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Il ministero della verità

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Nella recente relazione annuale Agcom nella figura del presidente Angelo Cardani si è schierata a favore di un intervento normativo contro le fake news:
le fake news un fenomeno “di estrema gravità è la diffusione voluminosa, istantanea e incontrollata di notizie deliberatamente falsificate o manipolate”, spiega l’Autorità. Cardani, nella Relazione al Parlamento, si schiera a favore di “un intervento normativo” e contro l’autoregolamentazione dei colossi web, che promettono “di sviluppare algoritmi per rimuovere le informazioni false e virali”, ma sono anche “i principali ‘utilizzatori’ gratuiti.
Ora, a parte il “ministero della verità” mi vengono in mente poche idee  circa quale soggetto potrebbe dedicarsi a riconoscere “fake news” ed applicare sanzioni commisurate alla gravità della fattispecie. Come ho cercato di spiegare più volte (l’ultima durante un’audizione parlamentare della Commissione per i diritti e i doveri relativi ad internet) il termine “fake news” rappresenta un campo problematico di definizione.
Di cosa parliamo quando parliamo di “fake news”?

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Essere un gruppo in Facebook: usati dalla Rete

Provate ad immaginare.

Immaginiamo che decidiate di iscrivervi ad un gruppo su Facebook perché vi riconoscete nei suoi contenuti esplicitati nel nome del gruppo come “noi che siamo cattolici”, che vi sentite rappresentati dall’essere lì dove, magari, ci sono altri come voi di cui siete “friend” e che nell’essere connessi, così, anche simbolicamente, è una cosa in cui vi riconoscete. Poi immaginate che un giorno il gruppo muti il titolo in “noi che vorremmo il Papa morto”. D’accordo ho estremizzato ma ho reso l’idea?

Voi ci mettete la “faccia” lì, o almeno la vostra iconcina-avatar, c’è il fatto che venite definiti “fan”, c’è, in qualche modo, la vostra reputazione esposta. Se il gruppo cambia di segno e non vi rappresenta più rischiate di mettere la “faccia” rappresentando ciò che non vi rappresenta.

Se poi pensate a quanti gruppi ci si iscrive spesso con leggerezza e superficialità, spesso dimenticandosene… Come mettersi una spilletta carina che ti dimentichi lì sulla maglietta. Solo che durante la notte la spilla cambia e inneggia all’odio, ad esempio, e che la tu maglietta è in pubblico e sopra c’è la tua faccia.

Ieri, dopo il gesto di aggressione di Tartaglia a Berlusconi e l’escalation di conversazioni (e conflitti) in Rete, abbiamo cominciato ad assistere al mutamento del nome di alcuni gruppi, nati con i fini dichiarati più diversi,  per trasformarsi in gruppi di “Solidarietà a Silvio Berlusconi”.

Gruppi in qualche modo “fake” con numeri elevatissimi di iscritti che hanno lasciato straniati molti degli stessi:

ATTENZIONE:GLIAMMINISTRATORI DI QUESTO GRUPPO HANNO MODIFICATO IL NOME DA “SOSTENIAMOIL MADE IN ITALY” A “SOSTENIAMO SILVIO BERLUSCONI”…altro che 390mila iscritti. siete4gatti..PER FAVORE COPIATE, INCOLLATE E USCITE DAL GRUPPO

ma vergognatevi ! come siete ridotti sepre a manipolare le persone a vostro favore. mai mi sono iscritta a questo gruppo pur condannando l’ episodio di violenza e tantanto meno ne voglio far parte ora . che venduti che siete

I gruppi che hanno mutato la loro natura sono diversi (grazie a Jacopo, Pier Luca e Catepol per alcune segnalazioni), come “I LOVE ITALIA” che diventa “BiDPLUS AUGURA UNA PRONTA GUARIGIONE AL PRESIDENTE SILVIO BERLUSCONI”, “No a facebook a pagamento nel 2010, servono 10.000.000 iscritti!” che diventa “SOLIDARIETA’ A SILVIO BERLUSCONI” o “Made in Italy” che diventa “Sosteniamo SILVIO BERLUSCONI contro i FAN di massimo TARTAGLIA” (ne abbiamo parlato ieri anche su FriendFeed – e questo post, di fatto, si deve alle conversazioni dei tanti che sono intervenuti).

Da un gruppo in cui sei iscritto che aveva un contenuto tutto sommato light ti ritrovi a sostenere una posizione “politica”. E forse non ti sei veramente iscritto a quel gruppo e reagisci con forza:

chi mi ha iscritto a stò gruppo??? andatevene a fanculo…

La crescita di numero degli utenti Facebook, le diverse esperienze dei linguaggi digitali e gli analfabetismi correlati, la scarsa percezione della propria sovraesposizione e la leggerezza della partecipazione (“accetto il gruppo, tanto che mi costa?”) richiedono una crescita della cultura dell’uso e dell’abitare i social network che deve partire anche dalla Rete stessa. Questo è il senso ad esempio del gruppo su Facebook “LE BUFALE SU FACEBOOK: NON CASCATECI!!!” o dell’approccio pedagogico all’uso dei settaggi nelle informazioni relative alle variazioni di nome dei tuoi gruppi.

Resta il fatto che i gruppi su Facebook sono forme di potere e di controllo che semanticamente si discostano dal’idea di “essere un gruppo”. Il fondatore ha un potere sugli iscritti che può esercitare accettando ed eliminando,  costruendo ed oscurando conversazioni e mutando la natura del gruppo stesso come nei casi estremi citati. Dietro l’appartenenza spesso risiede una superficialità della connessione che però può essere utilizzata strategicamente da chi gestisce il gruppo, ad esempio attirando “quantità” di utenti per trasformare “qualitativamente” i numeri: i 403.299 membri di Sosteniamo SILVIO BERLUSCONI contro i FAN di massimo TARTAGLIA iscritti per sostenere il Made in Italy.

Pensiamola nei termini del Marketing: io mi iscrivo al gruppo “quelli che amano il cioccolato” e mi ritrovo dopo alcuni mesi nel gruppo “quelli che amano Nutella”.

Forse dovremmo avere più attenzione, Anche l’iscrizione superficiale e deresponsabilizzata, giocosa e fatta per intrattenimento, diventa così un gesto politico. Come tutto l’abitare la Rete.

E anche chi osserva dall’esterno per alimentare un giudizio sulla Rete, giornalisti, politici, ecc. prima di giudicare a partire dai numeri dovrebbero tenere conto della fenomenologia dell’abitare la Rete, con le sue storture e le sue bellezze.