Cinque minuti

Una delle cose più crudeli che questo isolamento sociale comporta in questi giorni è l’impossibilità di condividere assieme il lutto. Il conforto viene sottratto a quei corpi che restano. Nonni, genitori, figli, amici se ne vanno soli. E soli restano quegli affetti a cui sono sottratti.

Il dolore di fronte alla morte è già lacerante ma viverlo da soli, senza il conforto degli abbracci, della celebrazione dei riti che aiutano chi resta a vivere il passaggio, senza la presenza di quei corpi che ci riscaldano nella vicinanza del saluto, è un’esperienza inattesa e ci lascia smarriti.

E anche l’ultimo gesto di saluto a chi ci è caro viene sottratto negandoci ogni contatto, anche visivo.

La gestione della morte, anche sospetta, per Covid-19 è fatta di assenze e negazioni: non c’è vestizione e il corpo viene celato alla vista da lenzuola antisettiche, prima di essere chiuso in un sacco biodegradabile e rinchiuso per sempre in un feretro dai guanti bianchi di operatori inguainati in tute, anch’esse bianche, protetti da mascherine e occhiali. Tutto diventa ancora più inaccettabile, abnorme, inconsueto, come se già la perdita non lo fosse.

Ogni momento di celebrazione del lutto viene sottratto, non può compiersi in senso pieno come vorremmo.  

Come scrive Haruki Murakami:

È sempre dura, quando muore una persona, in qualunque circostanza. Si apre un buco nel mondo. E noi dobbiamo celebrare questo lutto. Altrimenti il buco non si chiuderà più.

Questo buco nel mondo oggi è enorme. Resterà aperto a lungo. Per affrontare questo vuoto, cominciare a colmarlo, occorre non lasciare soli gli altri nel loro dolore. E la materia con cui riempire il buco è anche quella del simbolico, fatta anche di piccoli gesti di prossimità.

Il poeta e paesologo Franco Arminio ha scritto una lettera (che vi lascio più sotto) di invito rivolta al Presidente del Consiglio e all’intera nazione per proporre cinque minuti di silenzio per ricordare chi sta morendo in questi giorni senza funerali. Lettera senza risposta. Ma all’appello molti risponderanno oggi, 29 marzo, a mezzogiorno con i loro cinque minuti di silenzio. E anche io oggi sarò uno di quelli.

La lettera di Franco Arminio

ILLUSTRE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO,

certamente non le sfugge che l’inevitabile decisione di impedire lo svolgimento delle normali cerimonie funebri è una cosa inaudita nella storia millenaria dei popoli italici.

Morire di Coronavirus oggi è un po’ come sparire. Credo che tutto il popolo italiano si debba stringere intorno ai familiari delle vittime che ci sono state fin qui e purtroppo ci saranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Mi piacerebbe che venisse proclamata una giornata di lutto nazionale.

Oltre che rispettare le norme per impedire nuovi contagi, oltre che concentrare tutti gli sforzi possibili sulla battaglia negli ospedali, abbiamo bisogno anche di momenti dal forte valore simbolico.

Sarebbe bello che ogni famiglia fosse invitata ad attaccare ai balconi un piccolo drappo nero in segno di lutto, come avveniva una volta davanti alla casa del morto. Sarebbe bello che per dieci minuti, a partire da mezzogiorno, ci fosse un tempo di raccoglimento in ogni famiglia, un momento di preghiera o di silenzio, un modo per salutare idealmente tutte le persone che sono morte.

La coesione nazionale è un bene preziosissimo in questo momento. Prima, in una sorta di egoismo corale, eravamo tutti assieme, ma ognuno per conto suo. Adesso siamo ognuno per conto suo, ma tutti assieme. Anche piangere, meditare, stare per qualche minuto in preghiera o in silenzio, può essere un grande lievito per far fronte ai momenti difficili che ancora ci aspettano.

Se è un momento inaudito, anche la politica a tutti i suoi livelli deve coniugare scrupolo e apertura all’impensato. La politica può essere una bella e rigorosa cornice dove gli italiani provano già da ora a costruire un legame più saldo tra di loro. Una comunità vera deve tenere assieme i vivi e i morti. La politica in questo momento deve essere allo stesso tempo efficace e lirica, deve coniugare lo sguardo delle regole e le regole dello sguardo

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