CovidQuid #1 Conversazione con Vincenzo Cosenza

quid
s.m. inv.
Indica qualcosa di indeterminato per cui non esiste parola adatta.

Lo stato di indeterminatezza in cui ci troviamo a studiare, lavorare, informarci, intrattenerci, vivere e che ci porta a riconfigurare diverse pratiche della nostra socialità non ha confini semantici già delineati. L’essere in lockdown, in quarantena, in fase 2 o fase 3… è il nostro quid: qualcosa di indefinibile ma che percepiamo. Per tracciarne contorni più determinati ho pensato di cominciare a parlarne con persone che si occupano di ambiti diversi dell’innovazione, che studiano la società, che fanno parte del mondo della cultura e dell’informazione.

Comincio con VIncenzo Cosenza, Head of Marketing Italy in Buzzoole, esperto e analista della rete e delle dinamiche del digitale, quello che si è inventato la Mappa dei Social Network nel mondo

GBA: L’emergenza pandemica dettata dal Covid-19 ha prodotto, come effetto non voluto, un grande esperimento sociale che ha portato in massa la popolazione a dover gestire attraverso il digitale diverse esperienze che caratterizzano la loro vita: lavoro, didattica, acquisti, affetti. Credo sia stato superato spesso un bias cognitivo di resistenza nello scaricare e usare app e strumenti digitali, cioè che si sia creato un atteggiamento culturale diverso nei confronti del digitale. Non so se si tratti di un punto di svolta della cultura del digitale nel nostro Paese, ad esempio, ma sicuramente possiamo notare un’attitudine diversa. Cosa ne pensi?

VC: Concordo. Vedo sia un atteggiamento culturale diverso, meno sospettoso, nei confronti della tecnologia, soprattutto da parte di intellettuali. Ma anche una rimozione delle friction verso l’utilizzo della tecnologia da parte di adulti, insegnanti, lavoratori che sono stati forzati all’adozione e hanno capito che non è poi così ostica. Questo vale anche per i pigri tecnologici che non hanno mai voluto comprare online per vaghe paure.

GBA: Credo anche io che ci sia stata una sorta di proiezione in avanti stimolata dal lockdown, una sorta di immaginazione che si è fatta concreta, che ha portato, nella necessità, a sperimentare il digitale portandolo più decisamente all’interno della sfera delle abitudini piuttosto che dell’eccezionalità. Hai condiviso un interessante post che presenta dati in questo senso, come quelli dell’analisi McKinsey che evidenziano percentuali significative di crescita d’uso di pratiche con il digitale unitamente a persone che le sperimentano per la prima volta.

Cosa è cambiato quindi nel modo tecnologico di stare online e di agire e in relazione ai contenuti consumati digitalmente?

VC: Mi sembra che ci sono stati due movimenti: ci sono quelli che hanno fatto per la prima volta alcune attività mediate dalla tecnologia (gli ordini di cibo, le lezioni di fitness) e quelli che hanno aumentato la frequenza di attività che già facevano (intrattenimento, informazione, comunicazione). Per questi ultimi forse c’è anche un eccesso di utilizzo per sopperire ad una mancanza o per colmare un vuoto fisico (le scorpacciate di video streaming e video giochi, la iperconnessione via video conferenze o messaggistica istantanea). 

GBA: Sarebbe ingenuo pensare che quello che sta accadendo oggi diventerà una realtà stabile quando finirà questa fase ed entreremo progressivamente verso una dimensione di riapertura e riconquista delle possibilità di vita sociale “normalizzate”. Eppure il mutamento imposto di alcuni comportamenti e abitudini, un atteggiamento diverso nei confronti del digital, forse lascerà tracce. Cosa resterà secondo te di quello che stiamo vivendo?

VC: Resterà la consapevolezza che la tecnologia può essere utile e non solo uno strumento di svago. Che non necessariamente ci allontana dall’esperienza o la svilisce. Poi pragmaticamente spero che rimangano i servizi che sono stati messi in piedi nell’emergenza e che ci facilitano la vita, penso alla ricetta medica elettronica o ad un maggior utilizzo dello smart working.

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