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Su Facebook il tempo è un bastardo

Medicina

Lo sappiamo bene, Facebook è un deposito per la memoria individuale e collettiva, in un intreccio che fa collassare le nostre vite attorno a quei micro eventi che diventano un repertorio dei ricordi per noi e per la piccola comunità con cui li abbiamo vissuti (gli amici, i familiari, i compagni di scuola, ecc.). E attorno a macro eventi che si stagliano nell’immaginario come punti di svolta vissuti collettivamente, che ci mettono in contatto, anche se non lo eravamo, come generazione, ad esempio. La timeline scorre dal presente al passato dei nostri post, allontanando quello che è trascorso a favore di uno shock del presente. Quello che conta è postare l’evento a cui abbiamo appena partecipato – o meglio: a cui stiamo partecipando – taggando amici; l’alba di ogni mattina o il tramonto serale, magari nella versione InstaWeather che ci dice: è ora. O postare l’evento di cui stanno parlando tutti (tutti i media, naturalmente), l’incidente di Michael Schumacher ad esempio.

Certo, a volte compaiono pensieri – più spesso sotto forma di immagine – che escono dal cassetto dei ricordi: buoni per ri-raccontarsi in un ambiente connesso; buoni per recuperare qualche like, in quell’intreccio tra nostalgia ed affettività che scatena il guardarsi mentre si viene guardati da altri (e da se stessi). E’ la riflessività, bellezza.

Ma la temporalità a cui ci socializza con lucida programmazione Facebook è, in fondo, lineare ed individuale: se vuoi andare nel tuo passato scorri verso il basso la tua timeline; se vuoi incontrare eventi collettivi del passato li devi trovare nel presente, sotto forma di eventi dell’“ora”. Celebriamo così ogni anno l’11 settembre o la strage di Bologna, riattualizzando come ricorrenza e come gioco di ridondanza.

Ma è proprio in questo ambiente, così determinato dalla dimensione del tempo, che vediamo sempre di più emergere il bisogno di neo-comunità che abbiamo, un bisogno che fa collassare tempo e spazio secondo una concezione diversa. La neo comunità si fonda nel destrutturare la linearità del tempo in un flusso di ricordi che mescolano ere e circostanze, magari legandole ad un luogo, ad un periodo di costruzione della nostra esperienza con gli altri: gli anni dell’adolescenza, ad esempio.

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Ragazze che limonano su Facebook: riflessioni a margine di un’economia della celebrità

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La storia è semplice, esemplificativa di tante storie, di quelle che capitano agli adolescenti oggi. Storie che rimangono talvolta in astratto, lette su pagine di giornale che possono titolare “Ragazze che limonano su Facebook”. Che hanno la concretezza di essere però storie vicine a noi, alle esperienze che facciamo e che se approfondiamo con minore distacco diventano le storie di figli che abbiamo o che avremo, di nipoti e cugini, di quegli adolescenti che vivono le loro vite connesse. E lo fanno in una società che ha determinate attese su di loro, economiche e culturali. Questa è la storia non solo di due ragazze ma della società che sta attorno a loro, fatta di altri ragazzi e di genitori, di educatori e conoscenti; ma anche di politica ed istituzioni, di media ed imprese che hanno costruito un terreno culturale e politico in cui gli adolescenti sono chiamati a vivere. Ve la racconto per come mi è stata raccontata ma distorcendo particolari, perché quello che interessa è che questa storia è una nostra Storia.

Due ragazzine di dodici anni si ritrovano il sabato sera a casa di un amico e si fanno riprendere da lui con il cellulare in primo piano mentre per un minuto si sono date un bacio intenso e profondo. Un video da condividere subito attraverso WhatsApp ai diversi gruppi cui appartengono, che ha portato in brevissimo ad uno sharing selvaggio negli schermi di adolescenti amici ed amici di amici, di quell’età, più grandi e più piccoli, nel sistema di reti scolastico-amicali-di tempo libero che ognuno di loro ha.

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Bauman e la società confessionale. Limiti del pensiero moderno sui social network

inside confessional
Foto di di two stout monks

In un recente articolo di Zigmunt Bauman comparso su la Repubblica dal titolo Il trionfo dell’esibizionismo nell’era dei social network viene fatto il punto su una serie di tematiche relative al nostro modo di abitare la Rete. Ne è scaturito un bel dibattito, anche acceso, nel profilo Facebook di Salvo Mizzi. Dibattito importante perché ha a che fare con il modo di fare divulgazione su un tema centrale come l’utilizzo da parte di milioni di persone dei siti di social network. E ha a che fare con la necessità di costruire un pensiero critico, anche in Italia, sulle trasformazioni che la presenza di massa nella Rete sta generando nelle nostre relazioni sociali.

Personalmente ho trovato inadeguato il modo utilizzato da Bauman per divulgare il suo pensiero sui social network. E non perché il linguaggio si “atteggi” un po’ troppo alla formulazione critica tout court, ma piuttosto perché vengono sostanzialmente utilizzate categorie della modernità per leggere una trasformazione che sembra segnalarne il superamento. In questo modo si tengono imbrigliati i fenomeni dentro rappresentazioni del mondo che non gli sono proprie.

Prendiamo il tema della comunità.

Scrive Bauman che Facebook “è una rete, non una “comunità”. E le due cose, come si scoprirà prima o poi (a condizione, naturalmente, di non dimenticare, o non mancare di imparare, che cosa sia la “comunità”, occupati come si è a crearsi reti per poi disfarle), si rassomigliano quanto il gesso e il formaggio”.

Si tratta di una affermazione vera se adottiamo un punto di vista generale (Facebook in sé stesso) e meno vera se pensiamo ad alcune pratiche d’uso per soggetti diversi. Prendiamo un adolescente. Le ricerche ad esempio ci mostrano come un social network come Facebook consenta di strutturare le relazioni con la rete di pari, di condividere esperienze dentro un ambiente comune … tutte cose da comunità. Eppure non esattamente da comunità tradizionalmente intesa.

Nella definizione sociologica di Ferdinand Tönnies “ogni convivenza confidenziale, intima, esclusiva […] viene intesa come vita in comunità; la società è invece il pubblico, è il mondo”. Cosa succede quando le forme comunitarie possono essere trattare in modo pubblico? O quando l’intimità assume forme diverse da quelle della convivenza territoriale o della consanguineità? Cosa significa quando un ragazzo sul proprio profilo Facebook mette come parenti gli amici?

Forse “stressare” il concetto di comunità tradizionalmente inteso serve a poco, se non a sembrare di costruire nostalgie a bassa capacità interpretativa.

Prendiamo l’amicizia.

“Quei nomi e quelle foto che gli utenti di Facebook chiamano “amici” ci sono vicini o lontani?” Riprendendo le teorie dell’antropologo evoluzionista Robin Dunbar sintetizzate nel New York Times viene mostrato come il numero di relazioni che un essere umano può tenere in piedi non supera i 150 rapporti significativi. È un dato immutato nella nostra storia evolutiva. Scrive al proposito Bauman:

Il punto è che, indipendentemente dal fatto che il numero di persone con cui si può stabilire un “rapporto significativo” non sia variato nel corso dei millenni, il contenuto richiesto per rendere “significativi” i rapporti umani dev´essere cambiato in notevole misura, e in modo particolarmente drastico in questi ultimi trenta-quarant´anni.

L’affermazione può anche essere verosimile anche se non viene né dimostrata né supportata da dati di ricerca. Diciamo che il fatto di vivere in un ambiente ad alto tasso di medialità consente probabilmente forme di intimità, reciprocità, vicinanza, ecc. diverse e quindi anche dinamiche di costruzione dell’altro significativo diverse (attenzione: non è una questione di meglio o peggio, solo di differenza).

Le conseguenze sono per Bauman dell’avvento di una società confessionale in cui tutto viene esteriorizzato e messo in pubblico. Arriva ad affermare ad esempio che:

I teenager equipaggiati di confessionali elettronici portatili non sono che apprendisti in formazione e formati all´arte di vivere in una società-confessionale, una società notoria per aver cancellato il confine che un tempo separava pubblico e privato, per aver fatto dell´esposizione pubblica del privato una virtù pubblica e un dovere, e per aver spazzato via dalla comunicazione pubblica qualsiasi cosa resista a lasciarsi ridurre a confidenze private, insieme a coloro che si rifiutano di farle.

Ora, anche qui è evidente che la distinzione pubblico/privato così come è stata prodotta nella modernità può essere messa in discussione.

E ancora: l’equivalenza ad esempio “esteriorizzazione della privacy=perdita della privacy” non sembra reggere. Siamo sicuri poi che il confine pubblico/privato sia lo stesso fra genitori e figli? Siamo sicuri che la privacy nei giovani non sia un valore? Basta leggersi alcune ricerche:

The majority of teens actively manage their online profiles to keep the information they believe is most sensitive away from the unwanted gaze of strangers, parents and other adults. While many teens post their first name and photos on their profiles, they rarely post information on public profiles they believe would help strangers actually locate them such as their full name, home phone number or cell phone number.

Insomma trovo utilissimo discutere pubblicamente del nostro modo di abitare la Rete ma credo dovremmo abbandonare un po’ di pensiero “suggestivo”, alcune letture capaci di interpretazioni monocausali, a favore di un pensiero più complesso e fondato anche su dati di ricerca che sia capace di mettere in luce i limiti delle categorie del moderno e trovare la via di un pensiero critico che ci aiuti a costruire e non a creare nuovi divide, come quelli tra genitori e figli che leggo nelle righe più sopra.

La privacy nei social network è un problema per vecchi

La privacy nei social network è un problema per vecchi. È così che possiamo raccontare in sintesi l’analisi comparativa Forrester Research’s North American Technographics su 2009 e 2010.

Guardando i dati correlati alle coorti generazionali è possibile osservare come all’affermazione ““I’m very concerned about my privacy on social networking sites.” la generazione Y, quella più giovane (18-29 anni), cresca pochissimo nella preoccupazione (dal 29% al 30%) e la generazione X cresce solo dal 30% al 33%. Con gli Younger Boomers (dal 31% al 39%) la preoccupazione sembra salire mentre esplode negli ultra 54enni con Older Boomers dal 32% al 50% e Senior dal 28% al 43%.

Credo che possiamo ricondurre questa crescita essenzialmente a due fattori che rappresentano le due facce della stessa medaglia. Innanzitutto va osservato che il confine pubblico/privato ha per i più giovani una natura più sfumata e diversa da quella della Boom generation, concezione che trova nei siti di social network modi nuovi per essere espressa. E con questo modo di essere privatamente in pubblico dovremo imparare a fare i conti socialmente. I più adulti, poi, abitando la Rete si accorgono di questa crescita di “spudoratezza” online, cioè di un livello di sovraesposizione dei più giovani che ai loro occhi rappresenta una forma di potenziale pericolo rispetto alla riservatezza di vite raccontate in privato.

Penso che in questo caso l’uso delle coorti generazionali possa cogliere un atteggiamento che non sia solo legato all’età come momento di vita. Non credo, quindi, che i giovani siano così oggi perché alla loro età si preoccupano meno del fatto che qualcuno possa tracciare in Rete i loro contenuti mentre quando entreranno nel mondo del lavoro (anche se la gen Y arriva a 29 anni e in America, non in Italia!) avranno paura che nei colloqui gli spiattellino in faccia le foto di laurea in cui erano ubriachi. Credo invece che questo dato possa essere un indicatore del salto generazionale e che una generazione cresciuta condividendo le vite attraverso i social network abbia trovato uno spazio di elaborazione e sperimentazione della privacy in pubblico.

Profili di cartoon

I-cartoni-animati-invadono-le-foto-dei-profili-del-Social-Network-Facebook-Retro-Viral-DNA

Quanto la televisione sia centrale nella costruzione del nostro immaginario lo capite in questi giorni stando dentro Facebook. Le immagini del profilo dei vostri friend sono cambiate. Là dove c’erano seri professionisti, colleghi, amici, ecc. trovate Lamu, Daitan III, Remi, Lupin III …

L’iniziativa è stata lanciata da Alessandro Donald Schultz Loi con la creazione della pagina evento “Cambia La Foto Del Tuo Profilo Con Quella Di Un Eroe Dei Cartoni Animati”. L’invito esplicitato è:

Dal 15 al 25 novembre cambia la foto del tuo profilo di Facebook con quella di un eroe dei cartoni animati della tua infanzia e invita i tuoi amici a fare lo stesso…lo scopo? Per diversi giorni non vedremo una sola faccia”vera” su Facebook

Molti blog e siti (ma non la pagina evento su Facebook: strategia del virale?) la riportano associandola alla settimana dei diritti dell’infanzia che ricorda la ratifica della Carta dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, avvenuta il 20 novembre 1995.

Si tratta comunque di un’attività generalizzata di massa che passa dal network delle relazioni sociali connesse e “spinge” con forza sfruttando la logica dell’intrattenimento e l’ancoraggio all’immaginario dell’infanzia. E sappiamo come in Italia, a partire dalla frangia più vicina nel tempo della generazione X, i cartoni animati, in particolare l’arrivo di quelli “giapponesi”, abbiano rappresentato un momento evolutivo della “coscienza di classe” generazionale, in termini di valori emotivamente condivisi attorno agli stessi eroi ed antieroi passati sul piccolo schermo. Come ho già scritto i cartoni giapponesi sono alla base sia di meccanismi di nostalgia generazionale che di occasioni di riconoscimento e produzione di un we sense generazionale.

I modi in cui bambini ed adolescenti hanno assunto dosi così massicce di valori ed etiche provenienti da una cultura non occidentale ha creato un imprinting culturale generazionale differente rispetto ai padri. La frequentazione di anime prima e manga poi, ha saputo “creare significati in una società senza punti di riferimento”: si tratta di prodotti culturali che sono ancorati alla valorizzazione delle differenze, ad una conoscenza emotiva e che contempla l’irrazionale, perché la filosofia giapponese – secondo i principi di shintoismo e buddhismo – non si fonda su una conoscenza speculativa ma sulla trasmissione di sentimenti condivisi. Per esemplificare, come spiega Cristiano Martorella:

Molte serie a fumetti giapponesi raccontano lo stravolgimento operato dall’uomo contro la natura, e denunciano la distruzione provocata dall’inquinamento. Spesso propongono di recuperare l’antico equilibrio e l’armonia fra essere umano e natura tramandato attraverso le credenze shintoiste. Questo è il caso della Principessa Mononoke di Hayao Miyazaki. Ulteriore importante elemento è il relativismo delle categorie di bene e male. In regola con i princìpi buddhisti che non concepiscono una natura maligna in assoluto, il bene e il male sono considerati come conseguenze dei comportamenti dei personaggi. Così non è raro che un personaggio cattivo decida di cambiare atteggiamento, convinto dalla determinazione e generosità del buono, e passi dall’altra parte. Accade nel fumetto di Dragon Ball, dove Junior diventa grande amico di Goku e tutore di suo figlio Gohan. Infine, ultimo ma non meno incisivo, è l’elemento sessuale. I fumetti giapponesi sono l’unico prodotto per giovani che narrano spontaneamente e senza tabù la sessualità, senza nascondere nemmeno i desideri pruriginosi e le perversioni. Si tratta di una libertà sessuale che gli altri mezzi narrativi stanno conquistando con fatica e fra innumerevoli polemiche.

media+generazioni

Capita, a volte, che il lavoro di ricerca esca dalle logiche di condominio dell’Università italiana, dai principi di protezionismo ed egemonia tematica, per diventare un’occasione di lavoro collettivo e di scambio aperto e franco, anche fra generazioni di studiosi.

E’ quello che ci è capitato con la ricerca Media e generazioni finanziata dal Ministero come progetto PRIN, dove abbiamo avuto l’occasione di lavorare a strettissimo contatto con i colleghi di Milano, Bergamo, Roma e Trento – con qualche punta di Udine.

Oggi la ricerca è arrivata alla fine del suo percorso e abbiamo deciso di creare un’occasione di dissemination dei risultati con un convegno internazionale molto ricco (programma qui) nel quale discutere il tema con colleghi stranieri ed italiani, confrontare gli approcci ed individuare gli ambiti di analisi a venire.

Per quanto ci riguarda risponderemo a queste domande di ricerca:

Come possono specifici prodotti mediali generare discorsi generazionali generati dagli utenti? E’ possibile utilizzare gli UGC per osservare l’emergere del discorso generazionale?

I prodotti culturali mediali forniscono la materia prima per le pratiche discorsive, il linguaggio da utilizzare e i luoghi di riferimento. In pratica rappresentano uno sfondo comune e condiviso (anche se a vari livelli: di qui la necessità di riflettere in termini generazionali) che offre occasioni di riflessività all’individuo e “materia” prima per elaborare le forme condivise dell’immaginario.

L’idea centrale è che, poiché la semantica si produca attraverso le dinamiche conversazionali che si realizzano nella società, il versante degli UGC rappresenta una semantica “non curata”, cioè non ancora stabile nei significati che si connettono ai concetti. È però a partire da questo materiale “grezzo” che nel tempo la società stabilizzerà una certa semantica che poi diverrà patrimonio condiviso e comune che verrà rappresentato nella sua forma stabile (“semantica curata”) nel sistema dei mass media. È così ad esempio che l’analisi di libri e quotidiani ci dicono come una società “intende” se stessa.

L’ipotesi è quindi lavorare sulla semantica non ancora stabilizzata, cioè sulle premesse della semantica che verrà. Tentare di analizzare il mutamento mentre sta avvenendo, perdendo di precisione e di univocità ma cercando di cogliere la direzione.

Essendo le “conversazioni dal basso” una forma della comunicazione mediata dal computer e da Internet caratterizzata da a. permanenza, b. cercabilità, c. replicabilità e d. rivolta a un pubblico indistinto, è possibile vedere la Rete come luogo nel quale individuare un bacino della semantica “non curata” che rappresenta il modo in cui gli individui elaborano e rielaborano discorsivamente con gli altri i significati alimentando la semantica della società.

Per questo i Blog, Flickr, YouTube, Google Video, MySpace ecc., rappresentano un territorio da monitorare.

La ricchezza che la Rete rappresenta è dato per chi fa ricerca, anche, dal materiale lasciato spontaneamente dai soggetti che depositano tra blog, siti di social network, forum ecc. pensieri, emozioni, ecc. in forma di conversazioni possibili. Osservare questa realtà significa aprirsi quindi alle tracce del futuro.

Generazione Y e futuro delle ICT

Durante il panel ICTs and Generations al Cost298 (qui i paper) abbiamo discusso, dal punto di vista teorico e di ricerca, sia del rapporto generazionale con le ICTs che della funzione che la generazione Y ha nella diffusione di pratiche (peer-culture, profili aperti, emozionalità in pubblico, ecc.).

Di seguito ciò di cui ho parlato.

Resta da capire come nella cultura onvergente, che implica una centralità della partecipazione che viene veicolate dagli usi mediali e dai significati che vengono prodotti e messi in circolazione, si stia giocando una partita generazionale di inclusione/esclusione importante.

E soprattutto come bilanciare le forme di internet apocalissi e internet integrazione che impediscono una conversazione socialmnte “forte”.