Il digitale siamo noi connessi

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La proposta per un possibile disegno di legge denominata “Disposizione per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica” è un indicatore dello spirito del tempo. Un tempo che vede la scarsa competenza sui fenomeni di ciò che accade online affrontata con norme che hanno in testa i modelli di produzione e circolazione del mass media novecenteschi; un tempo che sente il bisogno da parte dello Stato di sviluppare confuse forme di controllo in arene pubbliche non controllabili e che confonde, molto spesso, l’hate speech con il free speech. È una brutta proposta bipartisan in cui affrontare la “sensazione diffusa” (SIC!) di falsità (?) online assume la forme di uno sviluppo di problematici meccanismi di regolazione e controllo supportati da norme sanzionatorie – delle storture ne parla diffusamente Fabio Chiusi su Valigia Blu. Tocca certamente temi che dobbiamo affrontare, ma non così.

Quello che deve essere messo a tema è una realtà informativa mutata tra online e offline i cui problemi cominciano ad essere raccolti dal pubblico più generalizzato anche per opera dei media stessi.

Quando si parla, senza ricorrere a nessun dato, di “sensazione diffusa” mi pare piuttosto che ci si possa riferire ad uno snodo determinante in cui sta emergendo una sensibilità sociale per le realtà prodotte dalle connessioni online, una realtà però che ha visto, nelle post presidenziali americane, il sistema dei media – e quindi l’opinione pubblica – interrogarsi sulle conseguenze “politiche” di una realtà informativa in cui disinformation e misinformation trovano nuove forme di esistenza.

Proviamo a fare ordine su questa narrazione dominante.

L’ecosistema dell’informazione è mutato e ci troviamo in un contesto complesso senza soluzione di continuità tra media mainstream e non mainstream. Il che significa che abbiamo a che fare con una realtà accelerata di propagazione delle news, con diversi attori – istituzionali e non – che competono e in cui la velocità di copertura di una notizia diventa un valore che nei processi produttivi rischia di interferire con la capacità di verifica. Ed anche affidarsi a figure di mediazione come le agenzie di stampa non pare più essere sufficiente. Un caso per tutti la “bufala circa le dichiarazioni di Donald Trump sulla Statua della Libertà che “incoraggia all’immigrazione” ed è “anacronistica”, ripresa e trattata come news in Italia da diverse testate come Repubblica, il Corriere della Sera, il Tempo, il Giornale, il TG La7 e Rai News. In realtà si trattava di un post dal tono ironico sul blog sull’Huffington Post. Il tutto nasce da un lancio dell’agenzia di stampa italiana AGI.

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I social media forniscono oggi la struttura portante per molte delle nostre conversazioni, in particolare sui temi della politica e dell’informazione. Questi spazi sono diventati centrali anche per la dimensione partecipativa ed il nostro impegno “politico” che oggi assumono una natura sempre più granulare: se teniamo conto della saturazione dei tempi di vita quotidiani allora anche l’engagement digitale assume una funzione nel mantenere alta la consapevolezza su determinati temi in modo sì frammentato ma continuativo. D’altra parte l’attenzione partecipativa che abbiamo online non è isolata ma influenza le nostre attitudini politiche e i comportamenti negli spazi sia online che offline (ne ho scritto più diffusamente sul n.56 di Origami).

I social media sono ambienti sociali che strutturalmente facilitano la diffondibilità dei contenuti e la penetrazione di questi nelle conversazioni tra utenti generando quella viralità che contraddistingue fake news e bufale. Allo stesso tempo non sono tenuti alla verifica delle notizie né ad una tracciabilità delle fonti.

Ad esempio durante la campagna per le presidenziali americane le fake news su Facebook hanno superato per livello di engagement le real news, come spiega un’analisi di BuzzFeed News. Dire questo non significa dire che l’elezione di Trump sia correlata all’engagement delle fake news su Facebook. Ma non sappiamo nemmeno nulla sulla qualità dell’engagement: ad esempio di come notizie false o controverse online possano produrre più coinvolgimento perché creano dissenso, correzione oppure dibattito. Dovremo abituarci nel tempo a sviluppare un’analisi qualitativa sugli effettivi contenuti e sugli stessi utenti se vogliamo approfondire fenomeni come questi che cogliamo superficialmente con il dato quantitativo.

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Dal punto di vista degli utenti le affordance dei social media e la loro strutturazione di reti sociali connesse attraverso cluster di vicinanza e lontananza creano una condizione ambientale adatta al confirmation bias ed alla strutturazione di eco chambers. Il “pregiudizio di conferma” è una sorta di acquisizione evolutiva della specie – che quindi non nasce online – nei confronti di un ambiente informativo che aumenta di complessità che porta gli individui a non mettere continuamente in discussione il mondo ma a confermare le convinzioni acquisite. È facile assecondare nei social media la nostra propensione a seguire e connetterci con profili di persone con cui condividiamo posizioni (ad esempio se sono di una determinata parte politica allora seguo gli account Twitter dei politici di quella parte) e a frequentare ambienti in cui ci troviamo a nostro agio con date convinzioni (chessò, come il gruppo Facebook “Stop alle scie chimiche”). Dire che creano le condizioni non significa che necessariamente ognuno di noi finirà per richiudersi online in camere dell’eco in cui chiacchierare con persone che si danno ragione a vicenda. Questo non significa evitare il problema ma tenere conto di una realtà conversazionale ed informativa più complessa: alcune di queste “camere dell’eco” non sono altro che occasioni di intrattenimento conversazionale, un prodotto di giochi linguistici che generano degli spazi a basso rischio di contraddizione in cui poter dire cose senza essere attaccati o stigmatizzati. Altre finiranno per essere mondi chiusi. Ma sono camere al plurale che frequentiamo, anche diverse fra loro, come spesso avviene nella normalità della vita, tra frequentazioni diverse ed occasioni diverse, alcune più permeabili di altre alla diversità. Questa “permeabilità” è data online dalla possibilità di introdurre varietà che contrasti cluster omofilici. Se le piattaforme sapranno garantirci con i loro algoritmi – e più in generale con le loro affordance – questa variabilità che contrasta un’omogeneità di chiusura e se impareremo a gestire la nostra dieta mediale introducendo noi varietà e discontinuità… allora credo ne gioveremmo tutti.

Non è quindi, per tornare alla proposta di legge, una questione di come regolare per attraverso una norma la trasparenza sul web: quale trasparenza poi? Né è pensabile introdurre per legge una linea rossa che discrimini la “Verità”: chi decide? Di quale verità stiamo parlando? In base a quali presupposti?

Se pensiamo alla manipolazione di informazioni, inutile dirlo, le norme a tutela esistono già e possono essere applicate.

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Occorrerà piuttosto educarsi al digitale, alle sue forme di libertà, alle proprietà di diffusione ed esposizione, alle modalità di autocontrollo sociali che nella comunicazione online possiamo adottare. Il digitale siamo noi connessi. Solo questo.

1 commento su “Il digitale siamo noi connessi”

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