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La balcanizzazione di Facebook

Un po’ di tempo fa abbiamo discusso al festival di cultura digitale MedioEra con Antonio Pavolini e Alessio Jacona della mainstreamizzazione dei social media, di come una normalizzazione del loro uso nelle nostre vite ed una diffusione di massa abbia dato vita ad una sorta di balcanizzazione.

Questo è il video della nostra chiacchierata, giocosa e leggera ma che voleva mettere a fuoco temi che sempre di più oggi sono rilevanti.

Strappare il velo: iniziativa per un Freedom of Information Act in Italia

La strada che dobbiamo percorrere per lo sviluppo di questo Paese passa dalla trasparenza, una trasparenza che riequilibri il rapporto tra cittadini e Istituzioni. E non si tratta solo di inglobare un’ideologia dell’orizzontalità che l’evoluzione del web ci sollecita ogni giorno di più in diversi settori della vita pubblica e sociale ma di rispondere al mutamento di posizione che in quanto cittadini vogliamo avere nella “cosa pubblica”. Non voglio più vivere situazioni di scarsa trasparenza come quella per le nomine Agcom a lungo.

Per questo l’open government è un’esigenza prioritaria. E per questo occorre in Italia una legge sul diritto e sulla libertà di informazione che ristabilisca un corretto rapporto tra cittadinanza e Istituzioni, come sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. È questo il senso dell’iniziativa per l’adozione di un Freedom of Information Act in Italia (foia.it) che si pone gli obiettivi di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di un rapporto paritario tra cittadino e pubblica amministrazione e di impegnarsi per far mettere in primo piano nella agenda parlamentare una revisione della legge del diritto di accesso alle informazioni.

Ho approfondito con un altro promotore del FOIA italiano, il giornalista Raffaele Fiengo, per una vita componente del Comitato di redazione del Corriere della Sera e sempre in prima linea quando si tratta di libertà dell’informazione.

GBA: Raffaele ci racconti l’origine del FOIA in America e il suo senso per l’amministrazione?

RF: Il 13 luglio 1971 il New York Times incominciò a pubblicare i Pentagon papers che dimostravano il falso incidente del Tonchino con il quale gli Stati Uniti giustificavano la guerra del Vietnam. Washington fermò la pubblicazione. Ma la Corte Suprema diede ragione al giornale che poté uscire con le carte segrete. Anche se il paese era in guerra. Vinse la trasparenza.

Ed Obama, nel primo giorno da presidente ha fatto tre provvedimenti per ampliare proprio il FOIA. E si è visto con l’uscita delle comunicazioni interne che spiegavano come era avvenuta la vergogna della tortura, fino alle note che autorizzavano il waterboarding.

GBA: Cosa spinge in questa fase storica a proporre in Italia una legge per la libertà dell’informazione sulla forma del Freedom of Information Act ?

RF: Per molti anni questa nostra povera democrazia ha dovuto pensare alla propria sopravvivenza. Nemici e criminali operavano anche accanto e perfino dentro  le istituzioni. Gli strumenti del pieno funzionamento della democrazia come “esercizio del potere pubblico in pubblico” (secondo la bella definizione di Bobbio) erano un orizzonte lontano.

Negli anni 90 (quando decine di paesi democratici legiferavano sulla trasparenza), noi fermi al limite dell’interesse “personale e concreto”, il contrario della comunità. Un testimone racconta che fu lo stesso Andreotti a volere così.

Questa opacità pubblica, che ha certo aiutato il declino, il disastro che abbiamo davanti, oggi non tiene più.

Nonostante la pochezza, salvo rare eccezioni, dei grandi media non in grado di rompere un assetto in realtà omertoso, si è fatta strada una opinione pubblica con forte “domanda di trasparenza”.

E’ avvenuto perché la pesantezza della crisi ha portato in superficie fatti pubblici non conosciuti cosi clamorosi da esigere chiarezza. Le forme in cui si manifesta la domanda sono diverse.  Quasi tutti capiscono che il paese non può più permettersi un assetto di rapina. Con vera trasparenza la corruzione, per esempio, arretra per forza.

GBA: C’è quindi una domanda di trasparenza che sembra oggi avere tutte le condizioni di possibilità per realizzarsi: come darle concretamente corpo?

RF: Cercheremo di presentarla, tutti insieme, la richiesta del FOIA, direttamente  in un incontro della “Iniziativa” con Monti. Basterà un decreto, semplice e chiaro. Ma subito. Solo una democrazia così può battere perfino lo spread.

L’appello è, ovviamente, pubblico e se volete potete firmarlo qui.

Facegram: note a margine di un’acquisizione

Funziona così: hai una bella idea in stile 2.0 da fare  sviluppare attraverso una start up che ha un modello di business semplice: accumulare molte relazioni sociali che siano abbastanza interessanti da costituire un interesse per un pesce più grande. Se poi la tua crescita è sufficientemente preoccupante allora  sei pronto per essere acquisito. È così che Instagram è stato acquistato da Facebook per 1 miliardo di dollari. 30 milioni di utenti registrati da iPhone e il lancio su Android sono numeri interessanti tanto che Mark Zuckerberg ha scritto nell’annuncio fatto su Facebook:

This is an important milestone for Facebook because it’s the first time we’ve ever acquired a product and company with so many users. We don’t plan on doing many more of these, if any at all. But providing the best photo sharing experience is one reason why so many people love Facebook and we knew it would be worth bringing these two companies together.

Sì, perché un secondo elemento da considerare è la centralità delle immagini che caratterizza la strategia di sviluppo di Facebook, come mostra la trasformazione sia della timeline dei profili che dei gruppi: è nella narrazione con accento visuale che risiede il senso futuro del social network.

Come scrive Paolo “L’integrazione con Instagram e soprattutto l’acquisizione di know how, tramite il suo team, non può far altro che favorire ulteriori sviluppi, magari anche in chiave editing”.

E poi c’è ovviamente la capacità di Instagram di aver lavorato con successo sulla relazione fra mobilità, social networking e condivisione di eventi della vita. Che poi spesso si è sviluppata nella continua pubblicazione degli utenti di immagini Instagram nella propria timeline.

In Rete si è sviluppato immediatamente un rumore di fondo sull’acquisizione, tra toni sarcastici e preoccupati e segnalazioni su come cancellarsi da Instagram e conservare le proprie foto o su quali altre app utilizzare. Una di quelle conversazioni umorali fatte di mi piace/non mi piace che mostrano come questa acquisizione parli, di fatto, del nostro immaginario e di come ci percepiamo nell’ecosistema dei social network. Molti utenti si sono sentiti venduti a Facebook per poco più di 30 dollari, come se il loro immaginario per immagini non fosse già stato loro espropriato dall’aver accettato le condizioni che Instagram impone per usarlo.

In realtà viviamo in un’epoca in cui cediamo pezzi di “senso” personale e connesso a fronte di alcuni servizi che consentono di uniformare le nostre immagini attorno ad un appiattimento del gusto guidato da pochi filtri che rendono le nostre foto così tutte uguali da rassicurarci. Incorniciando fotografie da condividere in lo-fi o seppiate o esaltando i colori con il filtro X-Pro II ci riconosciamo gli uni con gli altri come parte di un’unica melassa che rende uguale ciò che è diverso: forme per contenuti. Il resto è economia di mercato al tempo del web e bolle che non scoppiano perché, come quelle di sapone fatte da bambini, sono lì per stupirci ed intrattenerci. Per ora.

La funzione del blog in Italia

Non amo i bilanci da chiusura del vecchio anno e il ripromettersi le cose per il nuovo. Amo però riflettere su come siamo stati e come vorremmo essere. E questa cosa ha a che fare, apparentemente, con il nostro abitare questi spazi, con il senso del nostro risiedere qui dentro. Attraverso la scrittura di un blog, ad esempio e con il senso che dobbiamo dare al nostro scrivere. WordPress, ad esempio ha deciso di  incentivare per il 2011 la scrittura quotidiana o almeno settimanale attraverso iniziative ad hoc. Piattaforma commerciale e non di senso.

Se invece guardiamo meglio, non lasciandoci distrarre, il senso del nostro abitare qui attraverso la scrittura ci dice qualcosa di più ampio che mette immediatamente in connessione il nostro risiedere narrativamente nella Rete con la nostra realtà nazionale.

Ecco, fare i bilanci su questo senso significa, per me, sottolineare la funzioni che tenere un blog ha oggi. Qui, in Italia.

Una funzione che ha a che fare con la natura della scrittura in un Paese che vede il Sapere in caduta libera e in cui la popolazione assume massicce dosi di finzione senza possibilità di retroattività.

Provo a spiegarmi, prendiamocela calma, che il linguaggio per raccontarlo non è semplice e la lettura difficile come stridente è la scrittura. Se ve la sentite continuiamo.

Partiamo dal rapporto tra disagio psichico e condizione della cultura nel nostro Paese.

L’Italia è il massimo consumatore in Europa di psicofarmaci (dalle benzodiazepine ai triciclici di quarta generazione). Un fenomeno che accade nel momento in cui, con il crollo dei saperi e la conseguente avversione generalizzata verso la cultura come riparatrice e sutura terapeutica autoconsapevole, il paradigma di cura psichica subisce determinanti trasformazioni. È un boom di terapie psichiche a breve durata, la cura è stupida poiché misura il sintomo e lo fa regredire (Giuseppe Genna, Italia De Profundis, p. 63).

“la cultura come riparatrice e sutura terapeutica autoconsapevole” …  Nel momento in cui la cultura viene delegittima sia nel Palazzo che nei salotti, sia nel mondo del lavoro che in quello della formazione (scuola ed Università) – per non parlare dei media – viene a mancare una forma di terapia fondata sull’auto-consapevolezza. Restano rimedi chimici. E accanto agli psicofarmaci possiamo pure aggiungere le forme alternative rappresentate dalla quantità di gocce di Resource Remedy che quotidianamente vengono auto-somministrate per lenire stati di ansia e di stress.

Di contro assumiamo massicce dosi di finzione senza possibilità di replicare. I diversi ambiti della realtà (lavoro, economia, politica, ecc.) costruiscono narrazioni fittizie alle quali aderiamo. Per dirla in termini radicali, come fa Christian Salmon, lo storytelling diventa un’arma di distrazione di massa:

Diventata grazie alla globalizzazione e alla cinica ferocia dei comunicanti, l’arma di distruzione sognata dal mercato: quando “l’arte di raccontare storie” diventa l’arte di “formattare gli spiriti” per alienarli.

È la prospettiva del nuovo ordine narrativo, capace di dare forma al nostro immaginario, espropriandocelo, sottraendoci la possibilità/necessità di costruzione auto-consapevole delle storie, per limitarci ad “aderire” a quelle professionalmente costruite dalla politica, dall’economia, dalla pubblicità…

Dire “nuovo” è, ovviamente, sbagliato,  le radici sono più profonde e l’analisi di Salmon superficiale e, spesso, raffazzonata –  lo spiega bene Wu Ming 2. E lo storytelling non è necessariamente finzione (da intendersi come inganno) né tutti i narratori partecipano alla costruzione di questo nuovo ordine narrativo. Ma non è questo il punto. Caliamoci nella realtà dell’opinione pubblica italiana, in quella del nostro immaginario nazionale, e, senza necessità di prove, la relazione fra condizione culturale/espropriazione dell’immaginario/ordine narrativo/assunzione massiccia di dosi di finzione è auto-evidente.

La maggior parte delle narrazioni mediali, se ci pensiamo, produce (rubando le parole per raccontarlo)

Vicende di un intimismo irreale e, per questo, realistico secondo i canoni mentali della popolazione rimbecillita che assiste a uno spettacolo indifferente da quello che crede di ravvedere fuori [dai media] Raffigurano ciò che gli altri, la gente, desidera desiderare. Non è applicabile alcuna strumentazione analitica raffinata a questo décalage nazionale, debordante, inarrestabile.

Abbiamo quindi bisogno di riappropriarci della narrazione, di ritrovare percorsi di auto-consapevolezza che si strutturano attorno ad un sapere più vicino alle nostre emotività corporee:

le storie ci fanno emozionare e le emozioni, lungi dal contagiarla, sono invece un ingrediente essenziale della ragione. Senza rabbia, passione, tristezza e speranza non saremmo in grado di ponderare la più piccola scelta. Ci comportiamo in modo da essere felici, non per massimizzare l’utilità attesa.

Il blog può rappresentare questa possibilità di riappropriarci delle narrazioni, di costruire storie che mettono in connessione e che sono connesse, che partecipano a ricostruire “dal basso” un immaginario e che svolgono una funzione “terapeutica” per la desertificazione emotiva.

Se il blog viene pensato ed usato come terreno di costruzione e diffusione del sapere, come tecnologia di cultura, allora non solo la sua funzione “riparatrice” del tessuto slabbrato del reale diventa evidente ma consente, in quanto forma di scrittura auto-consapevole, di sviluppare quella retroattività che tutta la finzione in cui siamo immersi non permette.

Come ho già detto vissuti e rappresentazioni dei vissuti tendono a risincronizzarsi in questa forma di letteratura dal basso, personale e di massa. Da lettori/spettatori a scrittori/performer capaci di produrre ed abitare uno spazio letterario di massa a vocazione emotiva, che tenta – come può – di ri-accoppiare sapere e corpo.

Famolo Foursquare: l’insostenibile leggerezza dell’innovazione

Vincenzo ha scritto un post che mette il dito su una piaga aperta quando si ha a che fare con innovazione: la previsione di tendenze e la descrizione della mutazione in atto.

La “vulgata” giornalistica e di marketing comincia a parlare di un boom, anche in Italia, dei Location-based social networks mentre dai dati Forrester il quadro (su popolazione americana) non sembra proprio così esplosivo.

Ora, dal mio punto di vista ci troviamo di fronte ad una possibile linea evolutiva aperta dalle forme di geolocalizzazione unite alla dimensione di social networking, pensate a Foursquare e Gowalla.  In tal senso, come ho scritto nel mio altrove, è possibile cominciare ad immaginare forme di relazione sociale mediata georeferenziata e di passaparola connettivo che diventa, per le linee di possibile sviluppo del marketing, un interessante mix di evoluzione del linguaggio promozionale capace di connettere luoghi fisici e relazioni im-materiali tracciabili, visualizzabili e strutturabili attorno a spazi nuovi: contemporaneamente concreti ed intangibili.

Lavorare sulle linee di tendenza ha, per me, a che fare con logiche non-darwiniste che si devono confrontare con una “deriva evolutiva” della tecnologia, cioè con percorsi dove l’imprevedibilità e la contrapposizione di forze generano percorsi non lineari, picchi evolutivi osservabili solo nell’emergenza e momenti in cui l’innovazione non prelude sempre a forme di stabilizzazione verso l’alto (ad esempio uso di massa di una tecnologia).

Potremmo sintetizzare l’analisi Forrester con le loro parole: “Geolocation Users: Small But Influential… Potential Doesn’t Match Hype . . . Yet”.

Quindi ci troviamo di fronte alla solita linea (curva) evolutiva di adozione della tecnologia (con immediate finalità nei termini del marketing) che vede la centralità nella fase dell’innovazione degli early adopters – che vengono, per consistenza, subito dopo i veri e propri “innovatori” e che possono fare la differenza in termini di possibilità di diffusione.

Ora: si tratta di un modello evolutivo che – tendenzialmente – funziona come realtà (auto) esplicativa e si auto valida. All’inizio sono quelli che per primi “adottano” un tecnologia a comprarla e usarla 🙂 E di solito sono persone influenti per potere d’acquisto, lavoro che fanno, interessi … veri e propri innovatori 🙂 – È estate, concedetemi un po’ di scherzare, anche se è evidente che pensare le cose così come fa il modello significa prevedere – a priori – quali categorie sociali useranno una tecnologia secondo il principio del marketing. Se no non si spiegherebbe come mai vengono inviati fior fior di telefonini a blogger, personaggi televisivi, giornalisti, ecc. con-fondendo early adopters ed opinion leaders.

Comunque, per quel che riguarda i Location-based social networks ci troviamo, appunto, nel momento in cui si genera un’innovazione che costruisce possibili strade di stabilizzazione (compreso l’abbandono se non si supera il “chasm”). In realtà abbiamo a che fare con la diffusione di pratiche connesse all’uso di applicazioni che sfruttano il possesso di tecnologia cellulare adatta. Il che è un po’ diverso dal pensare alla diffusione di una tecnologia in sé e per sé autonoma. Come dire: una cosa è pensare alla propagazione del cellulare, altra pensare alla diffusione di pratiche d’uso di applicativi che su certi cellulari possono funzionare e ti consentono di fare “chek-in” dei luoghi.

Nella fase di propagazione iniziale hanno ovviamente una funzione fondamentale coloro che possono produrre racconti sulla tecnologia e sulle pratiche connesse: come i giornalisti e, nel caso citato da Vincenzo, consulenti di marketing. Questi ultimi cercano di “usmare” tra dati ed intuizione le possibilità di innovazione per i propri potenziali clienti così che, stirando al limite il ragionamento, ci si può presentare ad una riunione dove tra le altre cose si propone di fare qualcosa con il social network trendy del momento: “famolo 4square”. Parlarne in chiave ottimistica è anche un modo per crearsi consenso preventivo.

Il resto sono analisi e dati. Per dire, Foursquare sembra affermarsi più di Gowalla:

  • Foursquare ha quasi 2 milioni di utenti e Gowalla 340.000
  • Foursquare cresce del 75% al giorno rispetto a Gowalla
  • Foursquare ha caricati 5.6 milioni di luoghi contro 1.4 milioni di Gowalla
  • 1 luogo su 3 su Foursquare ha avuto 1 solo check-in o nessuno (1 su 4 per Gowalla)
  • Il luogo più popolare è “Casa” seguito dalle catene “McDonald’s” e “Burger King”

Su questi possiamo ragionare, tenendo conto che l’innovazione può essere sia letta che sospinta. Voi lettori/blogger early adopters avete anche questa doppia responsabilità.

Domanda 8: il centro-sinistra e i nuovi media

Geoff Andrews, giornalista e docente inglese che si occupa della politica italiana e dei risvolti mediali della stessa, ha organizzato un convegno dal titolo “Berlusconi and Beyond: Prospects For Italy” nel quale sono state lanciate 10 domande al centro-sinistra italiano.

L’ottava dice più o meno così: “Perché non c’è un reale interesse né capacità nell’usare i nuovi media” da parte del centro-sinistra italiano?

Domanda interessante per un partito sempre più a circuito chiuso.

Tra le risposte possibili vorrei tentarne una che ha a che fare con ragioni storiche e culturali del nostro Paese. Un Paese che ha visto e vede la contrapposizione politica centrata sul controllo di vecchi modelli mediali egemonici, quelli che sono percepiti come modelli di controllo dei vissuti individuali e collettivi. Il paradigma stampa/televisione è alla base di questa visione e il presidio di questi territori è considerato centrale. La televisione e la sua connotazione popolare si è progressivamente trasformata da fattore di sviluppo di consapevolezza (comunicativa) a distanza del mondo e di partecipazione collettiva di massa (penso a quello che mostrano gli studi sulla funzione pedagogizzante esercitata dalla paleo-tv) a forma di regresso.

I tentativi di controllo delle agende di stampa e tv da parte di élite ha la funzione di mettere in scena racconti dei vissuti individuali e collettivi sottraendoli ai contesti relazionali vivi che queste élite non sono più capaci di rappresentare.

Un tale modo di concepire la funzione egemonica dei media fa sì che le esperienze relazionali, interattive e partecipative che provengono da territori neo-mediali (blog, siti di social network ecc.) vengono non solo inibite ma spesso osteggiate. Oppure tollerate, ma solo se riconducibili entro le maglie dei linguaggi “primitivi” dei media di massa. Come quando un politico utilizza Twitter come fosse un comunicato stampa per raccontare luoghi “veri” in cui va a incontrare la gente, vera anch’essa.

Per questo motivo si va a Sanremo. Per presidiare il paese reale. O meglio: la sceneggiatura spettacolarizzata dello spirito di massa. Quello pensato da élite cresciute nel connubio tra organizzazioni ideologico-politiche novecentesche e alfabetizzazione dei media di massa. E che queste élite richiedono di rappresentare così come loro lo pensano.

Berlusconi vs. Dott. House: sulla libertà di rifiutare le cure e la narrazione mediale

Proprio nei giorni in cui Silvio Berlusconi ricorda la scomparsa di Eluana Englaro in una lettera alle suore misericordine della clinica Beato Luigi Talamoni – struttura che la ospitava – con queste parole

Carissime sorelle, è trascorso ormai un anno dalla scomparsa di Eluana Englaro. Vorrei ricordarla con voi e condividere il rammarico e il dolore per non aver potuto evitare la sua morte

su una delle sue reti va in onda la settima puntata della sesta stagione del Dottor House nella quale House presenta ad una conferenza di medici un paper scritto dall’amico e oncologo Wilson dal titolo “Eutanasia: diciamoci la verità, tutti noi la pratichiamo”. Le parole di Wilson-House di fronte a facce allibite dei suoi colleghi sono queste:

Eutanasia. Diciamoci la verità, tutti noi la pratichiamo. E’ solo che non ne parliamo. Stiamo al gioco. Usiamo altre parole oppure non ne usiamo affatto. Paziente S. 55 anni. Cancro ai polmoni in fase terminale. Il suo dolore si trovava perfino oltre il punto in cui potevamo fingere di alleviarlo. Gli mostrai come usare la pompetta della morfina. Gli dissi che troppa morfina l’avrebbe ucciso ma di non preoccuparsi. La macchina ne eroga fino ad una certa quantità.  Per rimuovere il blocco bisogna inserire un codice particolare. Sono andato alla porta e ho detto all’infermiera: il codice è 328. Lo dissi ad alta voce. Quando entrò la prima volta nel mio ufficio gli dissi che sarei stato con lui ad ogni passo del suo percorso. Ma lo lascia da solo, alla fine. Ho infranto quella promessa. Per pararmi il sedere…

Non voglio mettere l’accento su una eventuale relazione tra i due eventi ma sulla messa a tema mediale che presentano.

Una modalità è quella di tematizzazione attraverso l’informazione, creando una connessione fra l’anniversario della morte di Eluana e una lettera privata in pubblico da distribuire via Ansa, accentuando una storia personale, un’idea teleologica (di chi non ha potuto salvarla) ed un messaggio morale da affidare lapidario, senza possibilità di commento o dibattito.

L’altra affida la messa a tema all’intrattenimento, la radica alla dinamica della serializzazione in un momento in cui leggerezza e spiazzamento si incontrano. Sul divano di casa, tra le vicende sentimentali di House e la risoluzione sherlockholmesiana di casi clinici, calano come un pugno nello stomaco le parole lanciate attraverso lo schermo.

Quali sono i luoghi dei dibattito per alimentare la sfera pubblica? Quali diverse sfere pubbliche rappresentano questi modi di messa in narrazione dei temi?

Quanto l’esperienza di Berlusconi è diversa da quella di House e da quella dei loro pubblici?

PS A proposito: la legge sul testamento biologico che è stata una priorità della politica italiana negli ultimi giorni di Eluana, che fine ha fatto? E’ uscita dall’urgenza mediale per farsi normalità normativa.