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Il ministero della verità

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Nella recente relazione annuale Agcom nella figura del presidente Angelo Cardani si è schierata a favore di un intervento normativo contro le fake news:
le fake news un fenomeno “di estrema gravità è la diffusione voluminosa, istantanea e incontrollata di notizie deliberatamente falsificate o manipolate”, spiega l’Autorità. Cardani, nella Relazione al Parlamento, si schiera a favore di “un intervento normativo” e contro l’autoregolamentazione dei colossi web, che promettono “di sviluppare algoritmi per rimuovere le informazioni false e virali”, ma sono anche “i principali ‘utilizzatori’ gratuiti.
Ora, a parte il “ministero della verità” mi vengono in mente poche idee  circa quale soggetto potrebbe dedicarsi a riconoscere “fake news” ed applicare sanzioni commisurate alla gravità della fattispecie. Come ho cercato di spiegare più volte (l’ultima durante un’audizione parlamentare della Commissione per i diritti e i doveri relativi ad internet) il termine “fake news” rappresenta un campo problematico di definizione.
Di cosa parliamo quando parliamo di “fake news”?
Mi chiederei quindi innanzitutto: “fake news” è un problema di contenuti, di intenzioni degli attori o di effetti prodotti?
Stiamo cioè osservando una tipologia informativa, le intenzioni di chi la produce o gli effetti all’esposizione di un contenuto “disinformativo”? O le tre dimensione assieme, compresa la diffusione nell’ecosistema mediale?
Capite che parlare di policy da applicare alle piattaforme, al sistema dei media, ecc. contro le “fake news” ha poco senso se non definiamo la natura di ciò di cui vogliamo trattare. E no, rimandare ad una norma che sanziona le “fake news” non è sufficiente perché non è chiaro di cosa stiamo parlando neanche qui: sanzioniamo chi produce un post che contiene dati falsi?la piattaforma in cui è presente? il social media che ne consente la circolazione? il lettore che lo condivide? chi partecipa alla sua notorietà con un like? le testate giornalistiche che lo riprendono? l’algoritmo che lo rende molto visibile?
Prendete poi il caso (fake) di “Sex toys, pannoloni, un Rolex, ma anche una statua di legno di Padre Pio” ritrovati dopo il concerto di Vasco Rossi a Modena Park nato sul web e rilanciato da testate nazionali prestigiose e capite l’ampiezza della casistica da trattare e i confini con l’etica giornalstica (saper fare il proprio mestiere verificando le fonti?) che si vengono a toccare.
Il mondo informativo produce delle proprie forme corrispondenti di tipo negativo – disinformazione – che coprono una tipologia che va dalla manipolazione al situazionismo (hanno arrestato Ugo Toganzzi come capo delle BR ricordate? Non ci parlate di post-verità) passando da leggende metropolitane.
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Quello che c’è da fare è piuttosto analizzare il contesto in cui queste forme nascono, individuare gli attori, le specificità che caratterizzano l’Italia. Il dibattito si è molto concentrato, dopo la vittoria post-verità di Trump (sic!) su quanto avviene negli Stati Uniti che hanno una storia culturale e di Internet diversa dalla nostra. Noi non abbiamo 4chan; l’alt-right ha un senso completamente diverso qui e attori diversi; la tradizione del trolling è completamente diversa; noi abbiamo avuto Luther Blisset in casa; la nostra cultura Internet è più figlia del mainstream televisivo anni ’80 di quanto vorremmo; noi cerchiamo di educare la popolazione all’uso del web attraverso uno spinoff di Don Matteo,”Complimenti per la connessione”, dove un Nino Frassica/maresciallo Cecchini spiega in modo un po’ ironico ed imbranato le cose. Mi fermerei qui.
Quello che dobbiamo studiare e osservare sono gli attori e le pratiche, il contesto in cui una forma di disinformation o misinformation nasce. Tenere conto anche della funzione sociale che la dimensione fake assolve. Per fare solo un esempio io mi chiederei se Ermes Maiolica – nick name di uno dei principali produttori di bufale, per così dire, di successo nate online – non stia facendo un lavoro di sensibilizzazione dal basso:

 

non tutti hanno compreso ciò che faccio, anche perché il limite tra satira e diffamazione ha confini labili e in questo campo il discrimine tra legale e illegale non è molto chiaro. […]La maggior parte della popolazione dimostra di non saper sfruttare le potenzialità di internet, si fa abbindolare da pubblicità ingannevoli, prende sul serio gli slogan dei politici, cerca in rete qualunque notizia che possa confermare i suoi pregiudizi. La mia filosofia è che dobbiamo smetterla di incolpare il sistema per qualunque cosa, il sistema che ci controlla, il sistema che ci informa. Vorrei far capire che in rete siamo noi stessi il sistema, tutto dipende da noi. Spesso vengo accusato di fare disinformazione: ma non è possibile, non ne ho il potere. Non sono un giornalista, un blogger, non sono Emilio Fede, sono una persona comune. Non si può accusare un metalmeccanico di Terni di fare disinformazione nazionale, perché allora la disinformazione non sono io, la disinformazione siamo noi, noi che scriviamo e noi che ascoltiamo.

Ermes è un virus che può generare anticorpi?

Il dibattito su soggetti, contesti e pratiche è quanto mai necessario. È l’unico modo per evitare di cadere nel buco nero delle “fake news” e cominciare a preoccuparci per le modalità di manipolazione specifica che il nuovo ecosistema mediale, tra online e offline, può sperimentare e costruire una sensibilità diversa all’informazione (non alla verità) sui due lati: dei produttori e dei cittadini. Lati che molto spesso coincidono.

Nuvole nere sul digitale

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Nuvole nere sul digitale per l’Italia. E’ così che ricorderemo l’inanellarsi in pochi giorni di un regolamento AGCom in cui l’organismo si è attribuito ampi poteri sulla protezione del diritto d’autore online scavalcando i giudici, della proposta neo protezionista di una web tax e del sostegno all’editoria con il piano Destinazione Italia che prevede una detrazione fiscale del 19% sui libri acquistati, ma solo quelli di carta, non per gli ebook e che potrebbe mettere in campo il divieto di usare link verso i contenuti di stampo giornalistico se manca una esplicita autorizzazione.

E non importa che il nuovo segretario del Partito Democratico, maggioranza di governo, si sia espresso chiaramente contro questa prospettiva nel suo discorso di insediamento facendoci immaginare una possibile marcia indietro:

“Abbiamo infilato un problema peggio dell’altro, sarebbe bello se si riuscisse a modificare le regole del gioco: l’Agcom chiude un sito senza passare da un giudice ma anche il fatto che la web tax va posta nel luogo centrale, l’Europa, e non con una violazione dei trattati europei o diamo l’impressione di un Paese che rifiuta l’innovazione”.

Non importa, perché il punto è che chi ha competenza per decidere sul digitale spesso manca di una cultura sul mutamento introdotto dalla Rete sia a livello di sviluppi di mercato che di pratiche vive,  e quello che resta è sempre e solo, poi, dover fare un passo indietro, non uno in avanti.

E invece avremmo bisogno di cominciare a confrontarci in Italia più seriamente con la cultura che caratterizza il tempo presente e che ha finito per creare una divaricazione tra le economie morali degli utenti e quella del mercato. Continua a leggere Nuvole nere sul digitale

Strappare il velo: iniziativa per un Freedom of Information Act in Italia

La strada che dobbiamo percorrere per lo sviluppo di questo Paese passa dalla trasparenza, una trasparenza che riequilibri il rapporto tra cittadini e Istituzioni. E non si tratta solo di inglobare un’ideologia dell’orizzontalità che l’evoluzione del web ci sollecita ogni giorno di più in diversi settori della vita pubblica e sociale ma di rispondere al mutamento di posizione che in quanto cittadini vogliamo avere nella “cosa pubblica”. Non voglio più vivere situazioni di scarsa trasparenza come quella per le nomine Agcom a lungo.

Per questo l’open government è un’esigenza prioritaria. E per questo occorre in Italia una legge sul diritto e sulla libertà di informazione che ristabilisca un corretto rapporto tra cittadinanza e Istituzioni, come sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. È questo il senso dell’iniziativa per l’adozione di un Freedom of Information Act in Italia (foia.it) che si pone gli obiettivi di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di un rapporto paritario tra cittadino e pubblica amministrazione e di impegnarsi per far mettere in primo piano nella agenda parlamentare una revisione della legge del diritto di accesso alle informazioni.

Ho approfondito con un altro promotore del FOIA italiano, il giornalista Raffaele Fiengo, per una vita componente del Comitato di redazione del Corriere della Sera e sempre in prima linea quando si tratta di libertà dell’informazione.

GBA: Raffaele ci racconti l’origine del FOIA in America e il suo senso per l’amministrazione?

RF: Il 13 luglio 1971 il New York Times incominciò a pubblicare i Pentagon papers che dimostravano il falso incidente del Tonchino con il quale gli Stati Uniti giustificavano la guerra del Vietnam. Washington fermò la pubblicazione. Ma la Corte Suprema diede ragione al giornale che poté uscire con le carte segrete. Anche se il paese era in guerra. Vinse la trasparenza.

Ed Obama, nel primo giorno da presidente ha fatto tre provvedimenti per ampliare proprio il FOIA. E si è visto con l’uscita delle comunicazioni interne che spiegavano come era avvenuta la vergogna della tortura, fino alle note che autorizzavano il waterboarding.

GBA: Cosa spinge in questa fase storica a proporre in Italia una legge per la libertà dell’informazione sulla forma del Freedom of Information Act ?

RF: Per molti anni questa nostra povera democrazia ha dovuto pensare alla propria sopravvivenza. Nemici e criminali operavano anche accanto e perfino dentro  le istituzioni. Gli strumenti del pieno funzionamento della democrazia come “esercizio del potere pubblico in pubblico” (secondo la bella definizione di Bobbio) erano un orizzonte lontano.

Negli anni 90 (quando decine di paesi democratici legiferavano sulla trasparenza), noi fermi al limite dell’interesse “personale e concreto”, il contrario della comunità. Un testimone racconta che fu lo stesso Andreotti a volere così.

Questa opacità pubblica, che ha certo aiutato il declino, il disastro che abbiamo davanti, oggi non tiene più.

Nonostante la pochezza, salvo rare eccezioni, dei grandi media non in grado di rompere un assetto in realtà omertoso, si è fatta strada una opinione pubblica con forte “domanda di trasparenza”.

E’ avvenuto perché la pesantezza della crisi ha portato in superficie fatti pubblici non conosciuti cosi clamorosi da esigere chiarezza. Le forme in cui si manifesta la domanda sono diverse.  Quasi tutti capiscono che il paese non può più permettersi un assetto di rapina. Con vera trasparenza la corruzione, per esempio, arretra per forza.

GBA: C’è quindi una domanda di trasparenza che sembra oggi avere tutte le condizioni di possibilità per realizzarsi: come darle concretamente corpo?

RF: Cercheremo di presentarla, tutti insieme, la richiesta del FOIA, direttamente  in un incontro della “Iniziativa” con Monti. Basterà un decreto, semplice e chiaro. Ma subito. Solo una democrazia così può battere perfino lo spread.

L’appello è, ovviamente, pubblico e se volete potete firmarlo qui.

La lunga notte della Rete e il suo racconto

Bastano poche parole per raccontare cosa sia La notte della rete: “l’iniziativa promossa per protestare contro la delibera dell’Autorità garante per le Comunicazioni che, in presenza di violazioni del copyright, prevede l’oscuramento dei siti italiani e stranieri”. Così la descrive il Fatto Quotidiano che la sostiene.O, se volete, sono semplicemente “4 ore no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti”, come la racconta la pagina Facebook a supporto. O saranno tutti i blog e siti che segnaleranno la cosa ospitando lo streaming video.

Ma la verità è che non siamo riusciti a costruire un racconto su cosa sia la libertà di informazione in Rete che non si invischi con le pastoie del copyright, che non utilizzi un lessico di contrapposizione con i media mainstream, che non confonda il diritto a produrre contenuti informativi con la legge bavaglio…

Non credo che la notte della Rete riuscirà a costruire da sola questo racconto. Dovremo lavorarci ancora molto e tutti assieme.