Archivi tag: social network

Facebook, l’universo e tutto quanto

Sono passati 10 anni da quando l’idea di trasformare l’almanacco annuale del college, il “faccia libro”, in un formato digitale si è realizzata.

Per noi italiani sono poco più di 5 gli anni, quando, dalla fine dell’estate del 2008, abbiamo visto crescere esponenziamente le iscrizioni e passare da utenti tutto sommato early adopter ad un pubblico generalista che ha contribuito a dare la forma che quotidianamente sperimentiamo.

Grafico vincos.it
Grafico vincos.it

In questi anni Facebook è stato per gli italiani un luogo di costruzione del nostro lessico familiare con la Rete – come ho descritto in un articolo per Panorama. Abbiamo imparato il significato di taggare, sharare, chattare … ma anche il senso di relazionarsi gli uni con gli altri in una interconnessione senza soluzione di continuità fra online e offline.

Continua a leggere Facebook, l’universo e tutto quanto

La Chiesa e il rovesciamento di senso per la Rete

Va letto con attenzione il titolo della quarantasettesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Le parole contano. E la costruzione di senso che la Chiesa sviluppa attorno ai territori digitali viene spiegata da Antonio Spadaro (direttore di “Civiltà Cattolica”) che commenta un punto di vista che supera ogni approccio moralistico alla Rete contemporanea e scioglie anche il dualismo reale/virtuale concentrandosi sulla centralità degli stati di connessione on-off line:

il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati. […]Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Il narcisismo, dunque, come carattere dell’umano e non come affordance dell’abitare la Rete. Eppure sappiamo che vivere i territori del digitale nella complessa condizione di una multilife – senza accezione schizofrenica ma solo di connessione tra piani di realtà comunicativa – comporta prospettive di mutazione antropo-sociali: l’ambiente ha natura condizionante dell’evoluzione anche se non determinante. E le Reti sociali sono, appunto, “spazi”, luoghi in cui i nostri vissuti abitano modellandosi a partire dalle possibilità che vengono rese operative (connessioni, geolocalizzazioni, istantaneità, asincronicità, ecc.). La sfida lanciata è quindi, appunto, quella di non cedere al carattere strumentale e all’interpretazione deterministica della Rete che modificherebbe inevitabilmente l’umano in direzioni post. Non siamo tutti necessariamente più connessi e più soli (con buona pace di Sherry Turkle ) e utilizzare il “narcisimo” come termine ombrello per generalizzare una condizione di complessità piena di sfumature e differenze, sembra essere poco produttivo.

Di qui il rovesciamento di direzione dell’approccio che la Chiesa può avere con la Rete. Da fuori a dentro: non pensarla/usarla come strumento di evangelizzazione ma osservare le trasformazioni che questa sta producendo per offrire risposte in termini di senso.

Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

Trovo che questa interpretazione sia strategica affinché un’istituzione secolare incorpori la novità. Solo ragionando in termini di senso da dare e non di strumento da utilizzare è possibile pensare ed agire la Rete e le mutazioni che presiede.

Lo capisse l’istituzione della politica…

Come siamo cambiati da utenti del web: una lettura di Branch e Medium

L’ecosistema dei social media verrà presto perturbato dall’ingresso di due nuovi servizi di social networking che si stanno sperimentando con ingresso progressivo di utenti: Branch e Medium. Finanziati – più o meno direttamente – dal duo di Twitter  Evan Williams e Biz Stone i nuovi ambienti rappresentano chiaramente due modi di estendere il panorama editoriale di scritture/selezione/circolazione/lettura che Twitter ha contribuito a generare.

Branch consente ad esempio ai micro contenuti di trovare un luogo elettivo per farsi occasione di conversazione. Prendete quei Tweet che generano discussioni limitate dai 140 caratteri, con la difficoltà di inserirsi o tenere traccia della sequenza temporale; prendete quelle volte che avreste voluto che un tweet vi permettesse di avere un’occasione più ricca di scambio senza intasare la timeline di chiunque, quelle volte, per capirci, che avete avuto nostalgia di FriendFeed… Immaginate quindi si possa portare un tweet a diventare un branch e trascinare in una conversazione, peraltro aperta in quanto tale e non dipendente in fondo dalle nostre timeline.

E le conversazioni prodotte in Branch possono essere portate altrove, arricchendo blog e flussi diversi di contenuti tra incorporazione e segnalazione.

Sì perché Branch pensa ad un lettore/scrittore più estemporaneo e meno vincolato In sintesi: siamo di fronte alla consapevolezza che pubblicare sta diventando un gesto molto meno strutturato e più casuale.

Non si deve essere un blogger per pubblicare. Non è un mestiere, non richiede continuità, non ci chiude in un luogo preciso. E Medium è pensato in questo senso.

Medium è l’acquisizione della consapevolezza che l’era degli user generated content non è solo possibilità di pubblicazione e trasformazione del lettore in scrittore. È anche un’era di distributed content in cui l’audience fa il suo mestiere di leggere/vedere/ascoltare contenuti, apprezzandoli o denigrandoli, parlandone ad altri fino a produrre notorietà attorno ad un contenuto ma il tutto in modo visibile e consapevolmente connesso: con like, commenti, condivisioni, segnalazioni, tagging, ecc. Non importa essere un blogger o dover per forza riempire di post su news e gossip le timeline degli altri: siamo produttori anche quando aiutiamo a selezionare e diffondere i contenuti, quando li arricchiamo in capacità di costruirci attorno relazioni sociali che li impreziosiscono. Come viene spiegato:

Medium è stato progettato per permettere alle persone di scegliere il livello di contributo che preferiscono dare. Sappiamo che la maggior parte delle persone, per la maggior parte del tempo, si limiterà a leggere e visualizzare il contenuto, e va bene così. Se vogliono possono fare clic e indicare se un contenuto è ritenuto valido, dare un feedback al creatore e aumentare le probabilità che altri lo vedano.

Ciò che tende ad emergere non è tanto l’autore di un post ma il tema: Medium organizza infatti in “collections” i post strutturando, di fatto, una redazione collettiva di contenuti su un argomento e sganciandoli (per ora) da una pagina identitaria di chi scrive (come invece la logica del blog ci ha insegnato). Non ci abboniamo quindi più ad un autore ma ad un tema. Come scrive Luca De Biase “i tag non sono etichette che si aggiungono ai post, ma sono stimoli che invitano a scrivere un post”. E questo potrebbe diventare un elemento significativo per portare alla visibilità contenuti propri da sfera pubblica, consentendone la riorganizzazione ambientale che oppone la concentrazione alla dispersione di flusso. Qualcosa che sotto traccia possiamo leggere anche nel commento augurale che di Medium fa Dave Winer:

Please let Medium be something more than another high-walled silo for capturing people’s writing […] let it also be a lens for viewing content that’s stored elsewhere. Let people viewing content through that lens see no difference in fidelity from the content that was authored on your system, and stored on your system.

E’ presto per delineare un qualche scenario future che potrebbero o non potrebbero disegnare Branch e Medium. Quello che ci interessa è sottolineare la capacità perturbativa che possono introdurre in un ecosistema in cui Facebook. Google+ o Pinterest ma anche servizi di social tagging come Delicious ci abilitano a pensare forme di notazione e condivisione di contenuti in pubblico assecondando logiche di relazione sociale e messa in connessione. Da questo punto di vista mi sembra che siano entrambi luoghi che assecondano le tendenze alla produzione/distribuzione/consumo di contenuti che oggi si stanno delineando, tra necessità di scivolamento libero in un flusso continuo e capacità di farli emergere arricchendoli e la definizione di un utente “readwriter” che non distingue pragmaticamente quasi più tra lettura passiva e scrittura attiva, colmando lo spazio tra i due estremi con molteplici sfumature di engagement.

Lovink the Alien

Oggi Geert Lovink, direttore dell’Institute of Network Cultures dell’Università di Amsterdam, discute a Bologna il suo ultimo libro “Ossessioni collettive. Critica dei social media”. E’ un primo tassello nella costruzione di un approccio critico alla Rete che non sia demonizzante o teso alla medicalizzazione. Di seguito alcune delle cose che condivido sulla condizione di stati di connessione vista da Lovink e che ho scritto in preparazione dell’incontro a Meet the Media Guru.

Una graffiante analisi controcorrente quella di Geert Lovink in Ossessioni collettive. Critica dei social media. Una critica della cultura digitale che spazza via le posizioni alla Nicholas Carr del perché Google ci rende stupidi, alla dittatura del dilettante di Andrew Keen o alla versione “dissidente” di Jaron Lanier che recupera un neo-umanesimo contro l’evoluzione Internet. La questione è seria perché occorre affrontare in modo maturo e competente questo momento particolare di transizione in cui le culture degli stati di connessione ci hanno portato, quella transizione invisibile dell’uso di Internet intesa da Lovink come strumento deputato “alla creazione di «culture degli utenti» diffuse e collaborative che iniziano a evidenziare caratteristiche tutte proprie, infondendo così la vita all’interno del mondo tecnologico”. Non è possibile continuare in un percorso di moralizzazione dei discorsi sulla Rete, né ricercare terapie di recupero, per questo la visione di Lovink si concentra sulla natura politica ed estetica delle architetture del web, su un pensiero critico che si concentra sulle pratiche culturali e sulle logiche che investono il quotidiano, più che orientarsi al confronto con un panorama mediale passato, come se la mutazione non avesse una natura ecologica

È in tal senso che dobbiamo abbandonare le teorie di un Io molteplice, di una virtualità della vita che nasconde dietro alla finzione quella reale: siamo di fronte ad una crescita di disponibilità alla comunicazione dentro una perenne connessione tecnologica che ci costringe ad essere noi stessi dentro i profili di Facebook e Linkedin, disponibili alla comunicazione delle emozioni e degli affetti o dei percorsi produttivi. Di qui il nostro stato di sovra esposizione: “i nostri profili online appaiono freddi e incompleti se non mettiamo in mostra almeno qualcosa della nostra vita privata. Altrimenti siamo dei robot, membri anonimi della cultura di massa del XX secolo in estinzione”. Le teorie sul narcisismo digitale – che spesso sentiamo vagheggiare nella stampa scientifica e nei media mainstream – sono poco utili a chiarire i confini di questa modalità dell’Io che in Rete si stabilizza in una cultura dell’auto-rivelazione. L’iper esposizione di sé è piuttosto frutto di un intreccio tra orientamento pubblico contro l’anonimato e bisogno di auto-promozione, che è la forma che assume la pressione all’auto-realizzazione che la modernità ha prodotto.

Lovink individua una via politico-poetica di contrasto nel recupero dell’anonimato come via di affermazione e non di fuga. In questo senso basta che guardiamo nel nostro passato digitale recente pensando alla guerra degli utenti contro Google+ e la sua policy di cancellazione di profili con nickname o nomi irreali, guerra che va sotto il nome di Nymwars (contrazione di “pseudonym wars”) e che ha generato un dibattito pubblico che ha fatto della policy una cartina di tornasole del rapporto tra vita online e logiche di mercato, tra identità ed esperienza. L’anonimato online ha a che fare indubbiamente con le forme dell’identità che gli individui assumono ma è un tema che va oltre la dimensione personale. Non è solo una diffrazione del sé ma un principio culturale che, da subito, si connette alla libertà di residenza digitale e di propagazione dell’informazione.

Il valore della “trasparenza assoluta” – sintomo di democraticità e condivisione pubblica dei dati – rischia di trasformarsi in predisposizione ad un controllo generalizzato, di bloccare dietro la tracciabilità di un profilo il dissenso legittimo. Anche la cultura Anonymous, con tutte le contraddizioni che può comportare, diventa una pratica che inietta disfunzionalità in quel meccanismo di trasparenza cui ci siamo assuefatti.

Per questo Lovink arriva a dire che “l’anonimato come esercizio ludico potrebbe rivelarsi una delusione necessaria che ci salva dall’idea del vero io, sostenuto da Facebook come l’unica opzione a nostra disposizione”. In fondo anche il proliferare dei profili fake di politici, brand e personaggi famosi sui social network va in questa direzione, rovesciando il problema dell’assoluta visibilità dell’identità online in chiave poetico-politica. I sistemi consolidati di potere e dell’intrattenimento così come quelli della produzione e del consumo, tentano infatti sempre più di fare convergere le logiche e i linguaggi digitali in modo funzionale alla propria stabilità, riportandoli dentro i meccanismi del marketing e della comunicazione novecenteschi che si rivolgono a pubblici, cittadini e consumatori come oggetti della comunicazione. L’orizzontalità del web 2.0 diventa così un’ennesima strategia da integrare nelle campagne di comunicazione e pubblicità tradizionali per allargare i contatti con le masse. La costruzione di soggettività fittizie che si inseriscono nel flusso delle timeline o nelle conversazioni online portando iniezioni di banalità e quotidianità (quando un sindaco si inserisce commentando il tempo o la cucina, quando un ministro twitta una proposta surreale, ecc.) squarciano il velo dell’esposizione dell’identità reale come stato naturale, obbligando ad una visione critica rispetto ai contenuti che incontriamo online e ad un’attitudine alla curation dei flussi, anche in chiave collettiva e condivisa. In pratica vale la pena di seguire più da vicino le pratiche che emergono online e nel web sociale, stando nelle cose e non criticandole da fuori, e così cogliere la poetica dell’anonimato come via di affermazione e non di fuga.

Scuola 2.0 e nativi digitali: la narrazione che vorrei

Parlare di “Scuola 2.0” o di “nativi digitali” mi ha sempre creato qualche perplessità semantica. Conosco adolescenti generazionalmente “nativi” che si muovono meno agilmente online di cinquantenni early adopters e scopro continuamente le resistenze che gli educatori hanno rispetto ad una narrazione di una scuola determinata tecnologicamente. Sono quindi termini utili ma che vanno maneggiati con cura. Soprattutto occorre creare un racconto corretto e condiviso per pensare alle trasformazioni con cui ci dobbiamo confrontare in una società ad alto tasso di comunicazione mediata e di produzione/distribuzione/consumo di oggetti digitali.

Per questo occorre partire da un contesto che metta in relazione le trasformazioni della scuola con persone “nate con la Rete”.

Il rapporto tra crescita della simultaneità delle informazioni e loro selezione ed acquisizione produce un mutamento strutturale nel cervello e nelle dinamiche dell’attenzione (lo spiega bene Frank Schirrmacher). Le conseguenze sulle nostre capacità cognitive le scopriremo evolutivamente ma ci sembrano già essere fortemente presenti nelle nuove generazioni. Ci raccontiamo che i ragazzi faticano a leggere testi lunghi, si distraggono facilmente, agiscono in modo multitasking dedicando pochissima attenzione a moltissimi compiti diversi, non sono capaci di astrazione, ecc.

Quello che è sotto i nostri occhi è che le forme su cui costruiamo l’apprendimento, il paradigma scrittura/lettura per come lo conosciamo, si scontra con abilità cognitive che presiedono ad una intelligenza diversa (per come la tratta George Dyson).

Questo ci porta a rivedere le cose anche in relazione ai molti progetti che stanno emergendo e che mettono in connessione scuola (nel passaggio al digitale) e “nativi”.

Scopriamo allora che l’apprendimento cui aspiriamo è aperto, fatto di condivisione, di personalizzazione dei percorsi dello studente e di integrazione e messa in connessione di contenuti sparsi in Rete con quelli prodotti e presenti nelle aule. E non lo richiede solamente un’evoluzione pedagogica del fare scuola ma la curva dell’attenzione che i nativi digitali stanno acquisendo e il loro modo di intendere l’informazione che cambia qualitativamente, nella trasformazione bio-cognitiva che l’ambiente mediale complesso in cui viviamo sta producendo.

Una prima conseguenza ha a che fare con la sostituzione dell’idea di testo chiuso con una testualità fatta di flussi diversi adatti alle diversità di apprendimento dei singoli e dei gruppi. Questa ad esempio è la narrazione che il progetto Apple di  iBooks Author e la trasformazione della piattaforma universitaria iTunesU sta proponendo. Con i rischi connessi di  chi ha una posizione elitaria e proprietaria– occorre possedere un device Apple sia per leggere che per produrre libri di testo – e  una nuova intermediazione che passa dalla piattaforma iTunes – infatti libri si possono vendere solo su iTunes e il 30%.

Altra conseguenza sarà che il modello dell’apprendimento diventerà  nel futuro sempre più spreadable: contenuti in pillole prodotti da professionisti potranno essere fruiti anche gratuitamente ed inseriti dagli insegnanti nei percorsi didattici, così come dagli studenti. Il progetto di shared education Khan Akademy funziona proponendo questi contenuti e disegnando una vera e propria timeline educativa costruita sui risultati acquisiti e quelli da acquisire. La scuola non è dunque solo dentro le mura degli edifici scolastici, istituzionalmente costruiti, ma si apre al mondo, diviene open, e si meticcia con modi e forme che ridisegnano l’ampiezza delle stanze in cui impariamo e delle connessioni educative che sviluppiamo. Connessioni che integrano soggetti molto diversi tra loro che richiederanno momenti di integrazione.

Avremo anche nuove forme di inclusione di chi non può frequentare, per diversi motivi, come immagina  il Ministero dell’Educazione, Scienza e Tecnologia della Corea del Sud che prepara una nuvola di apprendimento per il 2015 riconfigurando l’intera carriera scolastica attraverso computer, tablet e cellulari.

E così via.

Ma credo che l’elemento essenziale per costruire la nostra narrazione su scuola e nativi passi dal cominciare a raccontare di un ambiente di apprendimento aperto in cui gli spazi personali e sociali fuori dalla scuola, quelli ricchi di interfacce sociali come i social network, i wiki, ecc. stanno costruendo, siano incorporati nelle dinamiche educative e diventino un tema del dibattito pubblico e interno alle classi.

Di queste cose mi piacerebbe discutere alla “conferenza per la scuola dei nativi digitali” in cui mi troverete nei prossimi giorni.

Proiessenza: la narrazione di sé nei social network

Proiessenza. Un neologismo inventato da una ragazza quattordicenne sotto la guida dello scrittore Andrea Bajani per il Bookstock Village, lo spazio giovani al salone del Libro di Torino. Un neologismo che trovo bellissimo e molto centrato per spiegare il modo che un adolescente – ma non solo – ha di mettere se stesso in narrazione in Rete. Un articolo di Nicoletta Fiori su La Repubblica spiega la proiessenza come

L’abitudine nel web a proiettare di sé non l’immagine rispondente al vero ma ciò che si ritiene essenziale: è la possibilità costante di ritoccare la propria identità con il photoshop

Mette in luce quindi una semantica del tipo vero/falso, reale/virtuale che è poco adatta – troppo moderna, potremmo dire! – a spiegare il difficile equilibrio della costruzione e della narrazione del Sé nell’epoca dei social network. Meglio allora dare voce a chi ha coniato il neologismo e al senso con cui l’ha riempito e come spiega Bajani la proiessenza racconta “il trasferimento attraverso i social network di se stessi, ma che rispecchia una verità”. Una verità. Questo è il punto. E non si tratta di fingere di non vedere che possano esistere finzioni ma cercare di capire cosa muove “il sottile desiderio di raccontare una menzogna veritiera o una verità menzognera” su chi siamo e chi vorremmo essere e come questo si relazione alla forma di costruzione dell’identità oggi in un’epoca fatta di stati di connessione.

Sì perché gli adolescenti hanno sempre più a che fare (e noi abbiamo sempre più a che fare) con la necessità di pensare se stessi nel processo di produzione di contenuti in pubblico: come mi auto rappresento nei post che scrivo, nelle immagini che carico, ecc.? Come costruisco il mio profilo pubblico in un social network? Ci osserviamo osservarci nella produzione comunicativa; ci guardiamo con gli occhi di un possibile pubblico; “leggiamo” noi stessi nelle tracce che produciamo online.

E poi c’è la relazione fra il sé corpo off line e il sé corpo on line e con le forme di compatibilizzazione fra immagini e immaginari di un sé che abita un mondo contemporaneamente reale e digitale. La difficoltà di rendere compatibili quindi immagini e immaginari che produciamo di noi stessi e  quindi la difficoltà di elaborare forme di rappresentazioni nelle quali ci riconosciamo, lavorando sull’oscillazione fra dimensione pubblica e privata (in pubblico).

Per raccontare questa complessità tutt’altro che “liquida” ma consistente e densa ci servono neologismi come questo. La proiessenza ha forse una semantica imperfetta tutta da sistemare ma racconta l’urgenza di parlare del tempo nuovo attraverso il senso che questo tempo ha.

Facegram: note a margine di un’acquisizione

Funziona così: hai una bella idea in stile 2.0 da fare  sviluppare attraverso una start up che ha un modello di business semplice: accumulare molte relazioni sociali che siano abbastanza interessanti da costituire un interesse per un pesce più grande. Se poi la tua crescita è sufficientemente preoccupante allora  sei pronto per essere acquisito. È così che Instagram è stato acquistato da Facebook per 1 miliardo di dollari. 30 milioni di utenti registrati da iPhone e il lancio su Android sono numeri interessanti tanto che Mark Zuckerberg ha scritto nell’annuncio fatto su Facebook:

This is an important milestone for Facebook because it’s the first time we’ve ever acquired a product and company with so many users. We don’t plan on doing many more of these, if any at all. But providing the best photo sharing experience is one reason why so many people love Facebook and we knew it would be worth bringing these two companies together.

Sì, perché un secondo elemento da considerare è la centralità delle immagini che caratterizza la strategia di sviluppo di Facebook, come mostra la trasformazione sia della timeline dei profili che dei gruppi: è nella narrazione con accento visuale che risiede il senso futuro del social network.

Come scrive Paolo “L’integrazione con Instagram e soprattutto l’acquisizione di know how, tramite il suo team, non può far altro che favorire ulteriori sviluppi, magari anche in chiave editing”.

E poi c’è ovviamente la capacità di Instagram di aver lavorato con successo sulla relazione fra mobilità, social networking e condivisione di eventi della vita. Che poi spesso si è sviluppata nella continua pubblicazione degli utenti di immagini Instagram nella propria timeline.

In Rete si è sviluppato immediatamente un rumore di fondo sull’acquisizione, tra toni sarcastici e preoccupati e segnalazioni su come cancellarsi da Instagram e conservare le proprie foto o su quali altre app utilizzare. Una di quelle conversazioni umorali fatte di mi piace/non mi piace che mostrano come questa acquisizione parli, di fatto, del nostro immaginario e di come ci percepiamo nell’ecosistema dei social network. Molti utenti si sono sentiti venduti a Facebook per poco più di 30 dollari, come se il loro immaginario per immagini non fosse già stato loro espropriato dall’aver accettato le condizioni che Instagram impone per usarlo.

In realtà viviamo in un’epoca in cui cediamo pezzi di “senso” personale e connesso a fronte di alcuni servizi che consentono di uniformare le nostre immagini attorno ad un appiattimento del gusto guidato da pochi filtri che rendono le nostre foto così tutte uguali da rassicurarci. Incorniciando fotografie da condividere in lo-fi o seppiate o esaltando i colori con il filtro X-Pro II ci riconosciamo gli uni con gli altri come parte di un’unica melassa che rende uguale ciò che è diverso: forme per contenuti. Il resto è economia di mercato al tempo del web e bolle che non scoppiano perché, come quelle di sapone fatte da bambini, sono lì per stupirci ed intrattenerci. Per ora.