Archivi categoria: Facebook per genitori

Ask.fm non ha istigato al suicidio

Schermata 2014-09-03 alle 20.11.00

E’ difficile costruire una narrazione corretta sul bullismo online come ho cercato più volte di spiegare. Tanto più quando gridiamo titoli in cui è il web che uccide i ragazzi o Ask.fm che istiga al suicidio.

Il caso di Nadia, 14 anni, che si è lanciata dall’altezza di 30 metri il 9 febbraio 2014 uccidendosi e che aveva un profilo su Ask.fm con il nome di Amnesia, ha riempito le prime pagine con la tesi della correlazione diretta: suicida a causa degli insulti e dell’odio online.

Oggi il giudice archivia la causa perché non c’è stata istigazione al suicidio.  E scopriamo che accanto agli insulti online, Amnesia, aveva ricevuto offerte di aiuto. Così come nel suo mondo quotidiano. Non è bastato.

il magistrato ha dovuto tenere conto anche dei cinque biglietti di addio lasciati dalla ragazzina ai familiari. Biglietti in cui non c’è alcun riferimento agli insulti e alle provocazioni in rete. Nadia, peraltro, aveva risposto 1.148 volte a sollecitazioni idiote come (bisogna dirlo) a offerte d’aiuto. Non solo. Una compagna di scuola l’aveva scoperta nel bagno dell’istituto con la mano insanguinata, mentre nell’altra teneva una lametta: un episodio riferito a un’insegnante che aveva informato il dirigente scolastico pronto ad avvertire la famiglia. E gli incontri tra Nadia e una psicologa erano già stati fissati mentre lei aveva preannunciato al fidanzatino: «Mi uccido domenica alle 5».

La notizia è riportata nella cronaca locale, forse valeva una riflessione sulle stesse pagine dei grandi quotidiani nazionali che ne avevano parlato a febbraio. Per capire meglio questa continuità tra online e offline; per capire quali forme prende il disagio nella complessità delle vite dei ragazzi.

Capita a volte che il dolore che la normalità del quotidiano produce off line sia da osservare con altrettanta attenzione di quanto ci sembra di scorgere online.

L’amicizia su Facebook non si chiede: si negozia. Il racconto del rapporto tra genitori e figli in un ambiente connesso

imgres-1

La relazione tra genitori e figli è sempre complessa. Tanto più in un contesto comunicativo che vede la diffusione nella realtà quotidiana di strumenti di connessione permanente e lo sviluppo di una narrazione nei media informativi su giovani e Internet spesso suggestiva e fuorviante. Il fatto ad esempio di pensarli come “nativi digitali” porta a raccontarli come una generazione che ha come dato naturale una competenze per il digitale che noi non abbiamo, come una specie frutto di un adattamento darwiniano all’ambiente online. Il che si traduce spesso in una deresponsabilizzazione del mondo degli adulti che interviene solo quando si trova di fronte ad evidenti storture: cyberbullismo, sexting, hate speech, ecc.

Tutti concetti, tra l’altro, che trattiamo in modo a-problematico e non come fattori culturali di una relazione consistente tra online e offline che incide su un’unica vita, quella dei nostri figli (dovremmo provare a rileggere il sexting il cyberbullismo lungo i confini di una mutazione antropo-sociale, ad esempio).

Proviamo piuttosto a focalizzarci su una narrazione capace di mettere in luce come il problema sia di cultura e di consapevolezza – che non è solo come si usano gli strumenti ma il “senso” che attraverso essi costruiamo. Pensiamo allora come possiamo da genitori, insegnanti, mondo degli adulti, partecipare a costruire questa nuova narrazione.

Continua a leggere L’amicizia su Facebook non si chiede: si negozia. Il racconto del rapporto tra genitori e figli in un ambiente connesso

Facebook, l’universo e tutto quanto

Sono passati 10 anni da quando l’idea di trasformare l’almanacco annuale del college, il “faccia libro”, in un formato digitale si è realizzata.

Per noi italiani sono poco più di 5 gli anni, quando, dalla fine dell’estate del 2008, abbiamo visto crescere esponenziamente le iscrizioni e passare da utenti tutto sommato early adopter ad un pubblico generalista che ha contribuito a dare la forma che quotidianamente sperimentiamo.

Grafico vincos.it
Grafico vincos.it

In questi anni Facebook è stato per gli italiani un luogo di costruzione del nostro lessico familiare con la Rete – come ho descritto in un articolo per Panorama. Abbiamo imparato il significato di taggare, sharare, chattare … ma anche il senso di relazionarsi gli uni con gli altri in una interconnessione senza soluzione di continuità fra online e offline.

Continua a leggere Facebook, l’universo e tutto quanto

Ragazze che limonano su Facebook: riflessioni a margine di un’economia della celebrità

almostfamous

La storia è semplice, esemplificativa di tante storie, di quelle che capitano agli adolescenti oggi. Storie che rimangono talvolta in astratto, lette su pagine di giornale che possono titolare “Ragazze che limonano su Facebook”. Che hanno la concretezza di essere però storie vicine a noi, alle esperienze che facciamo e che se approfondiamo con minore distacco diventano le storie di figli che abbiamo o che avremo, di nipoti e cugini, di quegli adolescenti che vivono le loro vite connesse. E lo fanno in una società che ha determinate attese su di loro, economiche e culturali. Questa è la storia non solo di due ragazze ma della società che sta attorno a loro, fatta di altri ragazzi e di genitori, di educatori e conoscenti; ma anche di politica ed istituzioni, di media ed imprese che hanno costruito un terreno culturale e politico in cui gli adolescenti sono chiamati a vivere. Ve la racconto per come mi è stata raccontata ma distorcendo particolari, perché quello che interessa è che questa storia è una nostra Storia.

Due ragazzine di dodici anni si ritrovano il sabato sera a casa di un amico e si fanno riprendere da lui con il cellulare in primo piano mentre per un minuto si sono date un bacio intenso e profondo. Un video da condividere subito attraverso WhatsApp ai diversi gruppi cui appartengono, che ha portato in brevissimo ad uno sharing selvaggio negli schermi di adolescenti amici ed amici di amici, di quell’età, più grandi e più piccoli, nel sistema di reti scolastico-amicali-di tempo libero che ognuno di loro ha.

Continua a leggere Ragazze che limonano su Facebook: riflessioni a margine di un’economia della celebrità

Oggi com’è andata su Facebook?

stare su facebook

Non sono nativi digitali come li pensiamo. Il fatto che siano stati avvolti da tecnologie di comunicazione e connessione fin da quando erano più piccoli non li ha resi più consapevoli di come abitare un ambiente in cui il mondo materiale è compenetrato dalla realtà del digitale.

E ha ragione Massimo quando dice che i nostri figli

non sono “competenti digitali”: utilizzano strumenti con grande velocità e abilità ma lo fanno, nella maggioranza dei casi, dentro un loro sostanziale analfabetismo che riguarda le prassi e l’etica digitale.

Lo vedi nei loro occhi e lo senti nella loro voce quando ti confronti con loro su come abitano la Rete. Mi è capitato di passare un po’ di tempo con le classi terze di una scuola media e discutere con ragazzi di 13 e 14 anni di come le loro giornate siano riempite da contenuti e relazioni gestite attraverso un cellulare e da social network che si attivano fra le loro dita con persistenza. Non ci possiamo più chiedere “quanto tempo stanno su Facebook?” avendo in mente la televisione e il loro sedersi davanti ad uno schermo acceso. Facebook è l’insieme di notifiche, status, like, commenti, foto caricate… che si infila negli interstizi di tempo dello studio e dell’intrattenimento, della loro vita, con un’inesorabile continuità. È tanto normale e quotidiano quanto pensato come un campo naturale, e quindi meno soggetto ad una riflessione consapevole. E basta portarli a guardare a se stessi mentre abitano la Rete per vedere scattare qualcosa.

Mentre siamo lì in classe e parliamo di controllo dei propri dati il prof. di italiano chiede a bruciapelo ad una ragazza in seconda fila: “Anna (nome di fantasia) come mai ieri pomeriggio hai passato tutto il tempo su Facebook invece di studiare? Che gli esami si avvicinano”. Anna lo guarda stupita ed un po’ inquieta: “… come lo sa prof.?”

Il prof. non ha l’amicizia della ragazza, ha una policy molto rigida che ha spiegato ai suoi alunni: quando non sarete più miei allievi, dopo l’esame, allora posso anche prendere in considerazione le richieste di amicizia su Facebook. Eppure ieri, mentre guardava la propria timeline ha visto apparire una sequenza di foto caricate da Anna. È bastato che fossero aperte alla visione degli amici degli amici perché anche lui le potesse vedere, vedesse quante ne ha caricate e quanto. Niente di che, se non fosse per il fatto che Anna non avrebbe mai immaginato che potesse vederle anche il suo prof., che potesse giudicare il suo impegno nello studio da quello, che diventasse un argomento di cui discutere in classe…

Consapevolezza. Essere nativi nell’uso non significa capire le implicazioni fino in fondo, cogliere sempre il senso delle cose e della trasformazione che stiamo vivendo.

E mostrandogli video su quanto siano sovraesposti, parlandogli delle storie di Jessi e di Margarite, discutendo di privacy come dovere e di etica dello stare online emergono i loro esempi, i loro racconti, le loro ansie.  Come quando ti sei loggato a casa di un amico e hai chiuso poi il browser senza fare log out e rientrando lui ha scritto qualcosa fingendosi te e questa cosa ha attirato l’ilarità di molti compagni mettendoti in imbarazzo per un po’. O come quella foto a seno nudo di una ragazza inviata per ridere sul cellulare ad un’amica che è finita su Facebook e condivisa più e più volte, con l’effetto che era come se fosse andata nuda nelle stanze di ogni ragazzo della scuola. O come quel ragazzo che diffonde video particolarmente scemi e che gli altri incoraggiano con like, commenti e condivisioni, per poi prenderlo in giro e che non sappiamo quale sia il confine tra sentirsi una micro celebrità e scoprirsi una mattina come lo sfigato della città e come potrà reagire.

E li senti parlare e chiedere, commentare e confrontarsi e fermarsi in profondi silenzi ad ascoltare le storie che tu gli racconti sulle opportunità ed i rischi dell’abitare la Rete.

E la loro inquietudine è la stessa dei loro genitori, che sono stati cresciuti nei confini di una cultura della comunicazione diversa e si sono scontrati con l’alfabetizzazione ad una realtà interconnessa contornata da un racconto fatto di utopie su Internet e scenari inquietanti di controllo, manipolazione, violenza. Un racconto lasciato spesso nelle mani dei media, un racconto che finisce per essere ascoltato in un programma televisivo o letto in un giornale. Sufficientemente perturbante ma lontano dalla nostra vita quotidiana. Sarà per questo che sono venuti in molti nella serata che la scuola media mi ha chiesto di dedicare ai genitori dei ragazzi che incontravo la mattina. Alcuni sono stati sollecitati dei loro figli: “Sa oggi a pranzo mia figlia mi ha detto: mamma bisogna che ci vai, che così quando torni possiamo poi parlarne, che capisci cosa vuol dire per me usare Facebook e io ho capito delle cose che ti preoccupano”.

Questo nostro abitare la Rete deve diventare un argomento quotidiano di conversazione, una normalità che va però messa a tema. Chiediamo spesso ai nostri figli “Oggi com’è andata a scuola?” ma mai “Oggi com’è andata su Facebook?”. E ci sembra sia una domanda anche molto stupida da fare. Ma il senso del cambiamento sta tutto qui, nella capacità che avremo di fare diventare l’educazione alla vita online un tema delle nostre conversazioni famigliari e nelle nostre scuole.

Per questo sono grato a quella scuola media di aver pensato che avesse senso far diventare tutto questo un tassello, anche se piccolo ed episodico, del loro percorso.

Dondolarsi sull’Amaca: Twitter è il (brutto) messaggio

L’Amaca di oggi di Michele Serra ha sollevato un dibattito sul web, in particolare su Twitter, chiamato in causa come generatore di “un linguaggio binario” teso tra le dicotomie del “a favore”/”contro” quando viene usato nella logica del doppio schermo che ci porta a fruire dei contenuti televisivi con il PC sulle gambe e le dita pronte ad un commento veloce e connesso.

Sul determinismo tecnologico contenuto nell’affermazione di Michele Serra, il suo fare il verso a McLuhan con un: “Twitter è il (brutto) messaggio”, si sono soffermati sia Fabio che Davide, con argomentazioni anche taglienti. Vale la pena ricordare che il rapporto di causalità tra tecnologie mediali e forme sociali non è lineare ma circolare e di tipo negativo: se non A non B. Il torchio non ha prodotto il protestantesimo ma senza torchio nessun protestantesimo. E senza Twitter nessuna rivoluzione, come le abbiamo viste. Le tecnologie hanno una natura abilitante non determinante e, certo, non sono neutre.

Sulla correttezza di alcune sue considerazioni relative all’effetto “polarizzazione” dei giudizi ha già detto Claudia – perché noi siamo comunque una nazione cresciuta televisivamente al Bar dello Sport commentando con gli amici quello che si vedeva nello schermo in alto a destra sopra il bancone e con la metacomunicazione della Gialappas che ironizzava con un doppiaggio radio sugli appuntamenti video più massmedialmente rilevanti. Vale la pena soffermarsi sul fatto che farsi investire dai tweet contenuti da un #hashtag non “curato” mostra statisticamente la divisione netta del tipo “a favore”/”contro”, le sfumature possono essere ricostruite in chiave conversazionale selezionando e ri-aggregando con tecniche di social media curation fatta da chi sa gestirla o adottandola come opzione cognitiva.

Vale la pena poi soffermarsi sulla funzione “irritativa” che ha avuto l’Amaca di Michele Serra in un’Italia che da una parte si prepara a varare l’Agenda Digitale e dall’altra sembra operare una delegittimazione culturale del web attraverso i media.

L’irritazione sembra derivare da uno scarto culturale che ha a che fare con l’appropriazione di mezzi e linguaggi, con la scarsa comprensione dei contesti d’uso, con la generalizzazione  di una sua esperienza di secondo livello (“uno che ha Twitter mi legge che…”) che lo porta a sintetizzare come in un tweet “Twitter mi fa schifo. Fortuna che non Twitto…”…

L’irritazione deriva anche dal modello di dialettica che si è generato, quella stessa dialettica che Michele Serra sostiene sia assente dai lapidari commenti ai programmi televisivi su Twitter incapaci di sospingere“ il discorso in avanti, schiodandolo dal puerile scontro tra slogan eccitati e frasette monche” . Una dialettica costruita da Michele Serra che scrive su un quotidiano, persone che rispondono su Twitter o Facebook o attraverso i loro blog e Michele Serra che risponde alle polemiche con un’intervista telefonica che gli sintetizza leggendogli pochi tweet (Sic!) il dibattito, telefonata montata come video per Repubblica TV che sfrutta il traffico generato dal “popolo della Rete” (vi metto dispettosamente il link all’embed che fa ilPost).

Il fatto è che all’arte oratoria e alla retorica del soggetto unico con doti elitarie si affianca quella generata dallo storify collettivo e confusivo di un moltiplicarsi di voci che si rincorrono, piene anche delle loro emotività e contraddizioni. Alcuni seguono questo flusso che si intreccia tra spazi digitali e non digitali, cercando di isolare dal rumore di fondo (lo descrive bene Serra nell’audio intervista) gli elementi di innovazione, le idee, quelle emergenze della comunicazione che preludono ad un cambiamento. Altri invece continuano a parlare da zone recintate, dondolandosi magari su un’amaca.

Quello che resta è un clima sociale sul digitale particolarmente confuso ed umorale che spesso schiera da una parte i media generalisti e dall’altro “il Popolo della Rete” – declinato in “il Popolo di Facebook”, “il Popolo di Twitter”, ecc. E mi sembra che in realtà esista una tensione, un conflitto latente che prelude a qualcosa d’altro, ad uno scarto, che non sarà solo generazionale né solo culturale, ma che rende evidente come sia sempre meno possibile negoziare le differenze – giovani/adulti, nativi/immigrati, ecc. – uno scarto bio-cognitivo che preme per un suo salto evolutivo.

Costruire narrazioni più sicure sulla Rete

Il Safer Internet Day 2012 ha scelto come tema: Connecting generations and educating each other. Un tema che, credo, sia centrale. Perché uno dei principali problemi che dobbiamo affrontare è quello degli stereotipi su giovani e Internet e il divario digitale generazionale. Sono entrambi fattori che vanno modellati attraverso una comunicazione corretta e buon pratiche che passano dall’informazione giornalistica sino ai contesti scolastici e familiari. Esiste, infatti – e penso al nostro Paese – un deficit di cultura digitale che impedisce che la Rete sia percepita come un bene comune da dare per scontato e viene spesso costruita una narrazione in cui insicurezza e rischi vengono miscelati allarmisticamente. È importante allora che si parli in Italia di adolescenti, Internet e mediazione parentale e degli adulti in genere. È una questione di accrescimento di cultura (digitale) e la possibilità di mettere a tema la Rete nel contesto familiare e della società civile.

Una delle cose che possiamo cominciare a fare è partire dai dati, traducendo le percezioni in un modo che sia sincronizzato con quello che accade realmente.

Scopriamo così come vengono usati e percepiti i parental control e come i figli li aggirino e che, quindi, abbiamo a che fare con un ambiente complesso che rende le forme di controllo sempre più necessariamente in equilibrio fra l’uso di applicazioni adatte e la promozione di comportamenti sociali corretti che passano dalla negoziazione generazionale. I diversi strumenti per il parental control vanno pensati al limite come un oggetto di mediazione comunicativa  fra genitori e figli sul tema accesso ed uso di Internet e social network: attorno ad essi si sviluppano conversazioni e meccanismi di negoziazione, anche conflitti al limite, tutte cose utili a mettere a tema nel contesto familiare la Rete e i comportamenti associati da parte dei giovani e, quindi, dei genitori. Le diverse percezioni del tempo giusto per stare online, di “a cosa si può accedere o meno”, ecc.

Scopriamo anche che valore hanno per i ragazzi alcune delle pratiche “distorte” che noi, da adulti, percepiamo quando li incontriamo online. Ad esempio che il sexting viene usato come moneta relazionale, che quindi immagini a sfondo sessuale possono essere condivise anche per strutturare un rapporto con un altro significativo o che, banalmente, vengono scambiate fra amici come forma fàtica e di intrattenimento.

Oppure che non tutte le forme di conflitto online siano cyberbullismo: entrando più a fondo nelle dinamiche di relazione online tra i ragazzi possiamo osservare come i modi attraverso i quali il pettegolezzo digitale, i litigi sui profili Facebook, etc. siano forme costitutive del loro stare in Rete.

Oppure impariamo che dietro la loro eccessiva esposizione online – postare continuamente foto, georeferenziarsi quando si va in un locale, taggare ossessivamente i friend – non sempre dobbiamo pensare alla nascita di forme di “narcisismo digitale” che butta alle ortiche la privacy.  Si tratta di una generazione che ritiene che condividere sia una naturale estensione di sé stessi. Lo share fa parte del loro modo di stare nel mondo, diventa un gesto naturale e istantaneo: l’esperienza per essere vissuta va condivisa e spesso diventa esperienza proprio perché è pensata nei termini di uno sharing di contenuti che la rappresentano.

Tutti elementi utili per cominciare a costruire una narrazione più adatta per una cultura digitale che porti al safer Internet. Confrontarci con i nostri figli a partire da una narrazione corretta è un buon punto di inizio. L’altra utile pratica accanto al “parlarne” è “prestare attenzione” a quello che fanno online. La Rete, quello che fanno nei social network o sui siti, dovrebbe diventare un argomento di interesse e conversazione quotidiana. Solo così potremo costruire un terreno solido per sviluppare gli anticorpi, i filtri migliori di tutti che, come scrive Cory Doctorow su The Guardian pensando ai più piccoli, non sono altro che il buon senso e la buona capacità di giudizio:

non c’è un modo in cui un genitore possa contare sugli ISP […] per sostituire il suo lavoro e la sua attenzione personale per aiutare i bambini ad acquisire l’unico filtro che funziona: il buon senso e una buona capacità di giudizio.