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L’Eco di imbecilli e web: la cartina di tornasole di un dibattito che non vogliamo fare

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Chiariamoci: il dibattito sulle parole di Umberto Eco sugli imbecilli ed il web si è da prima trasformato in uno scontro di civiltà “quelli-della-rete vs quelli-di-Eco” dove il nulla si confronta con il nulla.

Qua e là emergono, poi, ragionevoli sintesi, come quella di Dino Amenduni​ per Valigia Blu​ o di Mario Tedeschini Lalli​.

Quello che dobbiamo notare è invece come venga data rilevanza pubblica ed amplificazione mediale alle parole di Eco, parole sollecitate dai giornalisti a margine della sua laurea honoris causa a Torino. Non nella lectio tenuta: una differenza che fa differenza.

Perché il web polarizza ma il giornalismo non è da meno.

Si tratta della cartina di tornasole di un pregiudizio radicato tra progressisti e reazionari che schiaccia ogni dibattito italiano sul web e che impedisce di osservare quanto sta accadendo NON dentro la rete ma nella nostra società a proposito della rivoluzione digitale.

È un dibattito che impedisce di percepire il mutamento della nostra comunicazione quotidiana nella mediazione perenne e connessa; distoglie lo sguardo dal mutamento che attraversa il mondo dell’informazione immaginando una reductio ad unum di quello che accade online (luogo di ogni imbecillità o di virtù teologali); confonde il diritto all’opinione diffusa con la nostra incapacità di selezionare i contenuti o le difficoltà che abbiamo nel dare valore alla condivisione (cosa non ci frena dal condividere uno status imbecille? Probabilmente la stessa cosa che non ci frena nel riportare un pettegolezzo o fare cori razzisti allo stadio) …

Ed è interessante che serva la voce (un po’ roca) di Eco per fare attizzare uno pseudo-dibattito nell’opinione pubblica (o in quello che i media – e penso al giornalismo in questi giorni – pensano di rappresentare in chiave modernista).

Condurre l’opinione pubblica lungo le strade di questo dibattito polarizzante, costruire un immaginario della rete come un territorio di imbecilli o di saccenti difensori a prescindere – talvolta al limite del negazionismo: essù in rete ci stiamo e delle cose ne vediamo, come nella vita, di belle e di strazianti, di cattive e di esaltanti – forse è una via che dovremmo smettere di percorrere.

Parliamone, quindi, di questo vivere connessi, del cambiamento dei nostri costumi, di come la rivoluzione digitale in atto pervada ambiti della nostra scuola, del lavoro e dell’intrattenimento… Ma evitiamo gli scontri di civiltà. O i vaticini. O di spacciare opinioni per fatti. Anche quelle dei guru della comunicazione. Finanziamo più ricerca. Costruiamo occasioni pubbliche per confrontarci su realtà analizzate e non su impressioni. Basta col chiedere e dare le nostre opinioni sul “popolo del web”.

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O finiremo per essere convinti che il cambiamento lo si supporta portando le LIM o i tablet nelle scuole, suggerendo che basta la tecnologia per riformare l’insegnamento. O che la civiltà stia nei cartelli messi in alcuni ristoranti che invitano a parlare con chi hai di fronte e non con chi sta nel tuo cellulare, suggerendo che meno siamo digitali e più siamo sociali.

SOPA, Twitter e le proteste sul web: verso una strategia della tensione digitale?

Il dibattito in corso su Twitter e la censura – la mia posizione in merito alle ragioni o meno dello sciopero le ho espresse ieri – si arricchisce in un confronto che vede, tra gli altri, Fabio Chiusi descrivere bene il problema di un rapporto tra censura che può essere anche legittima e il limite di accettabilità etica, Massimo Mantellini chiarire il rischio che si ha quando “l’interesse aziendale può improvvisamente azzerare ogni valutazione morale”  e Luca Conti richiamare al realismo per evitare di idealizzare o attribuire funzioni salvifiche ad una piattaforma che, come le altre, ha limiti con i quali dobbiamo confrontarci.

In un commento al suo post Fabio descrive quello che per me un punto centrale sul quale dobbiamo riflettere: dobbiamo

immaginare a cosa stia conducendo questa  ‘sinergia’ (involontaria credo) tra governi ignoranti/disinteressati/corrotti, aziende approfittatrici (non è necessariamente il caso di twitter, ma pensa al mercato della sorveglianza digitale dei regimi nutrito da aziende occidentali) e cittadini digitali inconsapevoli e/o strumentalizzati se protestano. Ecco, a me sembra il cocktail sia pericoloso, micidiale.

Concordo sul fatto che il cocktail sia esplosivo e che capirne le ragioni possa mostrarci meglio cosa ci aspetta nei prossimi mesi. Si tratta infatti di una miscela che è frutto di un momento di maturità del web sociale e delle sue relazioni effettive con la società. Il fatto che non si tratti più solo di “conversazioni” ma di “azioni”, che si sia vista la stretta relazione fra quello che si comunica dentro la Rete e quello che si produce fuori dalla Rete sta creando evidenti forme di resistenza istituzionale che, nel regolare il campo di gioco, stanno in realtà combattendo posizioni di potere e forme organizzative consolidatesi con la modernità.

Non è casuale che ci troviamo in uno snodo in cui convergono auto-regolamentazioni di piattaforme che lavorano secondo le logiche di mercato (vedi Twitter e la sua attenzione ad essere accolto in nuovi Paesi ed espandersi al di là dell’occidente), azioni di “legittima” censura sospinti dal mercato (vedi la chiusura di Megaupload) e tentativi di legiferare poco discussi con la società civile (SOPA, PIPA, ACTA ecc.) e in concordanza, piuttosto, con un modello del  capitale che si è costruito con nozioni di copyright, proprietà, ecc. pensate per un contesto antropologico e socio-economico differente.

A questo va aggiunta la realtà “umorale” che sembra emergere dal web – sospinta anche dai venti del mercato – in un’ottica che spesso non ha a che fare con la costruzione di un dibattito e, quindi, di una pubblica opinione che è l’unico strumento organico alla produzione di una rapporto di equilibrio tra stato, mercato e cittadini.

In pratica questa miscela produce un cocktail che rischia, attraverso le forme di estremizzazione, di giustificare proposte contro-evolutive (vogliamo dire contro-rivoluzionarie o di restaurazione pre-digitale?) che non costruiscono un dibattito culturale ma si attestano su una strategia della tensione digitale nella quale rischiamo di finire invischiati.

La melassa di Report e il capitale culturale digitale

La puntata di Report intitolata Il prodotto sei tu è dedicata a sondare il rapporto fra la nostra sovraesposizione in Rete e lo sfruttamento dei nostri dati identitari e gusti a fini di mercato (potete rivedere la puntata qui):

Milioni di Gigabytes delle nostre informazioni personali scalpitano per uscire dai corral delle fattorie di server californiane. I nostri nomi e cognomi, indirizzi, numero di cellulare, gusti, preferenze sessuali e d’acquisto, vogliono correre liberi nelle praterie della Rete dove i pubblicitari non vedono l’ora di prenderle al lazo e Facebook ha il compito di trattenerli. Ma ci riesce sempre? E Google, cosa sa di noi e cosa se ne fa delle informazioni che raccoglie? Condividere è facile anche su Youtube, dove gli Italiani cliccano i video un miliardo di volte al mese e può succedere che qualcuno condivide la roba tua anche se non te lo saresti mai aspettato. Come si fa a difendersi? E come si evitano le trappole che i criminali allestiscono per derubare gli utenti di Facebook quando cliccano il tasto “mi piace”?

Molto in linea con le tesi di Tu non sei un gadget di Jaron Lanier (di alcune tesi ho già parlato).

L’attesa nella Rete nostrana ha mostrato qualche perplessità preventiva. Infatti qualcuno su Twitter commenta: “#Report non ancora in onda ma leggo già parecchi cinguettii perplessi…” e qaulcun altro “Non capisco: si parla sempre bene di #report, la volta che si parla di FB e twitter, tutti hanno pregiudizi e dubbi prima ancora che inizi..”

Le reazioni in Rete durante la diretta (bastava seguire la conversazione su Twitter) e quelle del giorno dopo hanno messo in luce una costruzione della puntata che ha prodotto una melassa di temi, spesso con salti logici adatti a puntare l’attenzione sul conosciuto (cosa c’entrava il passaggio abbastanza lungo su wikileaks qualcuno me lo deve spiegare). Scrive ad esempio, forse esagerando un po’ Matteo Bordone:

Report ha descritto Facebook come un servizio quasi pubblico, che raccoglie surrettiziamente dati personali, li gestisce vergognosamente a scopo di lucro, è deficitario sotto il profilo della sicurezza, attinge in tutti i modi ai conti dei propri utenti. Accanto a questa impostazione, suffragata dalle opinioni di autentici sconosciuti, legati a gruppi, organizzazioni e progetti che io non ho mai sentito, ha anche parlato di truffe online, phishing, spam, furti di identità.

La verità è che la melassa era amalgamata per reggere il mood della trasmissione, per far sentire lo spettatore nel frame riconosciuto.

Scrive ad esempio Edoardo Poeta in una nota su Facebook:

Scritta con lo stile di Report per obbedire al patto comunicativo che ha con i suoi pubblici, i quali si attendono di “scoprire” sempre qualcosa di sconvolgente o straordinario. Insomma, detta più sinteticamente, ha applicato i criteri di notiziabilità tipici della trasmissione della Gabanelli all’argomento social network e non solo (è stato infilato di tutto nel servizio).

La tesi di fondo è corretta, vale la pena ribadirlo, ed è che il contenuto interessante in Rete siamo noi. Lo siamo per quella capacità che ha avuto il web di declinarsi in chiave sociale, rendendo essenziali e visibili le nostre relazioni sociali, portandoci a condividere non solo contenuti ma le informazioni su di noi connesse a questi contenuti (gusti, emozioni, dati…) e consentendo di monitorare queste informazioni e renderle disponibili per il mercato. È la stretta relazione fra Rete e liberalismo economico che viene mostrata. Come hanno detto in puntata “Convertire l’adesione entusiastica in guadagno”.

Ma forse questo lo sappiamo già, dice la Rete italiana. In un commento sulla pagina Facebook di Report leggiamo ad esempio:

Dopo tutti gli argomenti interessanti trattati dalla trasmissione devo dire che questa sera si sta parlando del nulla.. FB è oramai una realtà, tutti noi sappiamo che quello che pubblichiamo viene utilizzato per scopi pubblicitari, ognuno di noi credo abbia il buon senso di scegliere cosa pubblicare.. di quale scandalo stiamo parlando scusate??

Oppure su Twitter: “Dai, vogliamo fare gli ingenui? Siamo sorpresi di quello che stanno dicendo di google e facebook? Maperfavore. #report” e ancora “@JJ__R luoghi comuni che spaventano i poco avvezzi alla rete e indignano chi invece lo sa usare…il digital divide che avanza #report”.

E in questo sta forse proprio il senso di quello a cui abbiamo assistito. Abbiamo visto la messa in scena della distanza rispetto alla cultura digitale fra il pubblico della Rete e quello televisivo. Abbiamo visto come il capitale culturale sul digitale, quello da giocare nella quotidianità, si strutturi su una differenza di potenziale che rimette in gioco paure ed entusiasmi, visioni pseudo apocalittiche alternate alla semplice banalità legata alla capacità di gestire il proprio modo di abitare la Rete.

Ecco, quello che mi preoccupa di più è questa distanza, quella che mostra che molto ancora c’è da fare in questo paese per colmare il divario, divario che ha necessità di trovare il linguaggio adatto per costruire una cultura digitale comune.

UPDATE:

Risponde la Gabanelli …

Una cosa approfondita per quelli della Rete, si fa in Rete. Se io vado sulla TV generalista mi guarda anche la signora Cesira e io devo essere in grado di spiegare anche a lei. La TV generalista non è la Rete e quindi il popolo della Rete deve portare pazienza se abbiamo usato un linguaggio semplice per spiegare cose da addetti ai lavori. Bisogna fare anche questo sforzo, se no ci sono dei soggetti che parlano solo tra loro e il resto del mondo che rimane fuori