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Oggi com’è andata su Facebook?

stare su facebook

Non sono nativi digitali come li pensiamo. Il fatto che siano stati avvolti da tecnologie di comunicazione e connessione fin da quando erano più piccoli non li ha resi più consapevoli di come abitare un ambiente in cui il mondo materiale è compenetrato dalla realtà del digitale.

E ha ragione Massimo quando dice che i nostri figli

non sono “competenti digitali”: utilizzano strumenti con grande velocità e abilità ma lo fanno, nella maggioranza dei casi, dentro un loro sostanziale analfabetismo che riguarda le prassi e l’etica digitale.

Lo vedi nei loro occhi e lo senti nella loro voce quando ti confronti con loro su come abitano la Rete. Mi è capitato di passare un po’ di tempo con le classi terze di una scuola media e discutere con ragazzi di 13 e 14 anni di come le loro giornate siano riempite da contenuti e relazioni gestite attraverso un cellulare e da social network che si attivano fra le loro dita con persistenza. Non ci possiamo più chiedere “quanto tempo stanno su Facebook?” avendo in mente la televisione e il loro sedersi davanti ad uno schermo acceso. Facebook è l’insieme di notifiche, status, like, commenti, foto caricate… che si infila negli interstizi di tempo dello studio e dell’intrattenimento, della loro vita, con un’inesorabile continuità. È tanto normale e quotidiano quanto pensato come un campo naturale, e quindi meno soggetto ad una riflessione consapevole. E basta portarli a guardare a se stessi mentre abitano la Rete per vedere scattare qualcosa.

Mentre siamo lì in classe e parliamo di controllo dei propri dati il prof. di italiano chiede a bruciapelo ad una ragazza in seconda fila: “Anna (nome di fantasia) come mai ieri pomeriggio hai passato tutto il tempo su Facebook invece di studiare? Che gli esami si avvicinano”. Anna lo guarda stupita ed un po’ inquieta: “… come lo sa prof.?”

Il prof. non ha l’amicizia della ragazza, ha una policy molto rigida che ha spiegato ai suoi alunni: quando non sarete più miei allievi, dopo l’esame, allora posso anche prendere in considerazione le richieste di amicizia su Facebook. Eppure ieri, mentre guardava la propria timeline ha visto apparire una sequenza di foto caricate da Anna. È bastato che fossero aperte alla visione degli amici degli amici perché anche lui le potesse vedere, vedesse quante ne ha caricate e quanto. Niente di che, se non fosse per il fatto che Anna non avrebbe mai immaginato che potesse vederle anche il suo prof., che potesse giudicare il suo impegno nello studio da quello, che diventasse un argomento di cui discutere in classe…

Consapevolezza. Essere nativi nell’uso non significa capire le implicazioni fino in fondo, cogliere sempre il senso delle cose e della trasformazione che stiamo vivendo.

E mostrandogli video su quanto siano sovraesposti, parlandogli delle storie di Jessi e di Margarite, discutendo di privacy come dovere e di etica dello stare online emergono i loro esempi, i loro racconti, le loro ansie.  Come quando ti sei loggato a casa di un amico e hai chiuso poi il browser senza fare log out e rientrando lui ha scritto qualcosa fingendosi te e questa cosa ha attirato l’ilarità di molti compagni mettendoti in imbarazzo per un po’. O come quella foto a seno nudo di una ragazza inviata per ridere sul cellulare ad un’amica che è finita su Facebook e condivisa più e più volte, con l’effetto che era come se fosse andata nuda nelle stanze di ogni ragazzo della scuola. O come quel ragazzo che diffonde video particolarmente scemi e che gli altri incoraggiano con like, commenti e condivisioni, per poi prenderlo in giro e che non sappiamo quale sia il confine tra sentirsi una micro celebrità e scoprirsi una mattina come lo sfigato della città e come potrà reagire.

E li senti parlare e chiedere, commentare e confrontarsi e fermarsi in profondi silenzi ad ascoltare le storie che tu gli racconti sulle opportunità ed i rischi dell’abitare la Rete.

E la loro inquietudine è la stessa dei loro genitori, che sono stati cresciuti nei confini di una cultura della comunicazione diversa e si sono scontrati con l’alfabetizzazione ad una realtà interconnessa contornata da un racconto fatto di utopie su Internet e scenari inquietanti di controllo, manipolazione, violenza. Un racconto lasciato spesso nelle mani dei media, un racconto che finisce per essere ascoltato in un programma televisivo o letto in un giornale. Sufficientemente perturbante ma lontano dalla nostra vita quotidiana. Sarà per questo che sono venuti in molti nella serata che la scuola media mi ha chiesto di dedicare ai genitori dei ragazzi che incontravo la mattina. Alcuni sono stati sollecitati dei loro figli: “Sa oggi a pranzo mia figlia mi ha detto: mamma bisogna che ci vai, che così quando torni possiamo poi parlarne, che capisci cosa vuol dire per me usare Facebook e io ho capito delle cose che ti preoccupano”.

Questo nostro abitare la Rete deve diventare un argomento quotidiano di conversazione, una normalità che va però messa a tema. Chiediamo spesso ai nostri figli “Oggi com’è andata a scuola?” ma mai “Oggi com’è andata su Facebook?”. E ci sembra sia una domanda anche molto stupida da fare. Ma il senso del cambiamento sta tutto qui, nella capacità che avremo di fare diventare l’educazione alla vita online un tema delle nostre conversazioni famigliari e nelle nostre scuole.

Per questo sono grato a quella scuola media di aver pensato che avesse senso far diventare tutto questo un tassello, anche se piccolo ed episodico, del loro percorso.

Mimma

irma bandiera

La chiamavano  Mimma ma il suo nome era Irma. Irma Bandiera.

Nel 1943 aveva cominciato facendo la staffetta per la 7a brigata GAP Gianni Garibaldi per poi partecipare ad azioni di disturbo e sabotaggio contro tedeschi e fascisti. Era una gappista nella Resistenza partigiana.

Il 7 agosto 1944 è stata catturata e torturata a lungo fino alla morte, sopraggiunta dopo una settimana. Il suo cadavere è stato esposto dai fascisti sulla strada,  accanto all’abitazione in cui viveva, in modo che i vicini e gli abitanti del quartiere la potessero riconoscere e servisse loro da monito.

A lei è stata intitolata l’organizzazione sappista della città di Bologna, la 1a brigata Irma Bandiera Garibaldi.

Alla sua memoria è stata conferita una medaglia d’oro:

Prima fra le donne bolognesi ad impugnare le armi per la lotta nel nome della libertà, si batté sempre con leonino coraggio. Catturata in combattimento dalle SS tedesche, sottoposta a feroci torture non disse una parola che potesse compromettere i compagni. Dopo essere stata accecata, fu barbaramente trucidata sulla pubblica via.  Eroina purissima degna delle virtù delle italiche donne, fu faro luminoso per tutti i Patrioti bolognesi nella guerra di Liberazione .

Ecco, il 25 aprile a me vengono sempre in mente storie come questa, come quelle che mi sentivo raccontare dai nonni quando ero bambino e l’orrore della guerra non era poi così distante dalle loro vite – e di conseguenza dalle nostre. Si tratta di racconti che sentiremo sempre meno fare man mano che i protagonisti scompaiono. Storie che sopravvivono solo perché sono raccolte in archivi che mantengono viva la narrazione di uno dei momenti più duri del nostro Paese. L’Anpi, quei racconti della terra in cui sono nato li raccoglie nel suo sito.

Il senso del 25 aprile sta anche qui, nelle righe di sintesi di quelle vite e nel percorso che ha portato Bologna a liberarsi (all’arrivo delle truppe alleate i partigiani avevano già preso possesso della Prefettura, della Questura, del Comune, del Pirotecnico, del carcere, delle caserme e controllavano tutti i punti nevralgici della città) ed essere liberata (le prime unità alleate ad entrare in Bologna nelle prime ore del mattino di sabato 21 aprile 1945 furono il 2° Corpo Polacco dell’8° Armata Britannica, i reparti avanzati delle divisioni USA 91° e 34°, avanguardie dei gruppi di combattimento Legnano, Friuli, Folgore e parte della brigata partigiana Maiella) il 21 aprile 1945.

bologna liberata

Travel blogger: una walled experience tra felicità e sfruttamento

Avete notato che molte località italiane di villeggiatura estiva hanno cominciato già da qualche settimana la loro promozione in stile 2.0 coinvolgendo blogger, soprattutto travel blogger, in blog tour e residenze? Alcune hanno preferito concentrarsi sulla tipicità altre su affiatati blog-gruppi italiani, altre ancora hanno ideato progetti ad hoc, come il BlogVille-EmiliaRomagna organizzato dall’APT che metterà a disposizione di 46 blogger stranieri due appartamenti (a Bologna e Rimini) per due mesi.

L’idea, come ci sintetizza Rudy Bandiera, ospite di uno di questi eventi è:

Mettiamo insieme decine di blogger nello stesso posto, mischiamo il loro egocentrismo con buona compagnia, molto vino e buon cibo ed otterremo un effetto deflagrante sui nuovi media.
Io sto scrivendo questo articolo che entro domani sarà stato letto da centinaia di persone e tra un mese da migliaia: allo stesso modo la promozione avverrà su Twitter e tutti gli altri canali di comunicazione e come sto facendo io lo stanno facendo in altri 40, circa.

Uno stile decisamente autopromozionale, ma spiega bene lo spirito con cui operatori e blogger interagiscono.

Chi promuove chi in operazioni di questo tipo è il dubbio che mi resta sempre. E anche come sia possibile calcolare qualche tipo di redemption rispetto agli investimenti promozionali. E mi stupisce anche che invitare un gruppo di blogger per un soggiorno sia oggi ancora notiziabile e ne vengano fatti comunicati stampa.

Eppure la realtà dei travel blogger (e di blogger che all’occorrenza possono farsi viaggiatori) così come di blog tour per la promozione turistica è in continua crescita anche in Italia. E non si tratta solo e tanto, sul lato degli operatori – e dei loro consulenti alla comunicazione –, di bisogno di innovazione o di ampliare il media mix del marketing turistico o, sul lato dei blogger, di fare passare l’avere un blog come un mestiere. La complessità di questo rapporto lo troviamo se passiamo dall’ottica dei vantaggi reciproci tra operatori e blogger spesso mal banalizzata nel “tu mi regali una vacanza e io parlo (solitamente bene) di te” ad uno sguardo che colga le dinamiche di sfruttamento e alienazione.

Le spiega bene Giuseppe Trisciuoglio, blogger viaggiatore, nel post in cui dice addio ai blog tour spiegando come siano “solo un modo per ricavare pubblicità a costi bassissimi” e che finiscano per essere dei veri tour de force. Nessun rimborso spese per centinaia di kilometri di viaggio – quando poi non scoprite che alcuni blogger hanno un compenso e altri no che definisce differenze di classe– e fine settimana embedded in una serie di incontri con assessori e sindaci, mini assaggi e pedalate, arrampicate e visita delle cantine locali: tutte! Basta guardare qualche programma online e ve ne renderete conto di persona. A questo va aggiunta la proliferazione delle iniziative in una quantità tale che “ci sono più blogtour che blogger”. Per non parlare poi dei continui concorsi-contest in cui i travel blogger devono sfidarsi a colpi di “votatemi” per assicurarsi la possibilità di essere scelti.

Felici e sfruttati, potremmo dire, per riassumere una condizione in cui il capitale ha ben interiorizzato i linguaggi del digitale e il senso di cosa sia di valore che si produce in quei territori. Essere in un blog tour equivale ad aumentare la propria reputazione online nei confronti dei propri pubblici e dei friend di feed, ad esempio. Il resto è narrazione di un’esperienza coatta che riduce il senso del viaggiare a “fare delle esperienze” progettate affinché siano raccontate. Da una parte quindi sfruttamento del lavoro creativo di comunicazione a fronte della gratuità dell’ospitalità, dall’altra alienazione dall’esperienza di vacanza come momento autonomo di loisir.

Le parole di Trisciuoglio a questo proposito sono fulminanti:

Voglio una vita normale. Voglio decidere io dove andare in vacanza e non un tour operator. Voglio essere libero di decidere cosa vedere e cosa provare durante un viaggio.

L’etica del viaggiatore passa dalla condivisione della sua esperienza di viaggio e dalla narrazione del suo vissuto; quella del travel blogger si misura nella distanza che riesce a tenere scrivendo destreggiandosi a spiegare perché quanto sta dicendo non dipende dal fatto che è stato ospitato gratuitamente. Un equilibrio spesso difficile.

E qui sta forse il nodo della questione, il fatto che l’incontro di un’esperienza di viaggio funzionale alla promozione di un luogo non stia tanto nel leggere i contenuti postati dal blogger-testimonial voluto dal territorio come suo promoter, ma che i processi più stabili e duraturi nel creare influenza siano quelli dei viaggiatori che, in un’epoca di stati di connessione online, attribuiscono valore alla loro esperienza sempre di più come condivisione con le reti sociali, cioè come sharing e conversazioni. Basta che guardiate le vostre timeline di Twitter e Facebook nei periodi di preparazione e durante le vacanze per vedere comparire moltissimi contenuti narrativi scritti e visivi che mettono in narrazione i luoghi in cui i friend passano le loro giornate, connotandoli con il senso che l’esperienza vissuta, con tutta la sua carica emotiva, può dare. Mentre, in fondo, il travel blogger crea una re-intermediazione nei processi di comunicazione dell’esperienza dei luoghi a partire molto spesso da una walled experience.

Gli operatori cambieranno punto di vista. Le conclusioni su TechEconomy.

Le news per un adolescente

Mia figlia torna da scuola. La aspetto per raccontargli di cosa è successo a Brindisi a una ragazza come lei, che magari si è alzata presto pe ripassare, che un po’ insonnolita ha preso l’autobus per andare a scuola, che stava chiacchierando con un’amica. Non ci possa fare niente, come a molti anche a me è venuta subito in mente lei, che è andata a scuola con la naturalità di sempre e che ha più o meno la stessa età della vittima.

Appena comincio a parlare mi interrompe subito, mi dice che lo sa già. E che non è “una” ragazza, si chiama Melissa. Per lei non è un fatto astratto raccontato dalle news, stiamo parlando di una vita concreta che, negli stati di connessione, si è istantaneamente raccordata alla sua.

Sì perché ha letto su Twitter, nell’intervallo, la tristezza di una sua “amica” di Brindisi e le ha chiesto a cosa era dovuta. Una di quelle amicizie che portano a sceglierti e leggerti quotidianamente nella timeline perché condividi una passione: un gruppo musicale, una celebrity, un film…

Le parole twittate dall’amica le ha fatto aprire un sito di news per condividere con alcuni compagni  di classe l’accaduto. L’astratto si fa immediatamente concreto, per loro, nel momento in cui una news gli arriva attraverso la loro cornice sociale, una cornice che comprende i social media e le relazioni che lì dentro vivono quotidianamente.

Tornata a casa, ha voluto capire meglio durante il pranzo chi erano Falcone e Borsellino, perché nella sua timeline assieme all’emotività c’è molta confusione e i tweet parlano in caduta libera di una storia molto recente per noi ma così distante per loro. La confusione di adolescenti che rilanciano attraverso i tweet umori e sentimenti, gli stessi che li portano a cercare magari su Facebook la pagina di Melissa e lasciare un commento, accendere la loro candela simbolica, ritualità di un lutto connesso. Il resto è giornalismo del dolore che racconta questa emotività andando a sbirciare nel wall di Melissa o che incolla nei propri siti le foto “rubate” dalla galleria su Facebook di una ragazzina. È inutile indulgere in moralismi, questo modo di fare notizia non nasce né morirà con i social media, eppure, come scrive Barbara:

Lasciamo pure stare la Carta di Treviso, che tutela l’immagine dei minori nei media, uno dei documenti più citati e più negletti al mondo – d’altronde le foto erano pubblicate liberamente su Facebook senza filtri di privacy, si suppone che la ragazza fosse d’accordo a regalarle ai giornali in caso di morte prematura e in ogni caso non ce lo può confermare.

Comunque: mia figlia cerca sul web per capire meglio la Storia di quei Morvillo-Falcone a cui è intitolata la scuola che ha visto nei suoi pressi l’esplosione. Perché vuole esprimere nella sua timeline la rabbia che prova e correggere quelli che secondo lei diffondono notizie sbagliate e poco chiare sul fatto. Non sappiamo ancora se c’è una relazione stretta tra l’attentato e le mafie. Per lei però questi giorni, così prossimi al 23 maggio in cui Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la loro scorta sono morti in un attentato mafioso, e questa esplosione devono scatenare un’indignazione, anche nella parte disattenta della sua timeline. È il suo (loro) modo di non dimenticare e fare diventare un fatto in astratto qualcosa di concreto, fosse solo un’esplosione di conoscenza della storia di un’Italia in cui dovranno iscrivere il loro futuro.

Apogeonline, quello che siamo.

 

 

Apogeonline è un pezzo importante della cultura digitale in Italia. Abbiamo imparato a conoscere temi e persone che ruotavano attorno alla crescita del web nel nostro paese. Ci ha spiegato chi siamo. Oggi senza tanto rumore, come scrive Massimo,  cambia politica editoriale. Avrei preferito aspettare la comunicazione pubblica dell’editore ma visto che se ne è scritto

In privato ne avevamo già parlato. Sia con Sergio Maistrello, che lo ha diretto, che con la lunga mailing list di collaboratori e con Marco e Federica che questo progetto lo hanno sempre sostenuto. È inutile che vi racconti qui la rabbia e l’affetto che ci siamo scambiati. Ma vale la pena ricordare che un editore è libero di scegliere le sue strategie, che il mercato è cambiato, i piani di sviluppo pure e bla bla bla…

Resta il fatto che un pezzo di cultura digitale se ne va. Tranquilli: gli archivi restano attivi e Apogeonline non chiude ma si occuperà di “tecnologia praticata” più in linea con l’orientamento all’informatica preso da Apogeo come editore.

Però penso sia stata una bella avventura. Ve li ricordate i primi post del 1999 di Bernardo Parrella che portavano news dalla Rete attraverso la sua connessione incerta dalla California per un magazine online che curava “con rudimentali html editor e ftp text-only”? E le “Quinta di copertina” di Antonio Sofi che ci consegnava in podcast la sua rassegna stampa di quello che quotidiani e settimanali raccontavano della Rete? E le rassegne di Federico Fasce su “quel che si dice in Rete” che hanno raccolto le considerazioni sparse tra i blog consegnandole anche ai lettori non geek del magazine. O il tradizionale appuntamento di fine anno con Giuseppe Granieri che fa il quadro di quello che è accaduto e accadrà sul web senza gli eccessi della futurologia. E le riflessioni su temi ostici del diritto digitale proposti da Elvira Berlingieri e di Eernesto Belisario o i nu-guru zone di Roberto Venturini che accompagnavano negli ultimi anni la lettura del venerdì, i tentativi di Maurizio Boscarol di spiegare con i fumetti a Caparezza i social netowrk, i taglienti approfondimenti sulle questioni della tecnologia digitali in Italia di Alessandro Longo, le recenti letture semio-antropologiche di Giorgio Jannis, e le tante intelligenze – troppe per ricordarmele tutte: ma basta scorrere le annate – che hanno dato corpo a rubriche, interviste o anche solo a un post fulminante capace di mettere il dito sul cambiamento digitale, commentarlo e criticarlo.

Ecco, Apogeonline ci ha insegnato a ragionare con pacatezza e misura, ma anche con passione e polemica argomentativa, sulla cultura digitale, con la giusta attenzione alla crescita di un pubblico italiano che approcciava man mano attraverso gli autori che scrivevano i cambiamenti che la Rete mostrava alla società e della società. Apogeonline aveva, insomma, il carattere di Sergio Maistrello che durante molti anni l’ha diretto accompagnano noi tutti, autori, lungo un percorso di crescita.

La mia rubrica “Mutazioni digitali” l’ho riordinata dentro al blog. Ci trovate i link ad ogni post che ho scritto e scorrendoli mi accorgo delle trasformazioni che in due anni abbiamo avuto nei comportamenti sociali sul web di produzione, condivisione e consumo.

Fuori dalle retoriche della nostalgia e dei ricordi vale la pena che ci diciamo di come oggi la cultura sul digitale abbia trovato spazi multipli di dispersione tra progetti editoriali online e social network, gruppi Facebook e segnalazioni su Twitter. Resto però anche dell’idea che un progetto che sia riuscito a mettere insieme il pubblico un po’ più geek con quello dei più interessati e curiosi ma magari con meno competenze (quante volte anche nei commenti è capitato si richiedesse di spiegare dei termini dati per scontati) sarà sempre un progetto vincente. E’ che questo progetto, nella parte abitata della Rete, l’abbiamo pensato sempre un po’ nostro. Anche per chi ne era solo lettore. In fondo quelli che leggevamo li incontravamo nelle nostre strade digitali, potevamo parlarci, erano vicini e non distanti, erano come noi, eravamo noi.

Quella che era la mia lettura di Apogeonline oggi è un’aggregazione su Feedly dei blog dei diversi autori. Ma conto che, con loro, ci rivedremo da altre parti e in molti modi.

Ho saputo della rivolta in Kuwait da Twitter, con buona pace dei media

Comincia con un tweet, quello di @tigella aka Claudia Vago che scrive:

In #Kuwait è stato occupato il parlamento.

Sono le 21.27, ci vorrà del tempo prima che i media coprano la notizia.

Scrive @l0r3nzo85: @tigella “bello” venirlo a sapere da twitter e non dall’ansa. Lei risponde: nel 2011 non c’è nulla che non abbia saputo prima da qui 🙂

Ecco, sono persone come @tigella che ci aiutano a colmare i vuoti informativi seguendo con immediatezza le news e rilanciandole, aiutandoci a fare pulizia rispetto ai possibili falsi ( no, non seguite @MachahirNews non è vero che è un reporter di AJ) e sviluppando competenze che ci mancano (Dato che la situazione in piazza #Erada ora è tranquilla, direi che mi metto a studiare un po’ il #Kuwait, ché nei prossimi giorni servirà). E sono persone come quelle che re-twittano, che aggregano con gli #hashtag, che rendono ricercabili i contenuti e li ricercano … Uno stare in Rete che dà consistenza ad ogni sospetta esistenza “liquida”, che raccorda gli spazi immateriali con i luoghi, le virtualità con le piazze. C’è una qualità simbolica interessante in questi vissuti digitali.

Per questo ad una tendenza alla critica dell’economia politica di Internet preferisco una critica dell’economia simbolica della Rete, più utile, mi sembra, per capire la qualità del mutamento in atto.

 

Lo stato mentale dei nostri anni zero

Provo a ricordare con le parole di altri. Tre scrittori che amo e che mostrano con due riflessioni ed un esperimento mentale la portata della caduta delle Twin Towers e lo stato mentale dei nostri anni zero.

\ «New York è cambiata in maniera drammatica dopo l’11 settembre: abbiamo assaporato la cenere e la morte e questo ha cambiato rapidamente la società. Allo stesso tempo però è diventata un’esperienza filosofica appartenente al mondo intero, non più ai singoli individui. Gli avvenimenti attuali come le guerre o i problemi ambientali sono galattici, non hanno più a che fare con la quotidianità delle persone. Siamo incastrati tra macro e micro e ci buttiamo su fb, sul mondo virtuale in cui troviamo rifugio. Chronic City riguarda questo iperrealismo: di chi non vuole leggere della guerra sui giornali e non vuole pensare all’infinità grandezza della realtà, vivendo in una sit-com come il protagonista. Noi (anche io sono fra questi) siamo gli idioti che guardano la vita attraverso la cultura pop, restando in un piccolo universo con cui riusciamo a confrontarci e rifugiandoci a fare la spesa in uno store online» Jonathan Lethem

/ «Volevo dimostrare che la nostra reazione a quella tragedia è stata peggiore della tragedia stessa», teorizza. «Fin dall’ inizio l’ ho considerato un evento minore, trasformato in qualcosa di macroscopico dall’ amministrazione Bush per cinici motivi politici. Come se il corpo avesse reagito alla malattia, creando un danno autoimmunitario ancora più grave della malattia stessa» Jonathan Franzen

| « Are some things still worth dying for? Is the American idea* one such thing? Are you up for a thought experiment? What if we chose to regard the 2,973 innocents killed in the atrocities of 9/11 not as victims but as democratic martyrs, “sacrifices on the altar of freedom”?* In other words, what if we decided that a certain baseline vulnerability to terrorism is part of the price of the American idea? And, thus, that ours is a generation of Americans called to make great sacrifices in order to preserve our democratic way of life—sacrifices not just of our soldiers and money but of our personal safety and comfort?

In still other words, what if we chose to accept the fact that every few years, despite all reasonable precautions, some hundreds or thousands of us may die in the sort of ghastly terrorist attack that a democratic republic cannot 100-percent protect itself from without subverting the very principles that make it worth protecting?

Is this thought experiment monstrous? Would it be monstrous to refer to the 40,000-plus domestic highway deaths we accept each year because the mobility and autonomy of the car are evidently worth that high price? Is monstrousness why no serious public figure now will speak of the delusory trade-off of liberty for safety that Ben Franklin warned about more than 200 years ago? What exactly has changed between Franklin’s time and ours? Why now can we not have a serious national conversation about sacrifice, the inevitability of sacrifice—either of (a) some portion of safety or (b) some portion of the rights and protections that make the American idea so incalculably precious?

In the absence of such a conversation, can we trust our elected leaders to value and protect the American idea as they act to secure the homeland? What are the effects on the American idea of Guantánamo, Abu Ghraib, Patriot Acts I and II, warrantless surveillance, Executive Order 13233, corporate contractors performing military functions, the Military Commissions Act, NSPD 51, etc., etc.? Assume for a moment that some of these measures really have helped make our persons and property safer—are they worth it? Where and when was the public debate on whether they’re worth it? Was there no such debate because we’re not capable of having or demanding one? Why not? Have we actually become so selfish and scared that we don’t even want to consider whether some things trump safety? What kind of future does that augur? » David Foster Wallace