L’uso dei dispositivi mobili in classe: questione di atomi, non di bit

Nel dibattito comune la “normalità” del digitale viene vissuta male, in particolare quando se ne parla associandolo al mondo dell’educazione.

Riflettere sui dispositivi (devices) e sulle pratiche connesse non significa ritenere che siano questi gli elementi centrali dell’innovazione scolastica ma significa riconoscere che la forma dell’esperienza e dei saperi assume una natura diversa all’interno di universi mediali differenti e oggi questi strumenti sono parte delle vite (non solo) delle nostre figlie e dei nostri figli.

L’uso dei dispositivi in classe rappresenta quindi una sfida e un’opportunità culturale per la scuola. È a partire da questa consapevolezza che abbiamo lavorato nel Gruppo di lavoro per la valutazione dell’uso dei device digitali personali in classe, costituito con decreto della Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli.

Il lavoro svolto è anche una presa d’atto, quella della diffusione di dispositivi e connessione differente e disomogenea ma comunque consistente e quella dell’esistenza di progetti in classe che già da tempo si ispirano alle pratiche del BYOD (Bring your own device).

D’altra parte il fatto che i nostri figli frequentino per biografia la cultura digitale non significa che non abbiano bisogno di essere accompagnati alla produzione di senso all’interno di ambienti connessi e comunitari, attraverso la produzione, distribuzione e consumo di contenuti che diventano parte della loro riflessività quotidiana. Vivere il digitale non è una questione naturale ma richiede educazione e cultura.

In tal senso il lavoro sottolinea come i dispositivi debbano essere un mezzo e non un fine, e che occorre accompagnare i ragazzi ad essere pienamente utenti: ad usare e non ad essere usati dalle tecnologie.

Si tratta quindi non solo di sviluppare abilità tecniche ma di sostenere l’acquisizione di capacità critiche e creative. Il tutto nel pieno rispetto dell’autonomia didattica e della scelta dei docenti: sono loro ad introdurli e guidare l’uso (e il non uso) in classe. Nel documento finale abbiamo sintetizzato le linee guida al BYOD e le buone pratiche, i pregi così come i difetti.

In fondo le competenze all’uso critico e creativo ha a che fare con quelli che sono i diritti di cittadinanza che il digitale introduce nelle nostre vite e in quelle dei ragazzi come cittadini di oggi è domani. Parliamo di consapevolezze, di qualità e di diritti che hanno a che fare con gli atomi non con i bit.

In queste giornate stiamo presentando il lavoro del tavolo a Bologna all’interno dell’evento Futura organizzato dal Miur. Abbiamo sintetizzato in 10punti lo spirito del lavoro, in attesa dell’uscita ufficiale del documento.

4 pensieri riguardo “L’uso dei dispositivi mobili in classe: questione di atomi, non di bit”

  1. Salve, sono tutti principi sacrosanti e condivisibili. Tuttavia, si lascia sempre da parte o si fa finta di non vedere tutti i rischi connessi all’utilizzo di Internet a scuola (che esistono anche se in classe c’è solo una Lim, e si moltiplicano all’infinito se si usano i dispositivi personali.)
    Per es: le scuole possono anche essere connesse, ma in moltissime scuole la connessione arriva ai dispositivi senza filtri, rendendo il docente unico responsabile dei contenuti che i bambini/ragazzi visualizzano nei loro dispotivi.
    I dispositivi possono anche essere connessi con i propri dati, e qui che si fa? Si usano dispositivi senza scheda?
    Il discorso è sempre un po’ paternalistico, voi insegnanti non vi aggiornate, non vi sforzate, vi lamentate e basta… in realtà ci state dando in mano una pistola carica, in molte scuole senza nemmeno la sicura.

    1. Questo decalogo è solo una sintesi di contesto del documento prodotto. Nel documento parliamo di potenzialità e problematiche, analizziamo le pratiche BYOD, le questioni di controllo e uso, ecc. E spero senza paternalismi.

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