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Le fake news: un problema di cultura e consapevolezza

 

Fake-news-cioè-quando-una-notizia-non-piace-ai-dominantiLe fake news sono la cartina di tornasole di un sistema dell’informazione ibrido che vede associarsi la perdita di fiducia negli attori istituzionali (giornalisti, politici, ecc.) ad una concorrenza nella propagazione istantanea di informazioni che vede il protagonismo degli utenti nella distribuzione di news.

Velocità di produzione e diffusione di news, moltiplicazione delle fonti, mutamento del senso di fiducia rispetto al sistema dell’editoria hanno sviluppato una realtà in cui è difficile per l’utente ristabilire una gerarchia di attendibilità anche perché l’utente stesso è parte del sistema di propagazione.

L’unica risposta possibile alle fake news è in tal senso l’educazione e lo sviluppo di un dibattito pubblico che sappia produrre consapevolezza più che paure. Abbiamo cercato di aprire questo dibattito con un appello-manifesto del Digital Transformation Institute che è stato pubblicato anche su Il Foglio. Il decalogo è questo: buona discussione.

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1. Il problema delle fake news esiste da sempre: oggi si alimenta di nuove dinamiche

Le notizie deliberatamente false o artatamente modificate vengono intenzionalmente prodotte e diffuse da sempre. Le fake news diventano oggi un argomento centrale perché le piattaforme web e i social media eliminano qualsiasi mediazione e rendono inefficaci i filtri, i controlli, le regole professionali ed etiche dei sistemi editoriali tradizionali. Le reti attivano processi di destrutturazione del sistema dell’informazione, depotenziano i modelli centralizzati e creano nuovi ecosistemi informativi istantanei, permeabili e sempre più user generated. Le arene discorsive, una volta segmentate in base al controllo di codici complessi, perdono la loro identità ed il loro contesto. Tutti hanno accesso ad un unico contesto discorsivo/dialogico, generato dalle interazioni tra pari e subordinato solo a meccanismi specifici di piattaforma: dagli algoritmi alle policy. Ciò ha determinato grandi opportunità di espressione e confronto ma produce anche grandi rischi.

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L’umanità nell’algoritmo di Google

Nell’intervista che Massimo Russo fa a Ben Gomes, vice presidente di Google, troviamo spiegato bene come dietro l’affinamento dell’algoritmo ci sia un test permanente con valutatori umani, che rappresenta l’essenza del progetto Owl teso – tra le altre cose – a rendere meno visibili notizie bufala, messaggi d’odio e in generale informazioni false o offensive ma anche leggende metropolitane o teorie cospirazioniste.

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Il ministero della verità

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Nella recente relazione annuale Agcom nella figura del presidente Angelo Cardani si è schierata a favore di un intervento normativo contro le fake news:
le fake news un fenomeno “di estrema gravità è la diffusione voluminosa, istantanea e incontrollata di notizie deliberatamente falsificate o manipolate”, spiega l’Autorità. Cardani, nella Relazione al Parlamento, si schiera a favore di “un intervento normativo” e contro l’autoregolamentazione dei colossi web, che promettono “di sviluppare algoritmi per rimuovere le informazioni false e virali”, ma sono anche “i principali ‘utilizzatori’ gratuiti.
Ora, a parte il “ministero della verità” mi vengono in mente poche idee  circa quale soggetto potrebbe dedicarsi a riconoscere “fake news” ed applicare sanzioni commisurate alla gravità della fattispecie. Come ho cercato di spiegare più volte (l’ultima durante un’audizione parlamentare della Commissione per i diritti e i doveri relativi ad internet) il termine “fake news” rappresenta un campo problematico di definizione.
Di cosa parliamo quando parliamo di “fake news”?

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Il digitale siamo noi connessi

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La proposta per un possibile disegno di legge denominata “Disposizione per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica” è un indicatore dello spirito del tempo. Un tempo che vede la scarsa competenza sui fenomeni di ciò che accade online affrontata con norme che hanno in testa i modelli di produzione e circolazione del mass media novecenteschi; un tempo che sente il bisogno da parte dello Stato di sviluppare confuse forme di controllo in arene pubbliche non controllabili e che confonde, molto spesso, l’hate speech con il free speech. È una brutta proposta bipartisan in cui affrontare la “sensazione diffusa” (SIC!) di falsità (?) online assume la forme di uno sviluppo di problematici meccanismi di regolazione e controllo supportati da norme sanzionatorie – delle storture ne parla diffusamente Fabio Chiusi su Valigia Blu. Tocca certamente temi che dobbiamo affrontare, ma non così.

Quello che deve essere messo a tema è una realtà informativa mutata tra online e offline i cui problemi cominciano ad essere raccolti dal pubblico più generalizzato anche per opera dei media stessi.

Quando si parla, senza ricorrere a nessun dato, di “sensazione diffusa” mi pare piuttosto che ci si possa riferire ad uno snodo determinante in cui sta emergendo una sensibilità sociale per le realtà prodotte dalle connessioni online, una realtà però che ha visto, nelle post presidenziali americane, il sistema dei media – e quindi l’opinione pubblica – interrogarsi sulle conseguenze “politiche” di una realtà informativa in cui disinformation e misinformation trovano nuove forme di esistenza.

Proviamo a fare ordine su questa narrazione dominante.

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