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Strappare il velo: iniziativa per un Freedom of Information Act in Italia

La strada che dobbiamo percorrere per lo sviluppo di questo Paese passa dalla trasparenza, una trasparenza che riequilibri il rapporto tra cittadini e Istituzioni. E non si tratta solo di inglobare un’ideologia dell’orizzontalità che l’evoluzione del web ci sollecita ogni giorno di più in diversi settori della vita pubblica e sociale ma di rispondere al mutamento di posizione che in quanto cittadini vogliamo avere nella “cosa pubblica”. Non voglio più vivere situazioni di scarsa trasparenza come quella per le nomine Agcom a lungo.

Per questo l’open government è un’esigenza prioritaria. E per questo occorre in Italia una legge sul diritto e sulla libertà di informazione che ristabilisca un corretto rapporto tra cittadinanza e Istituzioni, come sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. È questo il senso dell’iniziativa per l’adozione di un Freedom of Information Act in Italia (foia.it) che si pone gli obiettivi di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di un rapporto paritario tra cittadino e pubblica amministrazione e di impegnarsi per far mettere in primo piano nella agenda parlamentare una revisione della legge del diritto di accesso alle informazioni.

Ho approfondito con un altro promotore del FOIA italiano, il giornalista Raffaele Fiengo, per una vita componente del Comitato di redazione del Corriere della Sera e sempre in prima linea quando si tratta di libertà dell’informazione.

GBA: Raffaele ci racconti l’origine del FOIA in America e il suo senso per l’amministrazione?

RF: Il 13 luglio 1971 il New York Times incominciò a pubblicare i Pentagon papers che dimostravano il falso incidente del Tonchino con il quale gli Stati Uniti giustificavano la guerra del Vietnam. Washington fermò la pubblicazione. Ma la Corte Suprema diede ragione al giornale che poté uscire con le carte segrete. Anche se il paese era in guerra. Vinse la trasparenza.

Ed Obama, nel primo giorno da presidente ha fatto tre provvedimenti per ampliare proprio il FOIA. E si è visto con l’uscita delle comunicazioni interne che spiegavano come era avvenuta la vergogna della tortura, fino alle note che autorizzavano il waterboarding.

GBA: Cosa spinge in questa fase storica a proporre in Italia una legge per la libertà dell’informazione sulla forma del Freedom of Information Act ?

RF: Per molti anni questa nostra povera democrazia ha dovuto pensare alla propria sopravvivenza. Nemici e criminali operavano anche accanto e perfino dentro  le istituzioni. Gli strumenti del pieno funzionamento della democrazia come “esercizio del potere pubblico in pubblico” (secondo la bella definizione di Bobbio) erano un orizzonte lontano.

Negli anni 90 (quando decine di paesi democratici legiferavano sulla trasparenza), noi fermi al limite dell’interesse “personale e concreto”, il contrario della comunità. Un testimone racconta che fu lo stesso Andreotti a volere così.

Questa opacità pubblica, che ha certo aiutato il declino, il disastro che abbiamo davanti, oggi non tiene più.

Nonostante la pochezza, salvo rare eccezioni, dei grandi media non in grado di rompere un assetto in realtà omertoso, si è fatta strada una opinione pubblica con forte “domanda di trasparenza”.

E’ avvenuto perché la pesantezza della crisi ha portato in superficie fatti pubblici non conosciuti cosi clamorosi da esigere chiarezza. Le forme in cui si manifesta la domanda sono diverse.  Quasi tutti capiscono che il paese non può più permettersi un assetto di rapina. Con vera trasparenza la corruzione, per esempio, arretra per forza.

GBA: C’è quindi una domanda di trasparenza che sembra oggi avere tutte le condizioni di possibilità per realizzarsi: come darle concretamente corpo?

RF: Cercheremo di presentarla, tutti insieme, la richiesta del FOIA, direttamente  in un incontro della “Iniziativa” con Monti. Basterà un decreto, semplice e chiaro. Ma subito. Solo una democrazia così può battere perfino lo spread.

L’appello è, ovviamente, pubblico e se volete potete firmarlo qui.

Obama: foto di famiglia senza Facebook

Le figlie di Obama non possono utilizzare Facebook. Scelta educativa dei genitori. Almeno per una, Malia, che ha tredici anni, perché Sasha, avendone dieci, non ha l’età per entrare.

Non che sia un problema. Molti pre-adolescenti mentono per farsi un profilo come i loro compagni. E molti genitori lo sanno e ne sono “complici”, lo fanno perché lo ritengono uno stato di “normalità” acquisito, con buona pace della norma.

Ma, certo, il Presidente degli Stati Uniti d’America non si mette a supportare la violazione delle leggi e Sasha dà il buon esempio alla nazione. Anzi: il fatto che se ne parli magari ricorda ai molti genitori – e anche ai figli – che esiste un limite di età per fare entrare i propri figli su Facebook. Quasi i tutti genitori dei compagni di scuola di mia figlia, dieci anni, non conoscono l’esistenza di un limite e decidono se fare aprire un profilo o meno in base ad altre considerazioni: “lo fanno tutti”, “mi fido di mio figlio”, “che male c’è tanto gli sto dietro”. Oppure, in modo simmetrico: “ma mica ce l’hanno i suoi amici”, “è piccolo/a avrà tempo”. Cose così. La scuola, d’altra parte, è un’agenzia educativa assente rispetto alle dinamiche di utilizzo e socializzazione al digitale e alle sue grammatiche e logiche. Si occupa, tra avverbi e conversioni di unità di misura, al massimo di educazione civica. Come se Facebook fosse solo roba da tempo libero. E comunque roba di cui si devono occupare i genitori.

Obama e Michelle scelgono di non fare entrare Malia nel social network. Di solito per i figli di tredici/quattordici anni rappresenta una punizione quando si va male a scuola: “ti tolgo il computer, così non entri più su Facebook che perdi tempo e non studi”. Un altro dei falsi miti da sfatare. Sappiamo che le cose sono più complesse di così e dipendono moltissimo dall’uso che se ne fa: chi lo usa solo per aggiornare lo status ha una probabilità più alta di risultati scolastici bassi ma che chi lo usa per relazionarsi con gli amici e condividere contenuti ha mediamente risultati migliori. Facebook può quindi fare anche bene alla scuola.

La famiglia Obama sa che ci sono rischi. Come ci ricorda la psicologa Maria Rita Parsi gli adolescenti “mettono immagini di famiglia, molto spesso ingenuamente mettono delle frasi in cui raccontano dove vanno, i loro luoghi prediletti. Non solo. Imitano gli adulti anche nelle foto. Su Facebook delle ragazzine di 12-13 anni si trovano foto osé’”. Anche qui molto generalismo e luoghi comuni. Non vorrei ritornare per l’ennesima volta sul senso del sexting come “moneta relazionale” per gli adolescenti e sui problemi dello sguardo “da adulti” sui loro profili o, ancora, sull’aumento di consapevolezza circa la necessità di proteggere i propri profili dall’intrusione di adulti e persone indesiderate. Non dico che i rischi non esistano. Serve consapevolezza per guidare a 16 anni un’automobile in USA e credo serva anche per stare sui social network. Ma, per favore, evitiamo giudizi generici che non partono da quello che veramente sta accadendo oggi nel rapporto tra adolescenti e Facebook (social network, cellulari, eccetera) se no rischiamo di prestare molta attenzione a una realtà che siamo noi adulti a costruire e che poco c’entra con il loro modo di vivere.

Alla fine credo che la dichiarazione di Obama circa il divieto di fare usare Facebook alle figlie sia una utile e utilitarista mossa. Utile perché pone l’attenzione sul problema dell’età giusta e del non dare per scontato il rapporto tra adolescenti e social network: se ci ha pensato lui, leader che della sua presenza in rete ha fatto tema della campagna politica alle presidenziali, perché non ci dovrei pensare io genitore normale? Mettere a tema una cosa come questa, portare ad alzare il livello di disattenzione dei genitori è utile. A condizione che poi ci siano modi di rispondere alle loro domande, inquietudini e perplessità – cosa che sui media e siti di news per ora non vedo.

Infine si tratta di una dichiarazione che politicamente ha il fascino del rigore educativo e le motivazioni di chi vuole il controllo sulla privacy familiare. Ha detto infatti Obama: “Perché mai dovremmo far sapere i fatti nostri ad un intero gruppo di persone che non conosciamo? La cosa non ha molto senso”. Rischio doppio, per sua figlia e per la sua vita politica. L’attenzione per i contenuti che circolano sui profili di parenti stretti di una figura di primo piano come quella è molto alta e può causare a qualsiasi leader molti problemi. Basta leggersi la storia del nipote sedicenne del dittatore nordcoreano Kim Jong-il.

Political Valentine

Spesso la creatività della comunicazione politica si annida più negli interstizi locali e territoriali che nelle scelte istituzionali dall’alto.

Se prendiamo il manifesto (segnalato da Leonardo) che PD e Giovani del PD di Milano hanno firmato per S. Valentino troviamo alcuni spunti interessanti (al di là del lavoro grafico decisamente perfettibile).

L’idea che c’è dietro è quella di giocare sul proprio campo lo slogan creato dall’avversario politico, quel “L’amore vince sull’odio” che Berlusconi ha lanciato attraverso il sito del PDL dopo l’aggressione a Milano.

Rendere concreto l’astratto. Ecco allora che, in perfetta sincronizzazione tra tempo della comunicazione e tempo della realtà il tema dell’amore viene declinato sulle difficoltà di costruire e mantenere rapporti di coppia e familiari a causa delle difficoltà economiche, di lavoro, di esclusione sociale, ecc.

Un’idea semplice ma credo efficace di costruzione di una semantica politica che sappia muoversi territorialmente, radicarsi alla realtà ma anche declinarsi in chiave emotiva e passionale. Magari aiutata dalla professionalità del visual, anche se, sui muri di Milano un’immagine “povera” come questa credo possa avere un suo impatto significativo.

Ma esistono anche campagne politiche di San Valentino più complesse che sfruttano le relazioni tra le persone, come quella  creata dal partito Repubblicano in USA sulle Valentine’s Day e-cards che permette di spedire delle Valentine con foto di democratici e messaggio che sottolinea la fallacia della politica del Partito Democratico.

L’invito esplicito è:

Share them with all your family and friends, especially those Democrats who need to know how you feel about the wrong direction their party is dragging our country.

L’ingresso di Obama da Presidente

sd_obama

Ricordate l’endorsement elettorale di Savage Dragon ad Omaba?

E’ sempre SD a presentare il neo eletto – grazie al sostegno del Dragone, come si legge – Presidente degli Stati Uniti in un numero del fumetto. La velocità di ingresso di Obama nel medium fumetto è direttamente proporzionale alla capacità che ha avuto di saturare l’immaginario mediale.

“I endorse Obama” a fumetti

Ecco la copertina di Savage Dragon 137 (in variant cover: 1 copia su 5) che Erik Larsen ha disegnato per sostenere Obama.

Il tema della politica è presente nel fumetto, tanto che una trama della serie ha visto la candidatura del “dragone” – obbligata e controvoglia – alla Presidenza degli Stati Uniti, con scontro televisivo fra Savage Dragon e George Bush e cazzottone del primo al secondo – che però era solo un mutaforma.

Oggi Erik Larsen decide di “endorsare” il candidato Obama che rispecchia al meglio i principi cui si ispira la serie:

Four years ago the Dragon was a reluctant presidential candidate. Fans have asked if he’ll be running again, but given the importance of the upcoming election it seemed appropriate that he would back Barack Obama, the candidate whose politics most reflect his own.  Savage Dragon will be giving Barack Obama his full support.

via themoment