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Bauman e la società confessionale. Limiti del pensiero moderno sui social network

inside confessional
Foto di di two stout monks

In un recente articolo di Zigmunt Bauman comparso su la Repubblica dal titolo Il trionfo dell’esibizionismo nell’era dei social network viene fatto il punto su una serie di tematiche relative al nostro modo di abitare la Rete. Ne è scaturito un bel dibattito, anche acceso, nel profilo Facebook di Salvo Mizzi. Dibattito importante perché ha a che fare con il modo di fare divulgazione su un tema centrale come l’utilizzo da parte di milioni di persone dei siti di social network. E ha a che fare con la necessità di costruire un pensiero critico, anche in Italia, sulle trasformazioni che la presenza di massa nella Rete sta generando nelle nostre relazioni sociali.

Personalmente ho trovato inadeguato il modo utilizzato da Bauman per divulgare il suo pensiero sui social network. E non perché il linguaggio si “atteggi” un po’ troppo alla formulazione critica tout court, ma piuttosto perché vengono sostanzialmente utilizzate categorie della modernità per leggere una trasformazione che sembra segnalarne il superamento. In questo modo si tengono imbrigliati i fenomeni dentro rappresentazioni del mondo che non gli sono proprie.

Prendiamo il tema della comunità.

Scrive Bauman che Facebook “è una rete, non una “comunità”. E le due cose, come si scoprirà prima o poi (a condizione, naturalmente, di non dimenticare, o non mancare di imparare, che cosa sia la “comunità”, occupati come si è a crearsi reti per poi disfarle), si rassomigliano quanto il gesso e il formaggio”.

Si tratta di una affermazione vera se adottiamo un punto di vista generale (Facebook in sé stesso) e meno vera se pensiamo ad alcune pratiche d’uso per soggetti diversi. Prendiamo un adolescente. Le ricerche ad esempio ci mostrano come un social network come Facebook consenta di strutturare le relazioni con la rete di pari, di condividere esperienze dentro un ambiente comune … tutte cose da comunità. Eppure non esattamente da comunità tradizionalmente intesa.

Nella definizione sociologica di Ferdinand Tönnies “ogni convivenza confidenziale, intima, esclusiva […] viene intesa come vita in comunità; la società è invece il pubblico, è il mondo”. Cosa succede quando le forme comunitarie possono essere trattare in modo pubblico? O quando l’intimità assume forme diverse da quelle della convivenza territoriale o della consanguineità? Cosa significa quando un ragazzo sul proprio profilo Facebook mette come parenti gli amici?

Forse “stressare” il concetto di comunità tradizionalmente inteso serve a poco, se non a sembrare di costruire nostalgie a bassa capacità interpretativa.

Prendiamo l’amicizia.

“Quei nomi e quelle foto che gli utenti di Facebook chiamano “amici” ci sono vicini o lontani?” Riprendendo le teorie dell’antropologo evoluzionista Robin Dunbar sintetizzate nel New York Times viene mostrato come il numero di relazioni che un essere umano può tenere in piedi non supera i 150 rapporti significativi. È un dato immutato nella nostra storia evolutiva. Scrive al proposito Bauman:

Il punto è che, indipendentemente dal fatto che il numero di persone con cui si può stabilire un “rapporto significativo” non sia variato nel corso dei millenni, il contenuto richiesto per rendere “significativi” i rapporti umani dev´essere cambiato in notevole misura, e in modo particolarmente drastico in questi ultimi trenta-quarant´anni.

L’affermazione può anche essere verosimile anche se non viene né dimostrata né supportata da dati di ricerca. Diciamo che il fatto di vivere in un ambiente ad alto tasso di medialità consente probabilmente forme di intimità, reciprocità, vicinanza, ecc. diverse e quindi anche dinamiche di costruzione dell’altro significativo diverse (attenzione: non è una questione di meglio o peggio, solo di differenza).

Le conseguenze sono per Bauman dell’avvento di una società confessionale in cui tutto viene esteriorizzato e messo in pubblico. Arriva ad affermare ad esempio che:

I teenager equipaggiati di confessionali elettronici portatili non sono che apprendisti in formazione e formati all´arte di vivere in una società-confessionale, una società notoria per aver cancellato il confine che un tempo separava pubblico e privato, per aver fatto dell´esposizione pubblica del privato una virtù pubblica e un dovere, e per aver spazzato via dalla comunicazione pubblica qualsiasi cosa resista a lasciarsi ridurre a confidenze private, insieme a coloro che si rifiutano di farle.

Ora, anche qui è evidente che la distinzione pubblico/privato così come è stata prodotta nella modernità può essere messa in discussione.

E ancora: l’equivalenza ad esempio “esteriorizzazione della privacy=perdita della privacy” non sembra reggere. Siamo sicuri poi che il confine pubblico/privato sia lo stesso fra genitori e figli? Siamo sicuri che la privacy nei giovani non sia un valore? Basta leggersi alcune ricerche:

The majority of teens actively manage their online profiles to keep the information they believe is most sensitive away from the unwanted gaze of strangers, parents and other adults. While many teens post their first name and photos on their profiles, they rarely post information on public profiles they believe would help strangers actually locate them such as their full name, home phone number or cell phone number.

Insomma trovo utilissimo discutere pubblicamente del nostro modo di abitare la Rete ma credo dovremmo abbandonare un po’ di pensiero “suggestivo”, alcune letture capaci di interpretazioni monocausali, a favore di un pensiero più complesso e fondato anche su dati di ricerca che sia capace di mettere in luce i limiti delle categorie del moderno e trovare la via di un pensiero critico che ci aiuti a costruire e non a creare nuovi divide, come quelli tra genitori e figli che leggo nelle righe più sopra.

Quando i social network diventano maturi

/Photo by Esther_G

Il fatto che una delle tracce del tema di maturità di quest’anno riguardi i social network è un segnale del fatto che questa realtà si sia sempre più quotidianizzata e normalizzata.

O forse no. Il tema è infatti nell’area “tecnica” il che  – come si dice qui – lascia dubbi sulla liceità di trattare i temi della rete come mutazioni culturali ed antropologiche profonde. O forse dipende solo dal fatto che serve un pretesto per collocare i temi in aree differenti. Ma la nostra è, in fondo, la società della tecnica, in cui la tecnica si fa cultura.

Quello che sembra interessante è però che la scuola osserva i giovani e propone in fondo a loro di raccontarsi. Sì, perché non si tratta di un semplice tema  nel quale parlare di cose che si è studiato o di cui si è letto o più probabilmente di cui si è sentito raccontare nei mass media. Qui si tratta di parlare della propria vita, di quei rapporti mediati ed intimi che li (ci) connettono in pubblico dentro l’ambiente mediale. Si chiede un’operazione riflessiva nella quale raccontare se stessi e un pezzo di mondo che sta cambiando. A partire da quelle esperienze di consumo, informazione o intrattenimento che in Rete si hanno. Una sfida che 1 ragazzo su 3 ha scelto. Forse ci saranno banalità, forse riflessioni profonde, la sfida è interessante, comunque.

I nativi digitali scrivono e i “migranti” o gli estranei del digitale (i “tardivi”) correggono. Forse, se va bene, alcuni di quelli che leggono le tracce sono gli “ibridi”, nati senza la rete ma che hanno imparato ad abitarla. Competenze diverse, dunque, per correggere un tema certamente difficile, perché parla di una mutazione palpabile, percepita ma ancora poco interpretata e vissuta.

A voi che correggete mi rivolgo: non leggete i temi pensandoli come commenti agli stimoli dati, come se dovessero parafrasare il pensiero altrui. Lo dico perché uno degli stimoli è il mio (preso da qui e che potete leggere qui) e so che è il frutto di una riflessione personale ma anche collettiva che si fa nella Rete e nelle accademie, tra pensieri e ricerche…. su di loro, questi nativi, che sono il germe del mutamento.

Leggeteli allora con i loro occhi, leggeteli come “conversazioni dal basso” e misurate le loro idee e competenze, ma senza pregiudizi.

Mario ha lanciato una sfida che mi piacerebbe raccogliere: analizzare con piglio etnografico un campione di questi temi per interpretare come i nativi italiani pensano sé stessi nei social network, per come mettono in narrazione la Rete, per capire come pensano il mutamento e che consapevolezza critica hanno, ecc. E mi piacerebbe farlo assieme a molti dei colleghi che con me condividono il fatto di abitare questo pezzo di Rete e di occuparsi in Italia di social network.

Lancio la sfida quindi al Ministro Mariastella Gelmini e al ministero della pubblica istruzione affinchè collabori a questa ricerca che potrebbe raccontarci un pezzo del futuro a venire.