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Il senso della Rete per la politica: le prime elezioni italiane che scorrono online

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Politica al tempo di elezioni. Questa è stata la prima tornata elettorale che avrebbe dovuto vedere un protagonismo della Rete. Avrebbe, appunto.

Riconosco il valore dell’engagement online, dei tentativi di parlare in modo disintermediato con i propri elettori. Anche se dovremmo prima o poi però riflettere se una conversazione unidirezionale fra lo staff di un politico e i suoi follower sia disintermediazione e in quali modi.

Ma pur stando attenti ai diversi tentativi d’uso del web ed in particolare dei social network ed in particolarissimo di Twitter da parte delle forze politiche, mi sembra che le novità di una campagna elettorale in epoca di connessione stia da un’altra parte. Provo ad elencarla in 4 punti.

1. Ad esempio nella social television. La forza di una comunicazione politica che è cresciuta tra personalizzazione e presenza televisiva ha trovato un acceleratore nella pratica del doppio schermo. Se analizziamo la mole di conversazioni prodotte online attorno alla campagna elettorale troviamo nelle serate dei dibattiti tv, nella giornata successiva e negli #hashtag correlati l’acceleratore delle issue della campagna elettorale. O meglio, i temi dei programmi elettorali sono restati in ombra a fronte delle politics e delle polarizzazioni da fandom sui candidati,  se si fa eccezione del tema fiscale che viene però scatenato da un coup de théâtre mediale di Silvio Berlusconi che detta l’agenda con il rimborso dell’IMU e le trovate correlate. La cultura tv centrica della politica italiana e la sua natura pop ha trovato nei social network, come luogo dell’intrattenimento informativo degli italiani, un ambiente adatto per radicarsi.

Un driver per questa cultura sono state sia le testate televisive presenti online, che hanno sviluppato nell’ultimo anno strategie di engagement dei pubblici connessi (proponendo #hashtag, alimentando conversazioni, lanciano durante la puntata e la settimana sintesi e domande al “pubblico”) che le testate giornalistiche, che seguono eventi della politica tv facendone un centro di visibilità per la loro presenza online (con giornalisti che twittano da account ufficiale della testata e rilanciano alle loro reti).

2. Ad esempio nella sopravvalutazione di Twitter. La presenza di giornalisti e testate, una certa spocchia elitaria da influencer, ha fatto sì che molta attenzione mediale e dei politici si sia concentrata su Twitter come luogo di iper attenzione non corrispondente alla numerosità di italiani che lì si informano e partecipano. Eppure l’attenzione per il wow di Monti da parte della Rete e dei media mainstream è un indicatore di come i social network siano stati interpretati come luogo di visibilità off line.

Avremmo dovuto invece  guardare anche Facebook e quell’engagement che siti e blog hanno stimolato online, tra post e commenti, tra discussioni e crescita di attenzione per i partiti.

Avremmo dovuto analizzare l’influenza del web analizzando followers, retweet e people talking abouts normalizzando il dato e non leggendo il dato assoluto.

talking abouts line

Avremmo scoperto così, ad esempio per Facebook, il rapporto tra investimento pubblicitario dei partiti e reale efficacia nell’engagement. Non solo Grillo ma anche Ingroia, quindi, ad esempio. E la sensazione netta che solo il Movimento 5 Stelle è cresciuto fino all’ultimo momento.

3. Ad esempio nella mutazione della percezione pubblica del senso del silenzio elettorale e della sospensione pubblica di informazione sui sondaggi. Abbiamo visto emergere nei social network sondaggi, più o meno camuffati da corse clandestine di cavalli o da previsioni di voto del concalve o esplicitamente postati online da chi ha contatti con gli istituti di ricerca, o più banalmente, con i partiti politici. E sul silenzio elettorale abbiamo visto emergere dalla sidebar Facebook pubblicità di partiti e su Twitter sono emersi retweet dei politici durante le ore di silenzio.

sidebar FB

La norma nicchia a fronte della mutazione che gli stati di connessione propongono. E anche il divieto di fotografare la propria scelta elettorale nel seggio, misura cautelare per il voto di scambio, è stato infranto da una realtà instagrammata e pubblicata. Dovremo confrontarci con l’emergere di pratiche e di possibilità che scavalcano la mediazione di attori istituzionali come i media mainstream; e non fingere che la circolazione dell’informazione sia controllabile secondo logiche ad imbuto.

4. Ad esempio nella stretta relazione fra Rete e piazza. Il senso di meraviglia per quelle piazze piene per i comizi elettorali – non solo di Grillo – andrebbe analizzato in omologia ai linguaggi comunitari e di appartenenza che il web sociale ha intercettato e sospinto. La sfera pubblica in un contesto culturale caratterizzato dalle possibilità dischiuse dalla Rete si orienta non più solo agli strumenti di comunicazione (come tradizionalmente con la stampa e la televisione) ma anche alle concrete pratiche di produzione della comunicazione rese disponibili ed accessibili dai nuovi strumenti del comunicare da parte di attori sociali anche non istituzionali ed estranei al mercato.

Sono le conversazioni dal basso che prendono voce, che si integrano con le forme delle comunicazioni di massa, che generano connessioni nuove e problematiche anche con gli attori istituzionali, come ha sperimentato la politica con il M5S .

Questa realtà non ha più quindi la funzione principale di rappresentare i temi della società ma di irritare i media, la comunicazione politica e, in definitiva la società, a partire dai micro-vissuti connessi e dalle nuove pratiche che si sviluppano, da micro-narrazioni nella potenzialità della loro aggregazione (volontaristica, ad esempio attraverso #hashtag). Questa funzione irritativa risponde in parte quindi anche alle critiche di scollamento fra momento di partecipazione online ed assenza di progetto, come se vivessimo un costante scollamento fra momento comunicativo e prassi, fra l’agire online e l’andare in piazza. D’altra parte sempre di più oggi la vita autonoma sembra manifestarsi come etica senza progetto:

forse è questo il piano su cui riconoscersi: un piano privo di progetto, privo di trascendenza, privo di futuro, in cui l’azione politica consiste essenzialmente nel contagio, nella comunicazione della vita etica [cioè] la singolarità e insieme l’esemplarità di esperienze comunicabili di vita sensibile, scrive Bifo.

Quelle esperienze di vita sensibile capaci di relazionare, nella connessione, il piano della singolarità con quello collettivo, come pura emergenza. Capaci di produrre contenuti che possono diventare issue per la politica o tenere sveglio il sistema della politica per irritazioni continuative, così come cadere nell’irrilevanza.

Scrive Hassanpour:

tutti i post su Twitter, i testi e post sul wall di Facebook, sono formidabili per organizzare e diffondere un messaggio di protesta, ma possono anche diffondere un messaggio di cautela, di soprassedere, di confusione o di io non ho tempo per tutta questa politica, hai visto cosa indossa Lady gaga?

La sfida è quindi quella di capire se e come questa modalità di produrre ed abitare “dal basso” (grassroots) la sfera pubblica si stia relazionando alla sfera politica tradizionale. Non si tratta, quindi, di presupporre un potenziale rivoluzionario di Internet o un adattamento delle possibilità della Rete allo stato delle cose, di seguire piste utopiche o conservatrici, ma di trattare operativamente la funzione di irritazione che vengono prodotte nella sfera politica.

Il tweet anonimo

Dipollina nella sua rubrica Dekoder ha scritto alcuni appunti sulla presenza televisiva di Berlusconi usando spunti tratti da commenti televisivi o dalle pratiche di social television. Quindi citando qua un pensiero di Daniela Santanché  da Quinta Colonna su Retequattro e là un tweet di @Spinoza. Chiude, come ha sottolineato Massimo Gentile, con “un Tweet anonimo”:

tweet anonimo

Ora, sappiamo bene che la definizione “Tweet anonimo” non ha alcun senso, sia perché ogni tweet è scritto da un account che è visibile sia perché la ricercabilità e la catena dei re-tweet ti consente, con un minimo di impegno, di risalire alla fonte. Un’attività minima di fact checking che ripaga in completezza dell’informazione.

Chiunque avesse assistito in modalità dual screen al dibattito televisivo Santoro/Berlusconi seguendo l’#hashtag #serviziopubblico o #miconsenta avrebbe visto questo tweet nella timeline disanomizzarsi dietro l’account @ezekiel e avrebbe potuto attribuirlo a Luca Alagna.

tweet anonimo1

Forse per Dipollina – preso a metafora del giornalismo da sbornia twitterhype – il senso sta nel fatto che provenga da Twitter e non da una persona che twitta. È come dire che è “il popolo di Twitter” a dire, nel suo anonimato di moltitudine eterogenea. Vale la pena citare precisamente solo se una celebrity, nota nei media, riporta qualcosa su Twitter. Anzi, a volte è già sufficiente che “stia” su Twitter, come ci ha insegnato la vicenda del @SenatoreMonti.

Oppure Dipollina ha una tale scarsa dimestichezza con il mezzo da farsi passare un appunto su qualcosa “di cui si parla” senza aver  interesse ad approfondire.

Sia come sia è una “distrazione” giornalistica che abbassa l’asticella della qualità che, come si sa, sta nei particolari. Come l’attribuzione di una dichiarazione o di un Tweet. Anche se questa poi finisce per fare parte di un pezzo con il copyright “Riproduzione riservata”. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Il paese reale e la spirale del silenzio

Sono sempre stato alla fortuna come Fassino ai comunisti, ma ho sempre tenuto duro.
Figlio di operai, mai avuto un cazzo, tranne quattro o cinque auto usate.
Poi alla sfiga si aggiunge la crisi e inizi a prenderla male, ma vabbe’.
Vendi un bar, hai un occasione di lavoro, che non si realizza, a vabbe’, tieni duro, fai il disoccupato qualche mese e tiri avanti.
Trovi un lavoro (uno, perche’ mia moglie, a 41 anni e’ tagliata fuori a quanto pare) che ti permette di sopravvivere, ma le rate del mutuo ti strozzano.
Metti in vendita una casa che nessuno compra, perché chi ha soldi compra per fare affari e lucrano, agli operai non danno mutui per crearsi un futuro, e non possono comprare.
Tieni duro e di lavoro ne trovi uno part time il fine settimana, ma il tasso variabile lo viene a sapere e te lo mette in culo.
L’agenzia delle entrate per non sentirsi da meno ti fa un accertamento per l’anno duemilasei e ti verbalizzano seimila euro di multa, ed io, essendo un coglione come pochi, pago, a rate ma pago.
I tassi aumentano, gli stipendi no, e allora molli, parli coi direttori di banca, che ti vedono, ma non ti guardano.
passa il tempo ne succedono troppe per un solo 3D e molli la presa, perche’ prima hai una “blogger” di 10 anni da crescere.
Arrivano lettere, telefonate, prima discrete, poi via via sempre piu’ “minacciose”
Riparli con uomini in cravatta per trovare un punto di incontro che non c’e’.
Poi arrivano 6 raccomandate dagli uffici legali, e capisci che e’ finita.
Tua figlia che si avvicina e dice: avrei un problema, avrei finito la colla per la scuola.
Ti giri di scatto e guardi fuori, maledicendo di abitare al primo piano.
Intanto continuo a sedere in cucina con mia moglie, a programmare viaggi che non faremo mai.

Ho letto questa traccia di vissuto raccontata in Rete in un blog il cui proprietario si occupa di narrazioni (a fumetti) e conosce bene (medialmente) la persona che scrive (blogger, lui come la figlioletta di 10 anni).

Ci troviamo di fronte a quel capitale narrativo che risiede in Rete sotto forma di racconti attraverso cui le persone si riappropriano della loro rappresentazione, rinunciando a farsi rappresentare dai media di massa e dai loro racconti, spesso, sfuocati. Uscendo dalla spirale del silenzio che li porta a dubitare dalla propria lettura dello stato delle cose per aderire all’opinione pubblica, anch’essa rappresentata nei media, televisione e stampa in primis.

Il Giornale: Berlusconi è tornato a sottolineare la necessità di un clima di fiducia per fare uscire il paese dalla crisi, clima non aiutato da alcune stime “diramate da certuni che fanno opposizione non tanto al governo ma ai cittadini”. Questo, ha detto il premier in occasione della conferenza conclusiva del G8 lavoro contribuisce alla costruzione di “un clima di paura che attanaglia”. Per il premier, invece, “dobbiamo insistere e fare di tutto affinchè gli italiani non cambino stile di vita”.

Poi c’è chi ha problemi, anche con la colla. E con il resto, come raccontano molti dei commenti al post. Commenti di un paese reale, con prospettive quotidiane e un orizzonte sul futuro abbassato a saracinesca.

Allora anche il gesto di re-blog, di rilanciare attraverso la connessione, anche in un piccolo posto come questo, diventa un gesto politico di una comunicazione che vuole uscire dalla spirale del silenzio.

Political Valentine

Spesso la creatività della comunicazione politica si annida più negli interstizi locali e territoriali che nelle scelte istituzionali dall’alto.

Se prendiamo il manifesto (segnalato da Leonardo) che PD e Giovani del PD di Milano hanno firmato per S. Valentino troviamo alcuni spunti interessanti (al di là del lavoro grafico decisamente perfettibile).

L’idea che c’è dietro è quella di giocare sul proprio campo lo slogan creato dall’avversario politico, quel “L’amore vince sull’odio” che Berlusconi ha lanciato attraverso il sito del PDL dopo l’aggressione a Milano.

Rendere concreto l’astratto. Ecco allora che, in perfetta sincronizzazione tra tempo della comunicazione e tempo della realtà il tema dell’amore viene declinato sulle difficoltà di costruire e mantenere rapporti di coppia e familiari a causa delle difficoltà economiche, di lavoro, di esclusione sociale, ecc.

Un’idea semplice ma credo efficace di costruzione di una semantica politica che sappia muoversi territorialmente, radicarsi alla realtà ma anche declinarsi in chiave emotiva e passionale. Magari aiutata dalla professionalità del visual, anche se, sui muri di Milano un’immagine “povera” come questa credo possa avere un suo impatto significativo.

Ma esistono anche campagne politiche di San Valentino più complesse che sfruttano le relazioni tra le persone, come quella  creata dal partito Repubblicano in USA sulle Valentine’s Day e-cards che permette di spedire delle Valentine con foto di democratici e messaggio che sottolinea la fallacia della politica del Partito Democratico.

L’invito esplicito è:

Share them with all your family and friends, especially those Democrats who need to know how you feel about the wrong direction their party is dragging our country.

Le veline sulla “velina” o solo veleno?

GlitterNoemi

Fatemi capire. E’ un ritorno del giornalismo d’inchiesta questo di Repubblica o solo accanimento politico (terapeutico)?

In un paese nel quale l’informazione alimenta e crea l’opinione pubblica il tema “Il presidente del Consiglio mente?” sarebbe sviscerato da tutti i mezzi di informazione e non assomiglierebbe ad una guerra tra fazioni.

Molti articoli giornalistici sembrano veline di regime sulla vicenda della “velina”. I media televisivi generalisti svicolano il tema relegandolo, se va bene, alla dimensione del gossip o del fenomeno di costume.

Preferisco allora i linguaggi della satira – anche online o che giocano con le informazioni, come con il titolo del Corriere della Sera “La madre di Noemi «L’ho cresciuta
nella luce del Vangelo e nel mito di Silvio»”
– che alimentano l’attenzione, a loro modo, con i loro tempi e le loro forme.

Resta il problema dell’opinione pubblica italiana che rischia di dissolversi attorno ad una realtà di “fatti di costume” capaci di svuotare ogni consapevolezza critica.

La vicenda che riguarda Silvio Berlusconi non ha a che fare con “i comportamenti degli italiani nel nuovo millennio”, non richiede commenti del tipo “se a un uomo (di potere, ma anche qualunque) di 72 anni piace la ragazza di 17 anni che vedete nella foto a lato, significa che è malato?”.

Non è un “fatto dei tempi”.

Su questo non mi convincete.

Il terreno sul quale molti cercano di portare la discussione (ad esempio la puntata del 25 maggio della rubrica radiofonica di Giuliano Ferrara “Parliamo con l’Elefante”) sposta l’asse del ragionamento sul cambiamento di costumi (anche politici) di una società.

Resta, per me, centrale invece il tema della relazione tra opinione pubblica e media. Di come il “caso Noemi” non sia un tema da gossip o pagina culturale. Di come i media a stampa, televisivi, radiofonici possano (e debbano) trattarlo come “tema” irritativo per la costruzione dell’opinione pubblica italiana.

La Rete (quella italiana) partecipa con timidi accenni, ma manca – come sempre – della capacità di essere rappresentativa di un nuovo luogo per costruire opinione pubblica e dibattere.

So che è una cosa da eretici, ma proviamo a discuterne.