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L’umanità nell’algoritmo di Google

Nell’intervista che Massimo Russo fa a Ben Gomes, vice presidente di Google, troviamo spiegato bene come dietro l’affinamento dell’algoritmo ci sia un test permanente con valutatori umani, che rappresenta l’essenza del progetto Owl teso – tra le altre cose – a rendere meno visibili notizie bufala, messaggi d’odio e in generale informazioni false o offensive ma anche leggende metropolitane o teorie cospirazioniste.

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Internet in sicurezza: basta parlarne

Il 7 febbraio si celebra il Safer Internet Day che quest’anno è dedicato al tema Connecting generations and educating each other e che ha per slogan “Scoprire il mondo digitale assieme… in sicurezza!”.

Anche in Italia abbiamo una serie di iniziative che coinvolgono Polizia Postale e delle Comunicazioni, Telefono Azzurro, Società Italiana di Pediatria (SIP) e Comitato Consultivo del Centro Giovani Online. E anche Google Italy che collabora al corso di formazione nelle scuole “Non perdere la bussola” e che ha stilato con la SIP il documento “Consigli per tutelare la sicurezza online delle Famiglie”. Immagino che sia denso di consigli e buone pratiche, che spieghi con semplicità e dia qualche suggerimento utilizzabile da subito. Io però online non l’ho trovato né nei siti dedicati ai progetti o dei partner né su google 🙂 – il che non mi sembra una buona cosa, ma magari gli annunci anticipano i tempi. D’altra parte il sito italiano Safer Internet – non proprio bellissimo –  è fermo al 2001.

Ma diciamo che la tematica è spreadable e basta che ne parliamo.

Update: nel giorno del Safer Internet Day su google.it è uscito questo che forse fa parte del percorso.

Vai su Twitter col nome che vuoi

Come sappiamo Google+ ha in mente un’idea precisa della direzione di crescita della società (e del) digitale che ha a che fare con l’eliminazione dell’anonimato. Per questo ogni profilo che non contenga un nome che si suppone reale viene cancellato. Facebook, di fatto, promuove la medesima policy. Tutti trasparenti online come nella vita reale e senza soluzione di continuità fra le due forme.

Viene da chiedersi allora: ma perché non dovrebbe valere anche per altri social network, Twitter ad esempio?

Per spiegarlo Mathew Ingram riprende l’insegnamento di Clay Shirky sulla necessità di avere un sistema che consenta la permanenza dell’identità connessa alla reputazione, al di là di nomi veri o fittizi. Per essere credibili online, sviluppare relazioni, strutturate conversazioni, partecipare a comunità occorre una riconoscibilità data da un nome (vero o fittizio che sia) a cui si lega una specifica storia, una credibilità nel tempo. A partire da questa considerazione possiamo dire  allora che quello che conta su Twitter è legare le informazioni ad un profilo nel tempo, indipendentemente da chi ci sia dietro al profilo. La storia dei tuoi tweet è la tua reputazione.

E Twitter chiarisce bene la sua policy in questo senso:

In a recent open house at the company, CEO Dick Costolo talked about how the service doesn’t really care what your real name is — all it wants to do is connect you to the information that you care about. And if that information happens to come from a “real” person, then so be it; but if it comes from a pseudonym, then that’s fine too. Twitter isn’t necessarily married to the idea of users having pseudonyms, Costolo said — it’s simply “wedded to people being able to use the service as they see fit.”

Il senso starebbe quindi nella connessione tra me ed il contenuto più che tra me e chi lo produce. O se volete tra me e l’altro attraverso il contenuto. Questa interpretazione fornisce anche senso alla pratica di ricerca attraverso #hashtag, mentre gli altri social network si limitano culturalmente allo stream dei friend. Twitter si propone così non come una piattaforma relazionale tra individui ma come un aggregatore di contenuti che fanno da collante tra gli individui. Per questo il nome importa poco. Se produci cose interessanti prima o poi ti incontrerò.

Accelerare e decelerare la cultura di Rete: note a margine del manifesto Google-Verizon

Come riassume efficacemente Massimo Russo l’accordo trasparente fra Google e Verizon si scaglia come atto politico che mette in dubbio la net-neutrality per come l’abbiamo conosciuta.

Da una parte nel documento-manifesto in sette punti (anche in lingua italiana) si ribadisce la supremazia dei diritti dei consumatori e dei principi del libero mercato:

nel punto uno si legge “entrambe le società sono state a lungo fautrici degli attuali principi della FCC sull’apertura della rete fissa a banda larga, che garantiscono agli utenti l’accesso a tutti i contenuti leciti disponibili su Internet, permettendo loro di utilizzare le applicazioni, i servizi e i dispositivi di loro scelta”

nel punto due: “concordiamo sul fatto che tali principi dovrebbero essere corredati da regole contro le pratiche discriminatorie. Ciò significherebbe che, per la prima volta, i fornitori di servizi a banda larga fissa non potrebbero discriminare o dare precedenza a determinati contenuti, applicazioni o servizi online a danno dell’utenza o della concorrenza”

e nel tre: “è importante che l’utente sia chiaramente informato sulla propria esperienza online”

Ma è nei punti cinque e sei che il prevalere delle logiche di mercato mette in dubbio le dinamiche di net-neutrality che sono alla base dello sviluppo della Rete per come l’abbiamo conosciuta oggi:

riconosciamo entrambi che la banda larga wireless è cosa differente dal mondo tradizionale di Internet fisso, in parte poiché il mercato mobile è più competitivo e muta rapidamente. Riconoscendo che il mercato wireless a banda larga è in una fase ancora iniziale di sviluppo, i principi contenuti nella nostra proposta, eccezione fatta per il principio di trasparenza, non si applicano al mercato a banda larga wireless

noi vorremmo che l’infrastruttura a banda larga fosse una piattaforma a servizio dell’innovazione. Pertanto, la nostra proposta permetterebbe ai fornitori di servizi a banda larga di offrire servizi online addizionali e differenziati, in aggiunta ai servizi, attualmente offerti, di accesso Internet e ai servizi video

Riassumendo in poche parole: una doppia Internet che va a due velocità, una “accelerata” in modo direttamente proporzionale alla ricchezza di quelle corporation che possono permettersi di servire sul piatto dell’istantaneità i contenuti ai propri utenti/cittadini e una “decelerata” in cui potrebbero essere confinate start up brillanti ma poco sostenute – o poco in linea – con le major che si spartiscono il mercato della iper-strada.

Come scrive Massimo, trovando un’efficace analogia con il sistema televisivo:

E’ questa la perdita dell’innocenza e l’affermazione anche per la rete di un modello più simile a quello broadcast, di tipo televisivo. E’ come se, in ambito e con modalità del tutto diverse, si ripetesse il processo di consolidamento visto per la televisione quando dall’esplosione delle emittenti libere siamo passati al consolidarsi di gruppi industriali.

Commenta nel post Davide Baroncelli (dipendente Google):

credo che il discorso di Goog e Vzn sul “wireless” che può venire gestito in maniera differente dal “wired” e rimanere senza regole non stia in piedi (ed infatti sta venendo sommerso di critiche): bisogna vedere se lo scopo del discorso è di fissare un paletto sulle regole per l’ADSL rimandando la partita per le connessioni mobili (probabilmente l’idea di Google), o se lo scopo è di fissare un paletto sul fatto che le connessioni mobili rimangano deregolate (sicuramente l’idea di Verizon).

Ovviamente il dibattito è aperto (come risulta dalle diverse perplessità suscitate dal manifesto a due).

Io distinguerei comunque la realtà dell’atto politico, teso a mio parere a ridefinire la cultura Internet, dalle possibili discussioni relative all’applicazione.

Dal punto di vista culturale la perdita dell’innocenza e la fine del romanzo di formazione – quel racconto nel quale si sono sviluppate realtà come Facebook, Amazon, Skipe o la stessa Google – coincide con un periodo della presa di coscienza dell’essere maturi di quegli “scavezzacollo” del mercato che hanno assunto posizioni di privilegio e da lì giudicano e pregiudicano il futuro della next generation con il tentativo di proporre una cultura dell’enclosure digitale da cui guardare i giochi dei “bambini” distinti da quelli degli “adulti”. Il resto è acquisizione di consapevolezza da parte di tutti – istituzioni, corporations e semplici utenti – che ci troviamo di fronte ad un punto di non ritorno e non sarà sufficiente guardare in modo nostalgico il nostro passato di abitanti della Rete.

Westward Google: cartoline americane

Siamo negativamente colpiti dall’odierna decisione di condanna di alcuni dirigenti della Google inc. per la pubblicazione su Google di un video dai contenuti offensivi. Pur riconoscendo la natura biasimevole del materiale non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider. Il principio fondamentale della libertà di internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione e viene tutelato da quanti hanno a cuore tale valore.

Queste le parole che gli Stati Uniti d’America fanno calare come macigni sul caso Italiano Google-ViviDown per bocca dell’ambasciatore americano a Roma David Thorne.

Ora, proviamo a distinguere il lato tecno-giuridico da quello tecno-culturale.

Si dice: “non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider”.

Tecnicamente, però, non essendo stato riconosciuto agli imputati (tre dirigenti Google) il reato di diffamazione (in associazione a quello di lesione del diritto alla privacy) sembrerebbe scampato il pericolo di una censura preventiva richiesta agli hosting provider, come affermano gli avvocati Giuliano Pisapia e Giuseppe Vaciago, legali dei tre dirigenti di Google (cosa di cui, leggendo quanto scrive Elvira su Apogeo, non sarei del tutto certo).

Diciamo che comunque sembra che la sentenza abbia cercato di evitare il “pericolo giuridico e culturale”, così lo definisce Vittorio Z., visto il clima del Paese. Anche se – aspetteremo di leggere la sentenza – il vero rischio sarebbe nel veder collassare queste strutture web di disintermediazione sulla pubblicazione dei contenuti dentro le maglie del (pessimo) decreto Romani, ad esempio con una sentenza che sostenesse che “ Google aveva obbligo di registrarsi presso l’autorità delle comunicazioni e della privacy (sono due diverse) come stazione televisiva, assumendone quindi gli obblighi”.

E qui troveremmo tutto il limite di una classe dirigente (politica, giuridica, amministrativa, ecc.) profondamente televisiva, incapace di uscire dal proprio immaginario di egemonia mediale sulle masse – ne ho già scritto qui, quindi non torno sulla cosa.

Sul versante tecno-culturale, invece, il fatto che la voce del Governo americano si faccia ufficialmente sentire in queste ore  non è una questione di poco conto.

La Casa Bianca ha infatti formalmente legittimato la mutazione in atto sostituendo al termine “social network” quello di “social media” e legittimato, corrispondentemente, i nuovi strumenti del comunicare interpersonale-di-massa e lo scenario sociale che si sta generando.

Dobbiamo portare l’informazione, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente

Siamo così inevitabilmente precipitati dentro una realtà in cui le pratiche legate agli User Generated Content si legano alle piattaforme di produzione e distribuzione connessa come Facebook, Twitter ecc. e quelle di blogging in modi indissolubili e nuovi.

Non prendete la cosa come fosse “letteratura”, speculazione intellettuale, ma dal punto di vista degli interessi economici in gioco. L’America dicendo quello che dice intende: l’innovazione per me passa dalla Rete e come Paese io sostengo politicamente e culturalmente questa trasformazione socio-economica. E l’Italia? L’Italia delle televisioni e degli editori di carta che con fare sonnolento sono adagiati sulle loro audience e pubblici polverizzati mentre questa condizione si sta lentamente dissolvendo, l’Italia della cultura e della politica, cosa sta facendo?

Google Alerts : il difficile equilibrio fra libertà di parola (connessa) e diritto alla privacy

Come si poteva temere una giurisprudenza che ha le sue radici nel moderno (qui calcherei la mano sulla differenza fra norme e sentenze) non è riuscita ad interpretare la struttura di pratiche sociali che ruota attorno ai contenuti generati dagli utenti e alle piattaforme che le ospitano. O meglio: lo ha fatto a suo modo. È così che il tribunale di Milano responsabile del processo a Google condanna tre dirigenti per “diffamazione e violazione della privacy per non avere impedito nel 2006 la pubblicazione sul motore di ricerca” di un video con maltrattamenti ad un ragazzo down – video tolto immediatamente dalla visibilità dopo la segnalazione.

La posizione a caldo di Google che ho letto mi sembra chiara:

Faremo appello contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente, dal momento che i nostri colleghi non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poiché non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato se questo principio viene meno, cade la possibilità di offrire servizi su internet.

Lo spiega bene anche Luca.

Quella meditata – forse un po’ enfatica, ma decisamente puntuale – anche di più:

But we are deeply troubled by this conviction for another equally important reason. It attacks the very principles of freedom on which the Internet is built. Common sense dictates that only the person who films and uploads a video to a hosting platform could take the steps necessary to protect the privacy and obtain the consent of the people they are filming. European Union law was drafted specifically to give hosting providers a safe harbor from liability so long as they remove illegal content once they are notified of its existence. The belief, rightly in our opinion, was that a notice and take down regime of this kind would help creativity flourish and support free speech while protecting personal privacy. If that principle is swept aside and sites like Blogger, YouTube and indeed every social network and any community bulletin board, are held responsible for vetting every single piece of content that is uploaded to them — every piece of text, every photo, every file, every video — then the Web as we know it will cease to exist, and many of the economic, social, political and technological benefits it brings could disappear.

Il punto è proprio questo: tutelare il difficile equilibrio tra libertà di parola in pubblico (e creatività diffusa) e diritto alla privacy chiede di ripensare, nell’epoca dei pubblici connessi, forme e modi di garanzia ricomprendendo la novità assoluta di media personali di massa (blog, social network, ecc.), per evitare di comprimere la rivoluzione comunicativa in atto all’interno di paradigmi di controllo pensati per un’epoca delle comunicazioni di massa.

In particolare nel nostro Paese, che non brilla per capacità di supporto normativo all’innovazione.

La sentenza non è definitiva. Le questioni che pone però sì.

Dietro l’esplosione degli UGC abbiamo trovato in questi anni il vero sviluppo di innovazione possibile della Rete, il moltiplicarsi delle sue funzioni raccordando conversazioni (immagini, video, parole) tra apertura di percorsi di senso e strade irrimediabilmente chiuse. È un territorio che stiamo imparando ad abitare, con molti errori, con contrasti e nuovi modi di negoziare la democrazia dell’informazione. Creare dei filtri forti alle forme di spontaneismo della produzione, all’entusiasmo anche ingenuo, significa mettere il coperchio ad un vapore sociale che ha bisogno di queste forme di effervescenza, come i fatti sembrano dimostrare. Questo non significa tollerare l’illegalità o tacere della stupidità. Ma vi siete chiesti quali effetti produrrà il vapore sociale tenuto compresso nella pentola dell’informazione inespressa?

Cancellare Google: libertà in Rete e responsabilità connessa

È partito tutto dalla Rete, con Gregorj e Loska (il fatto che sia anche una mia studentessa è puramente casuale, ma, in fondo, tout se tien) che dal blog giornalettismo hanno portato nell’agenda dei media l’attenzione su due video choccanti nei quali i compagni di scuola deridevano, insultavano e picchiavano un ragazzo down. Ne hanno parlato fino a farli cancellare e portare la cosa sui media mainstream, che hanno beatamente ignorato ogni funzione della blogosfera e parlato solo della “cosa scandalosa”.

Fin qui una storia che mostra come esista anche una forma auto-regolativa della Rete, una responsabilità connettiva utile e capace di incidere.

Oggi quattro dirigenti di Google rischiano il carcere perché accusati di concorso in diffamazione e violazione della privacy.

Come scrive l’Internazionale riprendendo il Times:

I pubblici ministeri accusano Google di negligenza per aver permesso il caricamento su uno dei suoi siti di un video che mostrava un episodio di bullismo a scuola contro un ragazzo disabile. La società californiana dichiara di aver cancellato il filmato poco dopo essere stata informata della sua esistenza. Ma secondo l’accusa, Google era a conoscenza del video da molto prima di quando ha deciso di intervenire.

E comunque, sostengono i PM, è una questione di “responsabilità” e non di “libertà”.

Appunto.

Responsabilità di chi? Di chi gestisce il luogo nel quale viviamo connessi, nel quale produciamo e distribuiamo i nostri contenuti, nel quale sviluppiamo e partecipiamo a conversazioni, ecc.? Oppure di coloro che transitano nel luogo e commettono crimini? Per dirla con Vittorio

con i social media il principio di responsabilità della pubblicazione slitta dai responsabili del servizio e della piattaforma a coloro che l’hanno fatta, alla responsabilità del singolo

Oppure, e per capirci: in era pre-digitale la pedofilia ha sfruttato massicciamente il sistema postale per i propri scopi e nessun processo è stato intentato ai vertici delle poste italiane. Avrebbero forse una responsabilità morale le poste?

La Rete non va pensata come un medium, né come se fosse una testata giornalistica … o se volete pensare che lo sia lo è in modo diverso: è un luogo e allo stesso tempo un modo di abitare il mondo.

Il nodo a questo punto mi sembra, oltre che giuridico, culturale: è dalle parti della cultura della Rete che combattiamo una battaglia che è sì di libertà di espressione (segnalo gli interventi dei Ninja e di Mafe ) ma è soprattutto una battaglia di libertà di cittadinanza connessa, fatta di produzione e circolazione di contenuti prodotti dagli utenti.

Colpire le piattaforme che consentono la pubblicazione e la diffusione per il fatto che lo fanno significa utilizzare logiche “moderne” per un ambiente che ha caratteristiche completamente diverse da quelle di una “testata” giornalistica e che richiama principi di responsabilità nuovi. Per questo il caso di Google rappresenta non solo una questione legale ma una battaglia di cittadinanza digitale.