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Come siamo cambiati da utenti del web: una lettura di Branch e Medium

L’ecosistema dei social media verrà presto perturbato dall’ingresso di due nuovi servizi di social networking che si stanno sperimentando con ingresso progressivo di utenti: Branch e Medium. Finanziati – più o meno direttamente – dal duo di Twitter  Evan Williams e Biz Stone i nuovi ambienti rappresentano chiaramente due modi di estendere il panorama editoriale di scritture/selezione/circolazione/lettura che Twitter ha contribuito a generare.

Branch consente ad esempio ai micro contenuti di trovare un luogo elettivo per farsi occasione di conversazione. Prendete quei Tweet che generano discussioni limitate dai 140 caratteri, con la difficoltà di inserirsi o tenere traccia della sequenza temporale; prendete quelle volte che avreste voluto che un tweet vi permettesse di avere un’occasione più ricca di scambio senza intasare la timeline di chiunque, quelle volte, per capirci, che avete avuto nostalgia di FriendFeed… Immaginate quindi si possa portare un tweet a diventare un branch e trascinare in una conversazione, peraltro aperta in quanto tale e non dipendente in fondo dalle nostre timeline.

E le conversazioni prodotte in Branch possono essere portate altrove, arricchendo blog e flussi diversi di contenuti tra incorporazione e segnalazione.

Sì perché Branch pensa ad un lettore/scrittore più estemporaneo e meno vincolato In sintesi: siamo di fronte alla consapevolezza che pubblicare sta diventando un gesto molto meno strutturato e più casuale.

Non si deve essere un blogger per pubblicare. Non è un mestiere, non richiede continuità, non ci chiude in un luogo preciso. E Medium è pensato in questo senso.

Medium è l’acquisizione della consapevolezza che l’era degli user generated content non è solo possibilità di pubblicazione e trasformazione del lettore in scrittore. È anche un’era di distributed content in cui l’audience fa il suo mestiere di leggere/vedere/ascoltare contenuti, apprezzandoli o denigrandoli, parlandone ad altri fino a produrre notorietà attorno ad un contenuto ma il tutto in modo visibile e consapevolmente connesso: con like, commenti, condivisioni, segnalazioni, tagging, ecc. Non importa essere un blogger o dover per forza riempire di post su news e gossip le timeline degli altri: siamo produttori anche quando aiutiamo a selezionare e diffondere i contenuti, quando li arricchiamo in capacità di costruirci attorno relazioni sociali che li impreziosiscono. Come viene spiegato:

Medium è stato progettato per permettere alle persone di scegliere il livello di contributo che preferiscono dare. Sappiamo che la maggior parte delle persone, per la maggior parte del tempo, si limiterà a leggere e visualizzare il contenuto, e va bene così. Se vogliono possono fare clic e indicare se un contenuto è ritenuto valido, dare un feedback al creatore e aumentare le probabilità che altri lo vedano.

Ciò che tende ad emergere non è tanto l’autore di un post ma il tema: Medium organizza infatti in “collections” i post strutturando, di fatto, una redazione collettiva di contenuti su un argomento e sganciandoli (per ora) da una pagina identitaria di chi scrive (come invece la logica del blog ci ha insegnato). Non ci abboniamo quindi più ad un autore ma ad un tema. Come scrive Luca De Biase “i tag non sono etichette che si aggiungono ai post, ma sono stimoli che invitano a scrivere un post”. E questo potrebbe diventare un elemento significativo per portare alla visibilità contenuti propri da sfera pubblica, consentendone la riorganizzazione ambientale che oppone la concentrazione alla dispersione di flusso. Qualcosa che sotto traccia possiamo leggere anche nel commento augurale che di Medium fa Dave Winer:

Please let Medium be something more than another high-walled silo for capturing people’s writing […] let it also be a lens for viewing content that’s stored elsewhere. Let people viewing content through that lens see no difference in fidelity from the content that was authored on your system, and stored on your system.

E’ presto per delineare un qualche scenario future che potrebbero o non potrebbero disegnare Branch e Medium. Quello che ci interessa è sottolineare la capacità perturbativa che possono introdurre in un ecosistema in cui Facebook. Google+ o Pinterest ma anche servizi di social tagging come Delicious ci abilitano a pensare forme di notazione e condivisione di contenuti in pubblico assecondando logiche di relazione sociale e messa in connessione. Da questo punto di vista mi sembra che siano entrambi luoghi che assecondano le tendenze alla produzione/distribuzione/consumo di contenuti che oggi si stanno delineando, tra necessità di scivolamento libero in un flusso continuo e capacità di farli emergere arricchendoli e la definizione di un utente “readwriter” che non distingue pragmaticamente quasi più tra lettura passiva e scrittura attiva, colmando lo spazio tra i due estremi con molteplici sfumature di engagement.

Re: @gba_mediamondo Editoria unofficial: tra self publishing e nuova circolazione

[disclaimer: sono un autore 40k e conosco bene il responsabile editoriale. Detto questo quando scrivo di qualcosa ci metto la faccia e la mia reputazione online. Preferisco avvertire e continuare a parlare di temi che ritengo interessanti]

L’editoria oggi sta ripensando se stessa, spinta anche dal sussultare delle onde di innovazione culturale e di condizioni produttive e di circolazione che il web propone. Da una parte troviamo quindi le possibilità del self publishing, con l’apertura di credito al singolo autore che, però, deve rinunciare al brand di una casa editrice, ad esempio, e saper controllare  l’intero processo produttivo e di distribuzione per costruire un prodotto culturale di qualità e che sia visibile a partire dai luoghi di circolazione e diffusione. Dall’altra sappiamo che i contenuti editoriali incorporano sempre di più le reti sociali che si costruiscono attorno a loro ed al loro autore così da valorizzare il prodotto editoriale caricandolo di senso capace di indicare le vie di circolazione. La reputazione online di un autore, ad esempio, finisce per costituire il DNA nelle possibilità di circolazione.

Per questo motivo trovo di particolare interesse il progetto 40K Unofficial che si propone come luogo editoriale di disintermediazione fra autore e pubblico… gestito da una casa editrice (anche se di editoria online).

L’idea è semplice: immaginate di avere un post un po’ lungo, di quelli che pensate raccontino bene quello che volete dire su un tema e di farlo diventare un ebook editorialmente gestito e distribuito da chi produce e distribuisce professionalmente online contenuti editoriali.

Perché allora non lasciare che restino post in un blog, ad esempio? Dovete chiederlo ad Alessandro Gilioli, Luca De Biase, Lia Celi e Simona Melani che aprono la non-collana parlando di temi a loro cari e sui quali hanno una reputazione online visibile e connessa.

Abbiamo forse bisogno di nuova circolazione delle cose che pensiamo e condividiamo online nelle nostre reti sociali, tra spazi di blogging e social network, aprendoci anche ad altre forme pubbliche del dibattito. Come quella del libro/ebook, che ha logiche di lettura ed attenzione diverse da quella di un post o di uno status. Che prevede modi e tempi di lettura e riflessione diversi, sottratti al flusso, sospesi e concentrati. Magari per rimettere poi il tutto, come commento o segnalazione, nel flusso.

Così la casa editrice si fa piattaforma di servizio per produzione/circolazione per chiunque abbia un suo momento unoff da proporre (come da form).

Da notare le copertine adatte al web e alla circolazione sociale che hanno una quarta incorporata sotto forma di ReTweet.

Network pragmatism ed ecosistema dell’informazione

Luca De Biase ha scritto un importante post per mettere a fuoco alcune mutazioni e rischi del sistema dell’informazione al tempo dei civic media. Anche in contrappunto ad alcune riflessioni di Gianni Riotta.
Trovo però che il limite di molti dei ragionamenti che facciamo attorno al contesto attuale sia che cerchino di trasporre le caratteristiche moderne dell’informazione, il modo di produrre-distribuire-consumare nato con i mass media, all’interno di un ambiente in cui la forma dell’informazione impatta e collide con le dinamiche relazionali che avvengono nello stesso luogo: cioè il fatto che la relazione fra forme di comunicazione interpersonale e di massa si è riarticolato attraverso forme di accoppiamento nuove.

Si tratta, inoltre, di un contesto in cui troviamo anche la presenza di quei media di massa che fanno informazione. Social curator e redazioni stazionano assieme su Twitter, giornalisti e amici che segnalano news li abbiamo, magari, tra i nostri friend. E anche i contesti informativi che creiamo, come i quotidiani online, generano la realtà da cui, nel dibattito, vorremmo allontanarci. Ad esempio scrive Riotta:

Sui primi due giornali italiani, Repubblica e Corriere, i video più visti online questo sabato comprendono la ragazza che si tuffa nel lago e sbatte il sedere perché è gelato, la scema che fa la capriola e cade dal letto, il fusto che solleva 150 chili e sviene, il reporter sfiorato da un aereo e la cliente infuriata che devasta il locale perché il panino non le piace troppo.

Possiamo concentrarci sulla gente che sceglie l’intrattenimento dentro un contesto informativo o su chi (la testata) inserisce in un contesto informativo video come questi. Una circolarità da cui difficilmente usciremmo.

La realtà è che molte delle critiche che si stanno producendo echeggiano ancora le posizioni di Andrew Keen presentate nel suo saggio “The Cult of the Amateur” – tradotto in “Dilettanti.com” – dove viene denunciata la “grande seduzione” che sta generando un punto di vista superficiale sul mondo prodotto da

un puro e semplice rumore generato dalle centinaia di milioni di blogger [ma aggiungete pure persone sui social network] simultaneamente impegnati a parlare di sé stessi.

Si tratta di una tagliente critica generalizzata che colpisce la generazione UGC, così come le pratiche di citizen journalism, la realtà della wikinomics, ecc.
E qui veniamo ad un primo punto. Internet rischia di generare differenze senza valore per cui sulla crisi asiatica il Nobel Amartya Sen è sullo stesso piano del suo anonimo aguzzino via blog. Occorrerebbe allora, sostiene Riotta, “riportare gerarchia di valori (il bene migliore del male), autorevolezza di tesi (il Nobel Amartya Sen la sa più lunga sulla crisi asiatica del suo anonimo aguzzino via blog), limpidezza di discussione”
Il “pragmatismo digitale” punta il dito sulla dittatura del dilettante, dell’anonimo, che si impone su quella dell’esperto e dietro alle apparenze di una disintermediazione capace di democratizzare i processi conoscitivi e produttivi nasconde un’ideologia, quella del web 2.0, che in realtà propone una forma di appiattimento del mondo e di svaporamento dei valori che tengono insieme processi educativi, conoscitivi e produttivi. Si tratterebbe di una miscela di tecno-illuminismo e principi libertari, quelli propri delle ideologie che stanno alla base di molta vulgata sullo sviluppo di Internet, che tende a valorizzare l’esistenza dei mercati di nicchia eliminando la fondamentale funzione degli intermediari culturali – ad esempio i giornalisti professionisti, gli editori, le case discografiche  – a favore di una big conversation su ogni argomento, quando in realtà abbiamo a che fare con, come scrive Keen, “milioni e milioni di scimmie esuberanti […] che stanno dando vita a una foresta infinita di mediocrità”.

Al di là di tutto, la polemica culturale su questi temi tiene sveglia l’attenzione critica rispetto ad atteggiamenti di esaltazione delle virtù salvifiche del web partecipativo. Eppure la logica di fondo che contrappone il valore dei media tradizionali e delle figure professionali istituzionalizzate ad un disvalore deterministicamente prodotto dall’amatorialità diffusa di massa nel web, non mi convince fino in fondo.

Ad esempio gli obiettivi di un regista e la macchina industriale di massa che sta alle sue spalle e quelli di un teenager che carica un video su YouTube con l’intento di intrattenere gli amici sono, ovviamente, diversi e non in competizione. Quando però ci troviamo di fronte ad un servizio con contenuto giornalistico prodotto dal basso, con riprese, ad esempio, da una zona di guerra o con la messa online del video “Morti collaterali” da parte di Wikileaks, denuncia anonimizzata rispetto alle fonti, in cui si vede l’uccisione da parte dei militari USA di una dozzina di civili – compresi due membri di Reuters – in Iraq, allora la realtà che stiamo valutando si fa un po’ più complessa. Oppure se pensiamo alla distribuzione di contenuti su blog e Twitter della rivoluzione Verde in Iran non possiamo pensare di liquidare in modo semplicistico gli UGC. Logiche relazionali e forme dell’informazioni si connettono in modi complessi.

E anche quando si pensa alla realtà dei contenuti online come ad una melassa indifferenziata di mediocrità, con la difficoltà di selezionare non avendo più efficaci intermediari culturali e, quindi, ad una conseguenza deterministica sulla cultura nei termini di un appiattimento, forse si generalizzano meccanismi che in realtà funzionano diversamente.

Un secondo punto ha quindi a che fare con la capacità di selezione ed il rischio di omofilia, per cui tendiamo ad incontrare contenuti incapaci di produrre differenze rispetto al nostro modo di pensare, meccanismo dovuto sia a come operiamo personalmente che attraverso motori di ricerca come Google – come scrive Eli Pareser “dal 2009 vediamo i risultati che secondo il PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In poche parole, Google non è più uguale per tutti”.
Quello che è certo è che la strada aperta dall’interconnessione tra contenuti e relazioni sociali è da considerare un punto di non ritorno e anche una delle forze del web sociale. Il fatto che questo si traduca in un principio generalizzato di selezione per cui «posso incontrare solo ciò che possono incontrare e non posso incontrare ciò che non posso incontrare» è, invece, qualcosa che non necessariamente dobbiamo accettare.
Sul lato della selezione una prima risposta può provenire dalle nuove forme di intermediazione collaborativa tra professionisti ed amatori che, non dissolvendo il processo di mediazione, in realtà mostrano nuove e complesse forme di collaborazione e di co-dipendenza. Saper costruire una rete efficace in cui la sintesi e il trattamento dell’informazione è prodotto da un mix fra diversi “curatori” più vicini e distanti da noi in termini di friendship, miscelando così dimensione emotiva e conoscitiva dell’informazione, diventerà una necessità.

Sul lato dell’omofilia dobbiamo imparare a non accettare il fatto che «non sappiamo che non possiamo incontrare ciò che non possiamo incontrare» in termini informativi. Spesso alcuni comportamenti di ricerca di informazione aprono alle differenze rispetto ad altri: pensiamo a quello che emerge quando seguiamo il flusso di un #hashtag. Dobbiamo ripensare la rete in modo consapevole come un luogo in cui dobbiamo preservare la serendipità, riconoscerla, sperimentarla e pretenderla, ad esempio nella progettazione di interfacce – che oggi tendono a segnalare ciò che è “simile a te”.

Per questo alla fine concordo con De Biase che “I commons culturali hanno bisogno di comunità consapevoli. Attive. Colte.”. E con Riotta che occorre “Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell’onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l’uguaglianza”.

Ma per farlo dobbiamo cominciare a pensare la Rete attraverso parametri culturali diversi da quelli che hanno caratterizzato il ‘900 che siano in grado di tenere conto del fatto che la relazione fra forme di comunicazione interpersonale e forme di comunicazione di massa si è riarticolata ed ha assunto nuove possibilità di raccordo dopo che per lungo tempo ci siamo abituati a pensarle e ad osservarle come ambiti distinti e inaccoppiabili. Ecco credo che molto del lavoro che abbiamo da fare e delle cose che dobbiamo capire stiano su questo versante, in un’ottica di network pragmatism.

Diffusione ed adozione dei social network

Ho sempre apprezzato il modo di Vincenzo Cosenza di affrontare la ricerca sulla Rete a partire dai dati e dalla loro messa in prospettiva attraverso la costruzione di un database utile per l’analisi longitudinale. La sua mappa mondiale dei social network, ad esempio, non solo ci racconta la penetrazione nei diversi paesi ma ci mostra l’evoluzione del fenomeno a partire dal giugno 2009 e ci permette una riflessione comparata che ci porta fuori dall’ “impressionismo” di alcune analisi che si limitano a descrivere la fotografia del momento. Mappare l’evoluzione spaziale dei social network nel tempo mi sembra essere una dimensione necessaria per costruire le nostre previsioni; utilizzare metodi di visualizzazione immediati (mappe, ad esempio) lo ritengo un corollario che, in realtà, diviene strategico oggi, per la necessità dell’immediatezza intuitiva della divulgazione scientifica.

Per questo guardo con interesse la sua costruzione di un ciclo di adozione dei social network fondato sulla comparazione.
Social Networks Adoption Lifecycle

L’idea di fondo è di utilizzare la curva a campana di adozione dell’innovazione(con la variante di Moore che prevede un momento critico di passaggio) per mostrare il posizionamento attuale dei principali SNSs a partire dalla numerosità delle adesioni:

Per ogni social network ho rintracciato il numero di utenti raffrontandolo con una popolazione di potenziali adottanti pari ad un miliardo.

Poiché credo si tratti di un lavoro interessante provo a muovere un’obiezione che vuole introdurre una variabile socio-antropologica all’interno della prospettiva di sviluppo dell’adozione possibile.

Come premessa possiamo dire che occorre distinguere tra diffusione ed adozione – è così che il modello funziona. La diffusione è un processo che porta un prodotto (o un’idea) ad essere accettato socialmente (o dal mercato) e la velocità di propagazione tra gli individui (i consumatori) delinea il suo tasso di propagazione. L’adozione ha a che fare con i meccanismi di decisione e di incorporazione, ad esempio di un prodotto tecnologico, che porta l’individuo a fare una scelta che introduce nelle sue pratiche quotidiane un certo uso della tecnologia stessa. Abbiamo quindi una logica quantitativa, il numero di persone che utilizzano un determinato prodotto tecnologico ne confermano il tasso di diffusione, che si combina con una qualitativa, la scelta del singolo di adottarlo.

Quello che mi chiedo allora è: dal punto di vista quantitativo è corretto parametrare tutti i social network su un potenziale di adozione di 1 miliardo di persone? O meglio: lo è visto che, qualitativamente, l’adozione di un SNSs è una scelta (apparentemente) individuale che dipende (in realtà) dall’effetto network?

Come ha sintetizzato danah boyd:

Esistono meccanismi che conducono gli early adopter su un determinato sito ma il fattore cruciale nel determinare se una persona diventerà o meno un utente del sito stesso è se questo è il luogo dove i propri amici si incontrano […] Molti dei nuovi social media, infatti, sono come giardini chiusi che richiedono, per essere di una qualche utilità, di essere usati anche dai tuoi amici.

Per questo motivo mi chiedo: un social network come VKontakte, per sua natura di etno-adottabilità (a partire dall’effetto network: gli utenti dell’ex Unione Sovietica si sono condensati attorno a questo social network e devo tenere conto di una popolazione di utenti che sappia leggere e scrivere in cirillico) o RenRen (per i cinesi), possono essere parametrati a partire dallo stesso potenziale numerico di un social network (potenzialmente) mondializzato come Facebook o Goggle+?

Propendo quindi per un’ipotesi che sappia collocare sulla curva dell’adozione sì i diversi SNSs ma pesando i parametri evolutivi a partire dalle effettive possibilità di adozione. Non ho soluzioni pronte in tasca, dobbiamo ragionarci.

Però mi sembra evidente, in questo senso, che MySpace, ad esempio, andrebbe collocato oltre la linea di maggioranza ritardataria e Orkut starebbe a metà della maggioranza anticipatrice. Occorre trovare il modo di mettere in connessione i singoli grafici della curva di adozione dei diversi SNSs.

Infatti come commenta Luca De Biase:

dobbiamo avere la consapevolezza che è come se il grafico fosse la sovrapposizione di molti grafici. Ogni tecnologia ha il suo destino, la forma del suo grafico è simile a quella del grafico degli altri, ma il suo grafico non è quello degli altri. La maggioranza che può raggiungere non è quella degli altri. Il motivo per cui ce la fa o non ce la fa è unico. E il confronto è giusto sul piano logico, non sul piano quantitativo.

Ecco, sul fatto che non sia sul piano quantitativo mi può trovare anche d’accordo ma ritengo che lo sforzo di costruzione di uno strumento di visualizzazione multilivello e comparativo meriti attenzione, perché può farci capire qualcosa di più sull’effetto network e sulle modalità di relazione fra diffusione ed adozione.

UPDATE

Consiglio la lettura anche del post di Elisabetta chiarisce bene alcuni fattori come quello “tempo”:

Andrebbe quindi approfondito per ciascun social network il rapporto fra stadio di evoluzione della tecnologia, numero di adottanti e potenziale bacino di diffusione, che non necessariamente è identico per tutti.

Le nuove parole per raccontare i “barbari”. Lettera aperta ad Alessandro Baricco

Blank Sheet of Paper by Marco Murray

Caro Alessandro Baricco, mi permetto di inserirmi nel dialogo a distanza che con Eugenio Scalfari avete costruito sulle pagine del quotidiano La Repubblica nelle scorse settimane. Prima la Vittoria del barbari proiettata al 2026, poi la replica di Scalfari e oggi la risposta conciliatoria ed esplicativa. Mi permetto, mi ripeto, di inserirmi … anche se, a dire il vero mi era stata chiesta un’opinione in merito al vostro primo scambio, opinione che ho costretto a sintetizzare ad una brava giornalista di Wired Italia a cui mi sono spiegato, forse, non benissimo. Comunque: era evidente a chiunque che parlare di “imbarbariti” e di “barbari” significa fare riferimento a due semantiche diverse e quindi osservare due fenomeni diversi trattandoli come unitari.

Ma sto divagando. La ragione per cui le scrivo è perché oggi mi sento direttamente chiamato in causa. Lei infatti scrive:

Solo quarant’anni fa questi dibattiti di idee si facevano nelle accademie, e li facevano i filosofi, gli antropologi, i sociologi. Come mai adesso loro tacciono, smarriti, e noi, scrittori-giornalisti, ci troviamo bene o male ad accompagnare la riflessione collettiva su temi così importanti su carta che l’indomani involtola l’insalata o su riviste che ci mettono in copertina tutti belli ritoccati, manco fossimo degli attori?

Le scrivo perché sono sociologo e proprio di queste cose mi occupo e ne parlo. Quotidianamente. Senza sottrarmi. E come me lo fanno molti colleghi sociologi e di altre discipline – anche se, mi si permetta, forse mantenere confini così netti ha a che fare con una modernità che sta sparendo. Io e loro non tacciamo smarriti. Fare ricerca sulla mutazione e sui barbari, scriverne, discuterne prende parte della nostra attività quotidiana. E lo facciamo, praticamente, nell’assenza di finanziamento da parte dello Stato che alla ricerca oggi riserva pochissimo ma con la certezza che sia il modo per interpretare il presente e per costruire mappe per aiutare chi si sente smarrito.

Allora mi sono chiesto: da dove viene la nostra invisibilità? Certo: noi non siamo “famosi” e non scriviamo su testate con una diffusione così di massa. Forse perché l’interpretazione del presente è oggi riservata alle forme di opinionismo diffuso associato ad una certa celebrità.

Ma la riflessione collettiva la accompagniamo. Da dove? Ma da questi territori “barbari”. Su questo blog come su quello di molti altri. E, sì, anche su Facebook, su FriendFeed… e in molti altri luoghi. Qualcuno, talvolta, sbuca pure in televisione o su una qualche rubrichetta di giornale. Certo, in qualità di “esperto”, storpiato, confinato nel linguaggio sospetti di specialismo. Devices, taggare, dating online … Colpa nostra. Eppure spesso sappiamo anche trovare le parole per raccontare la mutazione che osserviamo ad un pubblico più allargato, tra la meraviglia generale. Stiamo imparando. Ma quello che conta è che occorre capire che l’opinione pubblica oggi non viene rappresentata solo su giornali e televisioni. E che una certa fetta di “pubblico” si rappresenta da solo ed è capace di portare avanti la riflessione collettiva grazie al fatto di essere diventato parte della conversazione, senza che qualcuno debba portarla avanti per lui.

Infatti, a pensarci bene, io in questi territori “barbari” non sono mica solo con i miei colleghi accademici nell’analizzarli, nel riflettere, nel tentare interpretazioni. E non porto avanti la conversazione ed il dibattito pubblico solo con qualche sparuto intellettuale che racconta le sue stranezze da un blog. Accanto agli amici sociologi, antropologi, filosofi (immagino che quando lo dice intende “in modo assoluto”, che so, appunto, docenti nelle accademie) leggo e mi confronto sulla mutazione socio-antropologica con molte persone diverse, “nativi” – so che questo termine è abbastanza mainstrem da dover essere usato – di 24 o 50 e passa anni. Lo faccio quotidianamente. Da loro ho imparato molto.

E insieme abbiamo imparato ad abitare questo territorio, capendo che non si tratta di una realtà “altra” rispetto a quella “reale”. Abbiamo imparato ad immaginare un modo diverso di produrre e consumare conoscenza sfruttando le dinamiche di superficie (non di superficialità: altro banale fraintendimento di Scalfari). E abbiamo imparato modi di costruire le relazioni mediate a distanza che sono proficui. Abbiamo imparato e sbagliato. E stiamo continuando a farlo.

Nella mia Rete quotidiana non ho magari Larry Page, Sergey Brin,Steve Jobs o Jimmy Wales. Ma conosco persone che hanno creato start up dal niente, altre che stanno crescendo inventando le professioni del domani e altre ancora che insegnano a seguire il “senso” dell’abitare il nostro tempo e lo fanno sempre aprendosi al confronto, con una logica di necessità: basta tenere i commenti aperti e rispondere. Ecco, ad esempio, per parlarvi in pubblico, lei e Scalfari, sarebbe bastato un post di Alessandro che Eugenio commentava e così via. E avrebbero potuto partecipare anche altri. Sostenendo l’uno o l’altro o, addirittura, inventando posizioni diverse.

Quando mi è capitato di confrontarmi con le persone che guardano dalla loro distanza siderale i territori barbari non gli racconto come Scalfari “la stessa ansia che hanno anche loro, cioè quella di poter essere barbari senza imbarbarire” ma preferisco portarli dentro la “normalità” di questo luogo, nel suo chiaroscuro. Senza farli sentire in colpa, lavorando sull’ansia.

Si tratta di riuscire a rappresentare il racconto che stiamo costruendo. E ci vogliono le parole giuste, questo è vero. Come dice Luca (De Biase) lei è “un grande scrittore… con sapiente qualità intellettuale, grande senso delle proporzioni e molta umanità”. Ma per costruire il racconto serve anche il senso dell’abitare un luogo come quello barbaro. Si faccia vedere un po’ di più da queste parti. Entri anche lei nella conversazione. Forse potrà osservare – studiare? – la mutazione in atto ed aiutarci a trovare le nuove parole che sono necessarie per raccontarla.

De-sign (e da-sein) the future

/image by Joshua Held/

C’è coraggio ed impegno nelle iniziative Venice Sessions. Impegno perché si trattano temi di frontiera: questa volta il design. Coraggio perché lo si fa mettendo in connessione architetti, progettisti, direttori di riviste di design con blogger, analisti dell’innovazione ed il “pubblico” della Rete – la complessità della relazione la potete leggere qui, nel fluire dei tweet, oppure nella narrazione parallela “non ufficiale” di Gianluca o magari, giusto per affacciarvi al clima, gustatevi il resoconto auto-etnografico di Galatea.

D’altra parte, come ha detto Luca De Biase (re-twittato in giro) “questo non è un evento è 1 modo di mettere insieme le idee”. Solo per questo andrebbe avviato il processo di beatificazione di Salvo, patron illuminista dell’iniziativa 😉

Questa quindi è una modalità operativa per mettere in narrazione la cultura dell’innovazione, un momento che si propone di fare da agente catalizzatore. È questa sua natura processuale, di attivatore culturale e di alimentatore di prospettive che mi interessa di più. (Qualcuno di noi – io e lui, ad esempio- non si dimentica la troppo breve esperienza della collana Mediamorfosi Telecom/Utet che ha rappresentato un progetto di sviluppo culturale per una generazione italiana di analisti dell’innovazione mediale).

Un resoconto sintetico della giornata lo trovate scritto proprio da Luca, moderatore ed attivatore di conversazioni. Qui lascio qualche mia considerazione emersa dall’ascolto, dalle conversazioni, dalle chiacchiere durante e dopo (è “1 modo di mettere insieme le idee” ma è un modo “totale”, ti assorbe per tutto il tempo).

Ragionare oggi del design richiede a mio parere di “forzare” la natura della semantica cui siamo abituati, pragmaticamente abituati, per abbracciare tutta la portata della sua definizione: “design underpins every form of creation from objects such as chairs to the way we plan and execute our lives” (data da uno sviluppatore di Video Game come Dino Dini). Il design si occupa di sedie e corpi. Architetture e relazioni sociali. Cartelli stradali ed emozioni. E del software, quello culturale.

Ho trovato per questo particolarmente “irritativo” (capace cioè di “smuovere” e farsi domande non banali) un intervento come quello di Elio Caccavale, interaction designer al Royal College of Art,che ha posto al centro l’intersezione tra design, ricerca neuro cognitiva, etica, sociologia …

Prendiamo Neuroscope, pensato come un modo per creare (disegnare?) una nuova relazione tra ambiente domestico e laboratorio di ricerca, rendendo quotidiani complessi processi di laboratorio. È così che attraverso un microscopio connesso a un PC è possibile osservare a distanza una cultura di cellule cerebrali che crescono in remoto. Si esplorano e ridefiniscono contemporaneamente anche le relazioni tra entità umane e nuove classi di soggetti post-umani.

Oppure Lifestyle Pets, che consente di ri-disegnare animali domestici rendendoli ipo-allergenici (da leggersi alcune “perle” scritte nell’area Testimonial di persone che finalmente possono sfregarsi musetti di gatti sulla faccia). Fino ad arrivare alle forme di design del proprio figlio.

Un interessantissimo esempio riguarda il design delle emozioni e dell’etica, come nel prodotto bambola Susie smoke for two, un barattolo di vetro contenente un feto nel liquido amniotico e la testa di bambola che fuma. Fumare fa diventare giallo il liquido amniotico alterando l’equilibrio vitale del feto.

Design di emozioni per la user experience, design per la produzione di comportamenti etici. I confini vanno ampliandosi rispetto alle esigenze industriali novecentesche ed esplorano i nuovi confini delle relazioni e del postumano.

Altra suggestione che indirizza la riflessione sul design è venuta, a mio parere, da Justin McGuirck – che è direttore della rivista di culto ICON Magazine – quando ha ripreso la dimensione “artigiana” di Sennett. Craftsdesigner, potremmo dire, per sottolineare la natura di “bottega” del gesto di progettazione, di cura dettata dalle abilità e dal ragionamento più che dall’adattamento di modelli. Tradotta in termini contemporanei fa venire in mente la realtà del designer diffuso, l’appropriazione di mezzi e di metodologie da parte di un pubblico allargato che da fruitore si fa progettista. In chiave amatoriale, certo. Ma è proprio la messa in discussione dei confini tra professionalità ed amatorialità in un’epoca di UGC che ci può aprire a nuove prospettive: quando saremo designer delle nostre emozioni e delle nostre relazioni sociali. Un po’ come già facciamo quotidianamente nei social network.