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Oggi com’è andata su Facebook?

stare su facebook

Non sono nativi digitali come li pensiamo. Il fatto che siano stati avvolti da tecnologie di comunicazione e connessione fin da quando erano più piccoli non li ha resi più consapevoli di come abitare un ambiente in cui il mondo materiale è compenetrato dalla realtà del digitale.

E ha ragione Massimo quando dice che i nostri figli

non sono “competenti digitali”: utilizzano strumenti con grande velocità e abilità ma lo fanno, nella maggioranza dei casi, dentro un loro sostanziale analfabetismo che riguarda le prassi e l’etica digitale.

Lo vedi nei loro occhi e lo senti nella loro voce quando ti confronti con loro su come abitano la Rete. Mi è capitato di passare un po’ di tempo con le classi terze di una scuola media e discutere con ragazzi di 13 e 14 anni di come le loro giornate siano riempite da contenuti e relazioni gestite attraverso un cellulare e da social network che si attivano fra le loro dita con persistenza. Non ci possiamo più chiedere “quanto tempo stanno su Facebook?” avendo in mente la televisione e il loro sedersi davanti ad uno schermo acceso. Facebook è l’insieme di notifiche, status, like, commenti, foto caricate… che si infila negli interstizi di tempo dello studio e dell’intrattenimento, della loro vita, con un’inesorabile continuità. È tanto normale e quotidiano quanto pensato come un campo naturale, e quindi meno soggetto ad una riflessione consapevole. E basta portarli a guardare a se stessi mentre abitano la Rete per vedere scattare qualcosa.

Mentre siamo lì in classe e parliamo di controllo dei propri dati il prof. di italiano chiede a bruciapelo ad una ragazza in seconda fila: “Anna (nome di fantasia) come mai ieri pomeriggio hai passato tutto il tempo su Facebook invece di studiare? Che gli esami si avvicinano”. Anna lo guarda stupita ed un po’ inquieta: “… come lo sa prof.?”

Il prof. non ha l’amicizia della ragazza, ha una policy molto rigida che ha spiegato ai suoi alunni: quando non sarete più miei allievi, dopo l’esame, allora posso anche prendere in considerazione le richieste di amicizia su Facebook. Eppure ieri, mentre guardava la propria timeline ha visto apparire una sequenza di foto caricate da Anna. È bastato che fossero aperte alla visione degli amici degli amici perché anche lui le potesse vedere, vedesse quante ne ha caricate e quanto. Niente di che, se non fosse per il fatto che Anna non avrebbe mai immaginato che potesse vederle anche il suo prof., che potesse giudicare il suo impegno nello studio da quello, che diventasse un argomento di cui discutere in classe…

Consapevolezza. Essere nativi nell’uso non significa capire le implicazioni fino in fondo, cogliere sempre il senso delle cose e della trasformazione che stiamo vivendo.

E mostrandogli video su quanto siano sovraesposti, parlandogli delle storie di Jessi e di Margarite, discutendo di privacy come dovere e di etica dello stare online emergono i loro esempi, i loro racconti, le loro ansie.  Come quando ti sei loggato a casa di un amico e hai chiuso poi il browser senza fare log out e rientrando lui ha scritto qualcosa fingendosi te e questa cosa ha attirato l’ilarità di molti compagni mettendoti in imbarazzo per un po’. O come quella foto a seno nudo di una ragazza inviata per ridere sul cellulare ad un’amica che è finita su Facebook e condivisa più e più volte, con l’effetto che era come se fosse andata nuda nelle stanze di ogni ragazzo della scuola. O come quel ragazzo che diffonde video particolarmente scemi e che gli altri incoraggiano con like, commenti e condivisioni, per poi prenderlo in giro e che non sappiamo quale sia il confine tra sentirsi una micro celebrità e scoprirsi una mattina come lo sfigato della città e come potrà reagire.

E li senti parlare e chiedere, commentare e confrontarsi e fermarsi in profondi silenzi ad ascoltare le storie che tu gli racconti sulle opportunità ed i rischi dell’abitare la Rete.

E la loro inquietudine è la stessa dei loro genitori, che sono stati cresciuti nei confini di una cultura della comunicazione diversa e si sono scontrati con l’alfabetizzazione ad una realtà interconnessa contornata da un racconto fatto di utopie su Internet e scenari inquietanti di controllo, manipolazione, violenza. Un racconto lasciato spesso nelle mani dei media, un racconto che finisce per essere ascoltato in un programma televisivo o letto in un giornale. Sufficientemente perturbante ma lontano dalla nostra vita quotidiana. Sarà per questo che sono venuti in molti nella serata che la scuola media mi ha chiesto di dedicare ai genitori dei ragazzi che incontravo la mattina. Alcuni sono stati sollecitati dei loro figli: “Sa oggi a pranzo mia figlia mi ha detto: mamma bisogna che ci vai, che così quando torni possiamo poi parlarne, che capisci cosa vuol dire per me usare Facebook e io ho capito delle cose che ti preoccupano”.

Questo nostro abitare la Rete deve diventare un argomento quotidiano di conversazione, una normalità che va però messa a tema. Chiediamo spesso ai nostri figli “Oggi com’è andata a scuola?” ma mai “Oggi com’è andata su Facebook?”. E ci sembra sia una domanda anche molto stupida da fare. Ma il senso del cambiamento sta tutto qui, nella capacità che avremo di fare diventare l’educazione alla vita online un tema delle nostre conversazioni famigliari e nelle nostre scuole.

Per questo sono grato a quella scuola media di aver pensato che avesse senso far diventare tutto questo un tassello, anche se piccolo ed episodico, del loro percorso.

Scuola 2.0 e nativi digitali: la narrazione che vorrei

Parlare di “Scuola 2.0” o di “nativi digitali” mi ha sempre creato qualche perplessità semantica. Conosco adolescenti generazionalmente “nativi” che si muovono meno agilmente online di cinquantenni early adopters e scopro continuamente le resistenze che gli educatori hanno rispetto ad una narrazione di una scuola determinata tecnologicamente. Sono quindi termini utili ma che vanno maneggiati con cura. Soprattutto occorre creare un racconto corretto e condiviso per pensare alle trasformazioni con cui ci dobbiamo confrontare in una società ad alto tasso di comunicazione mediata e di produzione/distribuzione/consumo di oggetti digitali.

Per questo occorre partire da un contesto che metta in relazione le trasformazioni della scuola con persone “nate con la Rete”.

Il rapporto tra crescita della simultaneità delle informazioni e loro selezione ed acquisizione produce un mutamento strutturale nel cervello e nelle dinamiche dell’attenzione (lo spiega bene Frank Schirrmacher). Le conseguenze sulle nostre capacità cognitive le scopriremo evolutivamente ma ci sembrano già essere fortemente presenti nelle nuove generazioni. Ci raccontiamo che i ragazzi faticano a leggere testi lunghi, si distraggono facilmente, agiscono in modo multitasking dedicando pochissima attenzione a moltissimi compiti diversi, non sono capaci di astrazione, ecc.

Quello che è sotto i nostri occhi è che le forme su cui costruiamo l’apprendimento, il paradigma scrittura/lettura per come lo conosciamo, si scontra con abilità cognitive che presiedono ad una intelligenza diversa (per come la tratta George Dyson).

Questo ci porta a rivedere le cose anche in relazione ai molti progetti che stanno emergendo e che mettono in connessione scuola (nel passaggio al digitale) e “nativi”.

Scopriamo allora che l’apprendimento cui aspiriamo è aperto, fatto di condivisione, di personalizzazione dei percorsi dello studente e di integrazione e messa in connessione di contenuti sparsi in Rete con quelli prodotti e presenti nelle aule. E non lo richiede solamente un’evoluzione pedagogica del fare scuola ma la curva dell’attenzione che i nativi digitali stanno acquisendo e il loro modo di intendere l’informazione che cambia qualitativamente, nella trasformazione bio-cognitiva che l’ambiente mediale complesso in cui viviamo sta producendo.

Una prima conseguenza ha a che fare con la sostituzione dell’idea di testo chiuso con una testualità fatta di flussi diversi adatti alle diversità di apprendimento dei singoli e dei gruppi. Questa ad esempio è la narrazione che il progetto Apple di  iBooks Author e la trasformazione della piattaforma universitaria iTunesU sta proponendo. Con i rischi connessi di  chi ha una posizione elitaria e proprietaria– occorre possedere un device Apple sia per leggere che per produrre libri di testo – e  una nuova intermediazione che passa dalla piattaforma iTunes – infatti libri si possono vendere solo su iTunes e il 30%.

Altra conseguenza sarà che il modello dell’apprendimento diventerà  nel futuro sempre più spreadable: contenuti in pillole prodotti da professionisti potranno essere fruiti anche gratuitamente ed inseriti dagli insegnanti nei percorsi didattici, così come dagli studenti. Il progetto di shared education Khan Akademy funziona proponendo questi contenuti e disegnando una vera e propria timeline educativa costruita sui risultati acquisiti e quelli da acquisire. La scuola non è dunque solo dentro le mura degli edifici scolastici, istituzionalmente costruiti, ma si apre al mondo, diviene open, e si meticcia con modi e forme che ridisegnano l’ampiezza delle stanze in cui impariamo e delle connessioni educative che sviluppiamo. Connessioni che integrano soggetti molto diversi tra loro che richiederanno momenti di integrazione.

Avremo anche nuove forme di inclusione di chi non può frequentare, per diversi motivi, come immagina  il Ministero dell’Educazione, Scienza e Tecnologia della Corea del Sud che prepara una nuvola di apprendimento per il 2015 riconfigurando l’intera carriera scolastica attraverso computer, tablet e cellulari.

E così via.

Ma credo che l’elemento essenziale per costruire la nostra narrazione su scuola e nativi passi dal cominciare a raccontare di un ambiente di apprendimento aperto in cui gli spazi personali e sociali fuori dalla scuola, quelli ricchi di interfacce sociali come i social network, i wiki, ecc. stanno costruendo, siano incorporati nelle dinamiche educative e diventino un tema del dibattito pubblico e interno alle classi.

Di queste cose mi piacerebbe discutere alla “conferenza per la scuola dei nativi digitali” in cui mi troverete nei prossimi giorni.

Vertigine della lista

È difficile sintetizzare per punti delle buone regole per abitare in Rete sui social network. Molto di più se pensiamo poi a come farlo nella convivenza con i nostri figli. Un po’ per gioco ho provato a tirare le fila alla fine del piccolo saggio “Facebook per genitori” con 15 regole (le trovate anche su La Stampa). Ovviamente si tratta di un modo di giocare con la cultura digitale. Ma è un gioco molto serio che ha a che fare con i modi che avremo di interpretare il nostro futuro (e quello dei nostri figli) all’epoca del web sociale. Per fare sì che non si tratti di un semplice elenco ho provato a commentarli, un po’ per volta, nella pagina che su Facebook è dedicata a FB per genitori. Li raggrupperò anche nel mio blog man mano che continuerò il gioco durante l’estate…

1. Accetta il fatto che la presenza dei giovani sui social network è un fenomeno culturale destinato a durare e ad espandersi.

Per troppo tempo ho sentito discorsi che presentavano i social network come una sorta di moda, come fenomeno a termine. Anche il telefono è stato all’origine immaginato socialmente come una tecnologie inutile che avrebbe fatto chiacchierare tra di loro donnicciole di cose futili-
La nostra immaginazione sociale ha bisogno di essere alimentata da visioni migliori!

2. Ragiona sulla necessità di capire che la presenza online dei nostri figli sta sviluppando un modo diverso di comunicare tra ragazzi e adulti (genitori, insegnanti, educatori, allenatori, ecc.).

Non possiamo fare finta di niente. Prendiamo te, insegnante, pensi veramente che potrai fare finta che i modi di conoscenza ed apprendimento dei ragazzi che educhi non sono fondati più solo sul paradigma scrittura/lettura del libro? Abbiamo già parzialmente perso l’occasione di introdurre gli audiovisivi nella didattica che sono stati intesi come “facciamo vedere un film che più o meno c’entra e ci passiamo tutti due ore” o quella dell’informatica, con tentativi di insegnare il Pascal alle medie. Il web sociale entra con forza nelle dinamiche della classe. Siamo sicuri non convenga a tutti conoscerne la natura e sperimentarlo per fare formazione quotidiana?

3. Tieni conto che non esistono nativi digitali, solo adulti e ragazzi che imparano o non imparano ad abitare la Rete.

“Cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo rosa, chiamata con un altro nome, profumerebbe come dolce” (W. Shakespeare). Eppure dare un nome significa “costruire” una realtà. Se li chiamiamo “nativi digitali” immaginiamo già una barricata dove dall’altra parte ci sono i non nativi, noi, i loro genitori, ad esempio. E’ come se i ragazzi avessero una qualità innata e fossero tutti uguali nel loro essere nativi. Ma per quanto giovani gli utenti di social network non sono nati con la Rete, quelli arriveranno, avranno 7-8 anni oggi. E molti di quei giovani usano la Rete in modo diversissimo. Prima di etichettarli, catalogarli e innalzare barricate proviamo ad eliminare i pregiudizi e pensarli, innanzitutto come i nostri figli. Basta guardare dietro al nome e riconoscerli dall’odore…

 

4. Ricorda che la vita in Rete non è qualcosa di diverso dalla vita di tutti i giorni, ma ne è parte importante.

Sono passati gli anni ’90 con il loro immaginario tecnologico legato alla realtà virtuale che produce un mondo fittizio in cui ci perdiamo. E anche la trilogia di Matrix, che ci mostra la Rete come l’altro lato di una realtà in cui le macchine hanno preso il sopravvento sugli uomini costringendo le loro menti a vivere in un altrove illusorio mentre i corpi vengono allevati in baccelli ed utilizzati come  “risorse” energetiche, è solo una prospettiva lontana. Oggi ci guardiamo intorno in metropolitana, sull’autobus, nelle nostre case e vediamo persone connesse alla Rete come fosse una cosa normale. Il loro modo di essere cyborg è meno tecno-organico di come immaginavamo e più culturale. E la Rete non è esattamente la Matrice, non la percorriamo grazie agli innesti cibernetici. Assomiglia di più ad un continuo incontro con gli altri – connessi con noi in modi più o meno vicini –  che genera un continuo chiacchiericcio fatto di parole scritte, suoni, filmati condivisi… un rumore di fondo della nostra quotidianità in cui ci informiamo, intratteniamo, organizziamo… Il nostro modo di essere disponibili alla comunicazione fa sì che il nostro essere always on si intrecci con le cose che facciamo tutti i giorni: senza soluzione di continuità.

5. In Rete ci sono dei pericoli. Nella vita quotidiana ci sono dei pericoli. Come genitori dobbiamo insegnare ai nostri figli come abitare il mondo offline e online e imparare a farlo noi per primi.

“Arrestato un maniaco che molestava ragazzine adolescenti sul treno”. Di fronte ad una notizia così non ho mai visto scatenarsi battaglie contro l’uso della strada ferrata ed il ritorno alla carrozza trainata da cavalli, per dire. Non sono i mezzi: sono le persone. Però i mezzi abilitano a fare cose diverse in modo diverso. È questo che dobbiamo imparare a conoscere. Immaginate la Rete come se fosse un territorio, una città ad esempio, con i suoi chiaroscuri, con luoghi che conosciamo bene e quartieri inesplorati. E anche i luoghi che conosciamo – un bar ad esempio – possono avere delle regole diverse – come i bar della nostra città in cui prima paghi poi consumi la colazione, quelli che puoi chiedere “il solito!”, quelli che entri e vedi che ci sono certe brutte facce … E per insegnare ad un figlio come vivere devi avere tu vissuto. E non c’è “esperienza” che possa essere trasmessa: se no gli errori fatti dai genitori non verrebbero rifatti dai figli. Possiamo solo cercare di capire ed imparare abitando negli stessi luoghi, con il nostro sguardo da adulti che prova ad interpretare il loro.