forma del digitale: un ebook appunto. Se vogliamo capire il modo di abitare la Rete dobbiamo entrarci, acquistare e leggersi un libro attraverso Internet mi è sembrato un buon modo di metterci in strada.

La pagina Facebook del libro è il luogo in cui mi piacerebbe continuare a parlare dei temi che tratto aprendo la conversazione con i lettori. Che è un altro modo di frequentare gli ambienti “nativi”.

Questo libro, quindi, non è per voi, per i lettori del mio blog, i miei studenti, i colleghi, chi segue le mie attività di ricerca universitaria… O meglio: lo è se proviamo a calarci nel punto di vista di qualcuno che con la Rete e con Facebook ha meno confidenza di voi, che ha necessità di entrare in punta di piedi in un viaggio che lo porta in una terra incognita che per molti di noi è, semplicemente, la nostra quotidianità. Se lo leggete con questo sguardo troverete allora alcune chiavi per interpretare meglio anche quelle cose che noi, un po’ più addentro, abbiamo spesso sotto gli occhi come cose “normali” e che però hanno significati profondi circa il mutamento in atto.

La cultura della Rete, quella dei ragazzi poi, non è ancora così diffusa e compresa e cercare di divulgarla richiede di costruire un racconto che, tra un termine geek e un altro, mostri l’assoluta normalità di un mondo che stiamo imparando ad abitare.

UPDATE

Su La Stampa un’anticipazione del libro su “15 consigli pratici” e uno sconto 😉

Farsi Cyborg

Scrivere l’introduzione per il libro di Thierry Crouzet La strategia del cyborg”edito da 40K mi ha portato a conoscere l’autore francese e ad intrattenere con lui una lunga chiacchierata sui temi del suo saggio attraverso uno scambio di mail per alcuni giorni. Un estratto è anche comparso su La Stampa.

Qui pubblico la versione integrale togliendo le digressioni, le chiacchiere serali via mail dalle nostre scrivanie tra una domanda e una risposta, i chiarimenti sulle rispettive posizioni… Quello che resta è un approfondimento sulle implicazioni antropo-filosofiche del suo pensiero e alcune acute osservazione sul rapporto tra produzione e consumo di conoscenza e fra le forme collettive e gli stati di connessione contemporanei.

GBA : Thierry, la visione che hai del cyborg mi sembra un tentativo di superare una certa metafora culturale nata negli anni ’90, penso a Donna Haraway, per esempio, che esaltava l’ibridazione uomo/macchina e che è stata la base per lo sviluppo di molta letteratura scientifica e fiction, così come di una parte del cinema che rifletteva sul futuro del rapporto tra il corpo e la tecnologia. Il tuo cyborg è invece frutto di una visione più ecologica e attenta all’atto creativo, una vera e propria simbiosi tra network di individui e tecnologie di connessione con finalità di produzione di opere che mi sembra andare oltre il problema corpo/tecnologia e da un’altra parte. Cosa significa per te quindi oggi essere “cyborg”?.

TC : Un giorno ho scoperto di essere un cyborg. Dopo aver scritto il saggio Le cinquième pouvoir usando il mio blog come un laboratorio aperto, ho voluto lavorare su un nuovo libro da solo, alla vecchia maniera. Ma qualcosa non funzionava. Mi sentivo meno intelligente. È stato in questo modo che ho scoperto che il mio blog, e soprattutto i miei commentatori, avevano, in un certo modo, aumentato le mie capacità cognitive. Ero diventato un umano esteso e tornare alla mia vecchia umanità mi produceva uno strano stato di insoddisfazione. Mi sentivo letteralmente stupido.

E’ così che ho immaginato che diventiamo dei cyborg, dei nodi di un’immensa rete di interdipendenze, con i nostri amici, le nostre relazioni virtuali, con gli oggetti e, in qualche modo, con tutto ciò che esiste nella biosfera.

Non si tratta certo di un fenomeno nuovo ma ritengo che la sua potenza sia oggi moltiplicata. Talvolta ho l’impressione che i miei neuroni si estendano lontano dal mio cervello. Con questa estensione noi stiamo, probabilmente, umanizzando tutto ciò che ci circonda, stiamo facendo saltare il dualismo che vede l’uomo separato dal resto del mondo (e dagli altri uomini). Il cyborg è un’entità sociale.

Donna Haraway usa la metafora del cyborg per farci uscire dalle vecchie classificazioni, come quelle di genere. Io estendo questa idea, tranne che, per me, il cyborg non è una metafora ma uno stato che ci è diventato accessibile. Ho la certezza che oggi per essere un creatore occorra essere un cyborg. Il tempo dei creatori solitari è andato (ma è mai esistito?).

GBA : Sono d’accordo con te sul fatto che oggi la « connessione » sia più visibile e gestibile e che sia diventata, al di fuori di ogni metafora, uno stato dell’esistenza. Siamo sempre più fisicamente in uno stato di connessione continua e costante gli uni con gli altri e con gli oggetti del mondo (materiale o immateriale) in una maniera che ricombina in modo nuovo immediatezza e mediazione, localizzazione e delocalizzazione.

Ma diventare un cyborg richiede una presa di coscienza che non dipende solamente dall’uso di strumenti di connessione (cellulari, palmari, computer, ecc.). Quello che, secondo me, cambia è il nostro “senso della posizione” nella comunicazione: da oggetto della comunicazione (pubblici, consumatori, cittadini, lettori) diventiamo soggetto della comunicazione. E diventiamo consapevoli di questa nuova centralità nelle forme di produzione. Con il nostro blog, ad esempio. Eppure, come hai scritto nel libro La strategia del cyborg: “bloggare, scrivere sui blog, può forse essere necessario alla cyborghizzazione, ma in nessun caso sufficiente”. E inoltre: “La probabilità che delle opere collettive vengano create in maniera totalmente consapevole [come Wikipedia] è debole”. Qual è allora il rapporto fra queste forme di creazione e la natura cyborg? E le differenti forme di UGC (User Generated Content), cioè le opportunità di crescita di produzione e distribuzione di opere prodotte, per così dire, dal basso (ovviamente nel continuum tra amatorialità e professionalità) che ruolo hanno nella strategia del cyborg?

TC: Da un lato non credo alla possibilità di creatori solitari; dall’altro non credo alle creazioni collettive. Ad ogni modo non ci credo per quel che riguarda opere d’arte o anche delle teorie filosofiche o scientifiche. Questo potrà sembrare ambiguo. Il creatore deve aumentare se stesso con l’aiuto degli altri secondo la strategia del cyborg, ma gli altri senza la presenza del creatore non possono creare delle opere. Il creatore è una sorta di catalizzatore. Rimane indispensabile, il suo nome è importante. Non torneremo al Medio Evo quando gli artigiani non firmavano le loro opere.

Gli UGC senza un catalizzatore restano contenuti incoerenti, privi di bellezza … informazioni brute, materia da polverizzare che non è stata ancora trattata. È quello che fanno spesso i giornalisti. Non amano sentirselo dire ma abbiamo bisogno di tutta questa materia per creare. I granelli di sabbia si accumulano per preparare le opere. Il creatore non è più solo nel produrre il mucchio di sabbia ma è ancora colui che gli dà la forma.

E’ qui che interviene la consapevolezza. Senza la consapevolezza della creazione a venire, a volte solo un desiderio, non abbiamo alcun motivo per impastare gli UGC, per produrre. Naturalmente può essere il tempo a produrre l’impasto. È quello che accade nelle città d’arte. Ogni casa è un UGC. La consapevolezza si fa luce a poco a poco, in un tempo troppo lento per noi, un tempo inumano. Se c’è un’opera collettiva è senza consapevolezza, credo. Non conosco nessun esempio di una folla che si sia riunita per creare un’opera. Quale, innanzitutto? Ma se anche avvenisse, l’idea sarebbe nata da qualcuno, no? Pensiamo alle cattedrali, ad esempio.

Lo statuto professionale (remunerato) o amatoriale (non remunerato) non cambia più di tanto le cose nella cyborghizzazione. I giornalisti disprezzano spesso gli UGC ma essi stessi producono contenuti di questo tipo. È una tappa necessaria, preliminare alla costruzione del mucchio di sabbia … è il terreno di partenza per diventare cyborg.

GBA : In Italia, in realtà, abbiamo, tra gli altri, un esempio di successo di lavoro collettivo nella letteratura con la « band di scrittori » Wu Ming. È un esempio di narrazione prodotta attraverso una tecnica di lavoro che crea “fusione” e “con-fusione” fra gli autori e i loro stili di scrittura, fino a perdere la possibilità di attribuzione di ogni parte del libro e di ogni singola riga. Si tratta di un’opera collettiva “con” consapevolezza, credo.

E, d’altra parte, dalla scrittura in avanti (la stampa non fa che radicalizzare le cose)  non è possibile pensare l’autore come una realtà solitaria, come entità isolata. Oppure: pensiamo al lavoro del copista che in realtà è l’altro autore del testo, colui che lo riscrive.

Qual è dunque la vera mutazione oggi? Né i blogger né i giornalisti, tu dici, sono un esempio di autore che si fa cyborg. Quali sono allora i laboratori dei cyborg?

TC : Quando parlo di collettivo penso sempre a un collettivo decentrato e non gerarchico (ne La strategia del cyborg parlo della differenza fra cyborg e gestalt). Sono un grande difensore del decentramento e dell’auto-organizzazione in politica (mi si tratta da anarchico razionale). Ma ho l’impressione che l’auto-organizzazione non funzioni per la creazione, più precisamente per la produzione letteraria che è il mio campo di sperimentazione.

Non dico che delle persone non possano collettivamente produrre testi. Le cadavre exquis [gioco collettivo inventato dai surrealisti]. Le esperienze de l’Oulipo [OUvroir de LIttérature POtentielle]. O dei WuMing di cui parli. Tutto ciò non è nuovo, web o non web. Ma anche se apprezzo queste esperienze le opere prodotte mi interessano meno. Infatti non ho mai letto opere collettive auto-organizzate che mi abbiano colpito (parlo di opere create con consapevolezza, non della Bibbia o anche dell’Iliade, di tutti i testi aggregati da copisti e studiosi). Sarà perché non so percepirli o non ho mai avuto la fortuna di incrociarli, sarà perché sono difficili da produrre. La verità sta senza dubbio nel mezzo.

Ad ogni modo la strategia del cyborg non è il collettivismo ma l’estensione della nostra potenza creativa attraverso la potenza degli altri ( ed essi stessi attraverso lo stesso processo possono estendersi). Più che partire per una nuova direzione si tratta di allontanarsi di un passo. D’altra parte la strategia del cyborg va di pari in passo con una strategia della gestalt, non vi si oppone.

GBA: Non si tratta quindi di tecnologie che consentono l’estensione quanto, piuttosto, di modalità di estensione che abilitano e forme in cui le usiamo.

TC: Parlo della strategia del cyborg perché l’ho sperimentata. Perché il mio blog è diventato un laboratorio di cyborghizzazione. E questo pone molti problemi ai nuovi lettori perché si immergono in una rete neuronale in cui non capiscono nulla – che non è proprio il modo migliore di promuovere i miei lavori. Le cose si sono fatte così, poco per volta. Non sono molto dotato nel marketing.

Un blogger non è un cyborg. D’altra parte un autore che usa il suo blog come un laboratorio aperto può diventare un cyborg. Ed è quello che ho sperimentato.  Mi sembra che in Francia François Bon sia allo stesso punto. Negli USA, McKenzie Wark ha scritto Gamer Theory come un cyborg. Mi hai fatto ripensare a lui. Avrei dovuto citarlo, consacrargli un aforisma nel mio testo. Fortunatamente è un’opera aperta Potrei aggiungerlo nella post fazione. È questa la strategia del cyborg. Il testo non è mai finito. Si nutre di scambi attraverso il lavoro creativo, ma anche in seguito.

È qui la novità. Nel passatogli autori comunicavano attraverso le lettere, si incontravano nei caffè, poi ricominciavano a lavorare. Oggi posso scrivere stando in un caffè e scrivo simultaneamente a più livelli: il testo e i suoi commenti. Gli altri sono sempre lì presenti, esattamente come la mia memoria, le mie mani, i miei occhi essi mi estendono. Abbiamo stabilito una rete attraverso il cyberspazio, una rete che si deforma senza sosta ma che non si rompe mai.

Può essere difficile capire ciò di cui parlo per chi non ha provato. Quando scrivo, per esempio, non penso ai miei piedi. Allo stesso modo non penso alla mia estensione che mi fa cyborg. Posso restare concentrato come uno scrittore del passato. Talvolta una mosca si posa sulle mie dita dei piedi, allora penso ai piedi e questo può cambiare il filo dei miei pensieri (parlo dei piedi per colpa di una mosca che mi ronza veramente attorno da stamattina). Allo stesso modo la mia estensione neuronale può sollecitarmi oppure posso aver voglia di muovere le mie dita, ad esempio ponendo alla mia estensione una domanda. Credo che anche se alcuni autori hanno potuto sperimentare questa sensazione di estensione nel passato, oggi essa sia molto più potente e soprattutto facile da provocare.

GBA: La strategia del cyborg è dunque una via alla creatività contemporanea che ci insegna come la nostra condizione di connessione – garantita, ad esempio, dalle nostre vite supportate dal web – sia una modalità di potenziamento ed estensione che garantisce l’individualità senza annullarci in una dimensione collettiva, in un superorganismo.

TC: Ripenso alla gestalt. Può essere creativa se l’insieme dei cervelli connessi crea un super cervello o un meta cervello, se gli autori creano un super autore che dispone alla fine di un’identità propria che va al di là delle identità individuali (teoria del superorganismo). Occorre che si produca una transizione verso un meta sistema, che vi sia emergenza…

Il cyborg è al di sotto di questo livello: la strategia del cyborg è meno ambiziosa. Non ha bisogno di “emergenza”, cioè di una rottura che ci conduca verso l’ignoto, ma di una evoluzione.

Per essere onesti, ho lavorato a questa idea del superorganismo prima di rifiutarla. Non la trovo feconda (e ho anche paura di fondermi in un’entità superiore). E se partecipo ad un super organismo non vedo cosa posso dire in quanto singola cellula. Dubito che possa essere consapevole di ciò che fabbrica il superorganismo. Se crea un’opera geniale non lo saprei mai. E dubito che potrei apprezzarla.

Voglio essere più chiaro. Affinché la gestalt diventi creativa deve formare un superorganismo scappare totalmente dall’umanità mentre il cyborg vi resta attaccato.

Effetto farfalla ed editoria digitale

Ci sono giorni in cui hai la fortuna di vedere una farfalla nell’esatto momento in cui batte le ali. Se il movimento d’aria che produce genererà un uragano sul mondo dell’editoria non posso saperlo. So però che con il progetto 40k Books ci troviamo di fronte ad un caso di “sensitive dependence on initial conditions” che ha, secondo la logica della Teoria del Caos – e parlando dell’editoria mi sembra pure appropriato –, la possibilità di introdurre (anticipare?) un movimento evolutivo che può sollecitare l’intero sistema.

Giuseppe spiega bene – e in tono consapevolmente narrativo – come sono andate le cose:

Una mattina di fine aprile a Milano, durante una colazione all’aperto, ragionavamo con Marco Ghezzi e Marco Ferrario su cose di cui, in fondo, discutevamo da mesi sui blog e ai convegni. I temi erano quelli di questi tempi: come sta cambiando l’editoria, gli ebook e i formati nuovi che si possono immaginare.
In particolare ci piaceva l’idea di poter pubblicare libri in diverse lingue e di lavorare su racconti, novelette e brevi saggi focalizzati. Abbiamo discusso a lungo su come caratterizzare i testi (non sapevamo ancora che avrebbero avuto le bellissime copertine di Roberto Grassilli). Ma concordavamo già allora su una cosa: dovevano essere lunghi sulle quarantamila battute, ci dicevamo, usando questa “distanza narrativa” come esempio. «Chiamiamola 40k», ha detto Marco Ghezzi.

Artigianalità ed innovazione, esperienza editoriale e visione.

40k lavora sul formato aperto ePub che garantisce, sul piano della personalizzazione, di sfruttare le dinamiche reflowable dei contenuti, cioè di adattare il testo al proprio lettore e di resizable, adattamento alle proprie “pratiche” di visione (ridimensionamento del carattere). Sul piano culturale rappresenta la sfida lanciata dall’organizzazione International Digital Publishing Forum in termini di standard free e open. Se la mancanza di DRM (in soldoni: protezione dei contenuti) sia da considerarsi una debolezza o una sfida lanciata alla sensibilità del mercato e della cultura digitale è tutta da vedere e da monitorare.

La produzione/distribuzione multilingua garantisce la possibilità di sprovincializzare l’idea editoriale del formato elettronico e di abbracciare pubblici numericamente interessanti (penso al mercato in lingua spagnola ed inglese) potendo però sfruttare la potenzialità cumulativa dei mercati più ridotti (Italia, ad esempio). Il che permette di evitare di produrre domande del tipo: “Può funzionare per il mercato italiano l’editoria elettronica?”. Se ti pensi solo come editore localizzato allora hai capito poco di come funziona la coda lunga della Rete. Soprattutto perché qui non abbiamo a che fare solo con un distributore ma con la costruzione di un progetto editoriale che va alla ricerca di narrazioni e saggi inediti da proporre.

E qui viene, a mio parere, un elemento culturale che caratterizza il battito di ali di questa farfalla: progettare attorno ad un formato “adatto” alla tipologia di fruizione da supporto elettronico e che si sintonizzi sulla nuova sensibilità di lettura del pubblico che legge a video. 40 mila battute. Una “distanza narrativa” che è una vicinanza cognitiva e di pratiche a chi “consuma” lettura digitale. Non si tratta solo di produrre contenuti più brevi ma di creare un formato che respiri il mood di lettura da video, che sia in sync con la lenta evoluzione che la pratica di lettura diffusa di contenuti in Rete sta generando. Sfruttando poi – e penso qui alla collana saggistica: Thinking – le possibilità iper-testuali, iconiche e di rappresentazione visiva dei contenuti dialoganti con le linee di testo mettendole in relazione con il bisogno di agire che la lettura video-digitale produce, quindi mettere segnalibri, prendere appunti, condividere spunti…

La distanza esperienziale e cognitiva rispetto alla pratica di lettura “a stampa” ce la racconta Kevin Kelly nel paper il occasione del 40° anniversario dello Smithsonian, Reading in a Whole New Way. As digital screens proliferate and people move from print to pixel, how will the act of reading change?

Books were good at developing a contemplative mind. Screens encourage more utilitarian thinking. A new idea or unfamiliar fact will provoke a reflex to do something: to research the term, to query your screen “friends” for their opinions, to find alternative views, to create a bookmark, to interact with or tweet the thing rather than simply contemplate it. Book reading strengthened our analytical skills, encouraging us to pursue an observation all the way down to the footnote. Screen reading encourages rapid pattern-making, associating this idea with another, equipping us to deal with the thousands of new thoughts expressed every day.

Vedremo se le ricerche neuro cognitive e comportamentali confermeranno nei prossimi anni. Per ora godiamoci la brezza di novità estiva di 40k. Tra l’autunno e l’inverno si moltiplicheranno le correnti generate dagli editori di libri fisici che porteranno i loro cataloghi in digitale e vedremo se e come sapranno innovare.

Intanto il progetto gemellato Bookrepublic, che distribuisce in digitale una serie di editori indipendenti, è già partito. Il movimento d’aria si è fatto più forte.