Archivi categoria: mutazioni e mediamondo

L’economia delle emozioni online e il bottone Dislike

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La notizia su un possibile bottone del Dislike su Facebook diventa l’occasione per fare il punto sull’immaginario pubblico sulla Rete e su come la piattaforma di Zuckerberg stia adattandosi al nostro vivere emotivamente online e “sfruttare”, anche economicamente, questa condizione al meglio.

Il dibattito emerso in Rete e nella stampa – sia specializzata che generalista – ha da subito ipotizzato una realtà binaria fatta di Like/Dislike, in cui un’umanità connessa si contrappone a colpi di voti a favore e contro. La riduzione del discorso in pubblico ad un sistema di voto emotivo fatto di pollice alzato o abbassato è la prima immagine mentale che molti hanno abbracciato. Il dato culturale che va sottolineato è come si sia trasformato negli anni il nostro immaginario sull’umanità connessa che prima, nell’epoca dei blog, ha visto descrivere l’ambiente emergente come una realtà conversazionale e che oggi guarda al web sociale come un terreno caratterizzato fortemente dalla polarizzazione e da un pensiero talmente sintetico da essere ridotto ad un binario pro o contro. Un mondo connesso privo di sfumature, quindi?

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Su Facebook il tempo è un bastardo

Medicina

Lo sappiamo bene, Facebook è un deposito per la memoria individuale e collettiva, in un intreccio che fa collassare le nostre vite attorno a quei micro eventi che diventano un repertorio dei ricordi per noi e per la piccola comunità con cui li abbiamo vissuti (gli amici, i familiari, i compagni di scuola, ecc.). E attorno a macro eventi che si stagliano nell’immaginario come punti di svolta vissuti collettivamente, che ci mettono in contatto, anche se non lo eravamo, come generazione, ad esempio. La timeline scorre dal presente al passato dei nostri post, allontanando quello che è trascorso a favore di uno shock del presente. Quello che conta è postare l’evento a cui abbiamo appena partecipato – o meglio: a cui stiamo partecipando – taggando amici; l’alba di ogni mattina o il tramonto serale, magari nella versione InstaWeather che ci dice: è ora. O postare l’evento di cui stanno parlando tutti (tutti i media, naturalmente), l’incidente di Michael Schumacher ad esempio.

Certo, a volte compaiono pensieri – più spesso sotto forma di immagine – che escono dal cassetto dei ricordi: buoni per ri-raccontarsi in un ambiente connesso; buoni per recuperare qualche like, in quell’intreccio tra nostalgia ed affettività che scatena il guardarsi mentre si viene guardati da altri (e da se stessi). E’ la riflessività, bellezza.

Ma la temporalità a cui ci socializza con lucida programmazione Facebook è, in fondo, lineare ed individuale: se vuoi andare nel tuo passato scorri verso il basso la tua timeline; se vuoi incontrare eventi collettivi del passato li devi trovare nel presente, sotto forma di eventi dell’“ora”. Celebriamo così ogni anno l’11 settembre o la strage di Bologna, riattualizzando come ricorrenza e come gioco di ridondanza.

Ma è proprio in questo ambiente, così determinato dalla dimensione del tempo, che vediamo sempre di più emergere il bisogno di neo-comunità che abbiamo, un bisogno che fa collassare tempo e spazio secondo una concezione diversa. La neo comunità si fonda nel destrutturare la linearità del tempo in un flusso di ricordi che mescolano ere e circostanze, magari legandole ad un luogo, ad un periodo di costruzione della nostra esperienza con gli altri: gli anni dell’adolescenza, ad esempio.

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Ragazze che limonano su Facebook: riflessioni a margine di un’economia della celebrità

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La storia è semplice, esemplificativa di tante storie, di quelle che capitano agli adolescenti oggi. Storie che rimangono talvolta in astratto, lette su pagine di giornale che possono titolare “Ragazze che limonano su Facebook”. Che hanno la concretezza di essere però storie vicine a noi, alle esperienze che facciamo e che se approfondiamo con minore distacco diventano le storie di figli che abbiamo o che avremo, di nipoti e cugini, di quegli adolescenti che vivono le loro vite connesse. E lo fanno in una società che ha determinate attese su di loro, economiche e culturali. Questa è la storia non solo di due ragazze ma della società che sta attorno a loro, fatta di altri ragazzi e di genitori, di educatori e conoscenti; ma anche di politica ed istituzioni, di media ed imprese che hanno costruito un terreno culturale e politico in cui gli adolescenti sono chiamati a vivere. Ve la racconto per come mi è stata raccontata ma distorcendo particolari, perché quello che interessa è che questa storia è una nostra Storia.

Due ragazzine di dodici anni si ritrovano il sabato sera a casa di un amico e si fanno riprendere da lui con il cellulare in primo piano mentre per un minuto si sono date un bacio intenso e profondo. Un video da condividere subito attraverso WhatsApp ai diversi gruppi cui appartengono, che ha portato in brevissimo ad uno sharing selvaggio negli schermi di adolescenti amici ed amici di amici, di quell’età, più grandi e più piccoli, nel sistema di reti scolastico-amicali-di tempo libero che ognuno di loro ha.

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Pubblico/privato nei social network: appuntamento al MIT8

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Media in Transition è una conferenza biennale organizzata dal Comparative Media Studies – MIT di Boston che racconta la trasformazione in atto attraverso lo sguardo su tecnologie e forme sociali da oltre dieci anni.

Il tema di quest’anno al MIT8 è la distinzione e il racconto della relazione public media/private media, in un’epoca in cui gli stati di connessione ridefiniscono e sfumano il confine.

Noi presentiamo un panel a partire dalla ricerca PRIN in corso su Social Network Studies Italia dal titolo “Public / Private in Transition: SNSs in National Contexts” in cui abbiamo coinvolto diversi colleghi per capire come diverse comunità nazionali ridefiniscano il confine tra pubblico e privato nei siti di social network. Si tratta infatti di spazi online che sfumano l’opposizione dicotomica tra pubblico e privato, ed aprono la strada ad una nuova semantica che si fonda sulle concrete pratiche degli utenti che costruiscono e ricostruiscono il confine a partire dalle possibilità che le piattaforme mettono a disposizione e dalle forme culturali che creano.

Gli utenti usano strategicamente la distinzione pubblico/privato nei social network per modellare una narrazione pubblica di sé e cercheremo di capire in che modo i diversi contesti socio-culturali incidano.

 

Di seguito gli abstract che discuteremo:

Facebook and Intimacy in the Facebook Italian Users, Giovanni Boccia Artieri, Manolo Farci, Fabio Giglietto, Luca Rossi
In Italy, social media have already reached 28 millions of users, 51.2% of the population, with an increase of the 5.1% over the last year. This paper investigates how the practices of friendship on Facebook offers new meanings to the notion of intimacy – overlapping the boundaries between family, love, colleagues or peer group – and reshape the distinction between private and public community (Lange 2007, boyd Ellison 2007, boyd 2008). The research project employs a mixed method that combines an integrated quali-quantitative analysis. The qualitative phase – the first at this scale in Italy – is based on more than 120 in-depth interviews made in the Italian national territory. The quantitative phase is based on an ad hoc developed software tool aimed at collecting social information from a SNS and storing them into a large social database. This approach enables researchers to merge a large amount of data extracted from the database with the qualitative hypothesis obtained from the interviews.

From Networks of Affiliation to Ad Hoc Publics: Mapping the Australian Twittersphere, Jean Burgess and Axel Bruns
This paper maps networks of affiliation and interest in the Australian Twittersphere and explores their structural relationships to a range of issues-based ad hoc publics (Bruns, Burgess 2011). Using custom network crawling technology, we have conducted a snowball crawl of Twitter accounts operated by Australian users to identify more than one million users and their follower / followee relationships, and have mapped their interconnections. In itself, the map provides an overview of the major clusters of densely interlinked users, largely cenetred on shared topics of interest (from politics through parenting to arts and sport) and/or socio-demographic factors (geographic origins, age groups). Our map of the Twittersphere is the first of its kind for the Australian part of the global Twitter network, and also provides a first independent and scholarly estimation of the size of the total Australian Twitter population. In combination with our investigation of participation patterns in specific thematic hashtags, the map also enables us to examine which areas of the underlying follower / followee network are activated in the discussion of specific current topics – allowing new insights into the extent to which particular topics and issues are of interest to specialized niches or to the Australian public more broadly. Finally, we investigate the circulation of links to the articles published by a number of major Australian news organizations across the network.

Tweets in the Limelight: Contested Publicness around the Use of Twitter in South Korea, Yenn Lee
What is happening on Twitter has been significantly reported in South Korean mass media. In the course of year 2012 alone, 49,257 news articles contained the word “Twitter” and 1,696 out of them were headlined with the word. Based on an analysis of those 1,696 articles, the present study discusses what kind of tweets have been picked up by the mass media in the country and what kind of culture-specific discourses have been constructed and promoted around them. This discussion is carried out through the theoretical framework of “newsworthiness,” first put forward by Galtung and Ruge (1965) and subsequently revisited by many other media scholars such as Harcup and O’Neill (2001). By examining in what process an individual tweet becomes “news,” with a focus on three most high-profile cases (i.e. a celebrity authoress’ rants, alleged bullying within a girl group, and leak of a teenage girl singer’s dating photo), this study aims to shed light on the specific media context where global social networking services such as Twitter are placed and intersect with local mass media.

Like, Share, Comment: Facework and Facebook in Brazil, Raquel Recuero
With more than 60 million users, Brazilians are now the second largest population on Facebook. Because Facebook is now part of the everyday life of hundreds of thousand Brazilians, it is creating new challenges for people in the management of their discursive identities and faces among their different social circles. In this context, this paper focuses on how Brazilian are appropriating Facebook tools for face work (Goffman, 1967), to convey their roles in different social networks (such as family, friends, co-workers and etc.) (Goffman, 1974) and create and share social capital (Lin, 2001). We also discuss how users shape their discourses in order to adequate their identities to each online
group’s expectations and how aggressive discourse and collapsed contexts (boyd, 2008; Davies, 2011) play a role in their choices. Through a qualitative approach we bring data from observation, 40 interviews and a survey with 500 people to point and discuss these strategies, we particularly focus on four Facebook tools: profile, comments, likes and shares. Our main findings focus on the different uses of each tool for face work, the creation of different profiles for different publics, the implications of collapsed context and aggressive discourses in user’s choices of participation and the shift in privacy perceptions. We also discuss how the perception of different types of social capital play a key role in Facebook’s appropriation and adoption in the country.

Being Aware of One’s Imagined Audience: Privacy Strategies of Estonian Teens, Andra Siibak and Egle Oolo
Previous studies (Siibak & Murumaa 2011; Jensen 2010) indicate that young people are not only often unaware of the omnopticon of social media, but many of the teens have not yet grasped the idea that our interactions on online platforms tend to be public-by-default and private-through-effort (boyd & Marwick 2011). Nevertheless, only a small number of studies so far (Oolo & Siibak, forthcoming 2013; Davis & James 2012; boyd & Marwick 2011; Siibak & Murumaa 2011) have aimed to gather knowledge about more complex strategies, e.g. social steganography, teens implement to protect their privacy.
The presentation will give an overview of the perceptions the 13-16 year old Estonian teens (N=15) have about the imagined audience in networked publics. Based on the findings of semi-structured interviews with the young we also highlight the main privacy strategies Estonian teens implement in order to manage their extended audience. Our results challenge widespread assumptions that the young do not care about privacy and are not engaged in navigating privacy in social media. Although several of our interviewees confessed that they only kept the members of the “ideal audience” (Marwick & boyd 2010), i.e. close friends and schoolmates, in mind while publishing posts, others claimed implement strategic information sharing, self-censorship and social steganography when performing for one’s imagined audience. The latter technique was practiced especially on the public sections of social media where with the help of inside jokes, keywords and citations from movies, games, songs, or poems or a secret message was compiled.

 

Come siamo cambiati da utenti del web: una lettura di Branch e Medium

L’ecosistema dei social media verrà presto perturbato dall’ingresso di due nuovi servizi di social networking che si stanno sperimentando con ingresso progressivo di utenti: Branch e Medium. Finanziati – più o meno direttamente – dal duo di Twitter  Evan Williams e Biz Stone i nuovi ambienti rappresentano chiaramente due modi di estendere il panorama editoriale di scritture/selezione/circolazione/lettura che Twitter ha contribuito a generare.

Branch consente ad esempio ai micro contenuti di trovare un luogo elettivo per farsi occasione di conversazione. Prendete quei Tweet che generano discussioni limitate dai 140 caratteri, con la difficoltà di inserirsi o tenere traccia della sequenza temporale; prendete quelle volte che avreste voluto che un tweet vi permettesse di avere un’occasione più ricca di scambio senza intasare la timeline di chiunque, quelle volte, per capirci, che avete avuto nostalgia di FriendFeed… Immaginate quindi si possa portare un tweet a diventare un branch e trascinare in una conversazione, peraltro aperta in quanto tale e non dipendente in fondo dalle nostre timeline.

E le conversazioni prodotte in Branch possono essere portate altrove, arricchendo blog e flussi diversi di contenuti tra incorporazione e segnalazione.

Sì perché Branch pensa ad un lettore/scrittore più estemporaneo e meno vincolato In sintesi: siamo di fronte alla consapevolezza che pubblicare sta diventando un gesto molto meno strutturato e più casuale.

Non si deve essere un blogger per pubblicare. Non è un mestiere, non richiede continuità, non ci chiude in un luogo preciso. E Medium è pensato in questo senso.

Medium è l’acquisizione della consapevolezza che l’era degli user generated content non è solo possibilità di pubblicazione e trasformazione del lettore in scrittore. È anche un’era di distributed content in cui l’audience fa il suo mestiere di leggere/vedere/ascoltare contenuti, apprezzandoli o denigrandoli, parlandone ad altri fino a produrre notorietà attorno ad un contenuto ma il tutto in modo visibile e consapevolmente connesso: con like, commenti, condivisioni, segnalazioni, tagging, ecc. Non importa essere un blogger o dover per forza riempire di post su news e gossip le timeline degli altri: siamo produttori anche quando aiutiamo a selezionare e diffondere i contenuti, quando li arricchiamo in capacità di costruirci attorno relazioni sociali che li impreziosiscono. Come viene spiegato:

Medium è stato progettato per permettere alle persone di scegliere il livello di contributo che preferiscono dare. Sappiamo che la maggior parte delle persone, per la maggior parte del tempo, si limiterà a leggere e visualizzare il contenuto, e va bene così. Se vogliono possono fare clic e indicare se un contenuto è ritenuto valido, dare un feedback al creatore e aumentare le probabilità che altri lo vedano.

Ciò che tende ad emergere non è tanto l’autore di un post ma il tema: Medium organizza infatti in “collections” i post strutturando, di fatto, una redazione collettiva di contenuti su un argomento e sganciandoli (per ora) da una pagina identitaria di chi scrive (come invece la logica del blog ci ha insegnato). Non ci abboniamo quindi più ad un autore ma ad un tema. Come scrive Luca De Biase “i tag non sono etichette che si aggiungono ai post, ma sono stimoli che invitano a scrivere un post”. E questo potrebbe diventare un elemento significativo per portare alla visibilità contenuti propri da sfera pubblica, consentendone la riorganizzazione ambientale che oppone la concentrazione alla dispersione di flusso. Qualcosa che sotto traccia possiamo leggere anche nel commento augurale che di Medium fa Dave Winer:

Please let Medium be something more than another high-walled silo for capturing people’s writing […] let it also be a lens for viewing content that’s stored elsewhere. Let people viewing content through that lens see no difference in fidelity from the content that was authored on your system, and stored on your system.

E’ presto per delineare un qualche scenario future che potrebbero o non potrebbero disegnare Branch e Medium. Quello che ci interessa è sottolineare la capacità perturbativa che possono introdurre in un ecosistema in cui Facebook. Google+ o Pinterest ma anche servizi di social tagging come Delicious ci abilitano a pensare forme di notazione e condivisione di contenuti in pubblico assecondando logiche di relazione sociale e messa in connessione. Da questo punto di vista mi sembra che siano entrambi luoghi che assecondano le tendenze alla produzione/distribuzione/consumo di contenuti che oggi si stanno delineando, tra necessità di scivolamento libero in un flusso continuo e capacità di farli emergere arricchendoli e la definizione di un utente “readwriter” che non distingue pragmaticamente quasi più tra lettura passiva e scrittura attiva, colmando lo spazio tra i due estremi con molteplici sfumature di engagement.

Una banda che poteva essere larga

Giovedì parteciperò ad un seminario che ha come titolo Conoscenza e servizi nella Rete. Comunità creative, modelli d’impresa, servizi pubblici, politiche che si pone domande importanti: Come funzionano le imprese e i servizi che viaggiano sulla Rete? Come cambiano conoscenze, produzioni e consumi? Come evolve il settore pubblico con la diffusione delle ICT e dei servizi elettronici?

Le risposte stanno – in parte – nei risultati di una ricerca sui Comuni italiani ed il digitale (la sintesi la trovate qui) portata avanti dai colleghi di Economia:

Municipalities involved in e-government are larger, carry out more in-house ICT activities and are more likely to have intranet infrastructures than PAs that do not offer front-office digitized services. They are also generally located in regions having relatively large shares of firms using or producing ICTs, where many other municipalities offer digitized services, and where population density is relatively low. The range and quality of e-government services supplied by local PAs tend to increase with their stock of ICT competencies, their efforts to train workers, and with their ability to organise efficient interfaces with end-users. Moreover, there is a correlation between the range and quality of e-government services offered and the broadband infrastructure development in the area where local PAs are located.

Rileggiamo l’ultima riga: c’è una forte correlazione tra la gamma e la qualità dei servizi di e-government offerti e lo sviluppo delle infrastrutture a banda larga. Che in Italia vuol dire ritardi continui e mancanza di una visione di sistema.

La banda larga in Italia interessa il 49 per cento delle famiglie vs. 57 per cento della media Ocse; famiglie che navigano mediamente con più lentezza rispetto alle altre europee. Anche il nostro mobile non gode di buona salute. Non siamo quindi pronti per quelle applicazioni che potrebbero cambiare la cultura della cittadinanza digitale nel nostro Paese e ristrutturare l’e-government portandoci fuori dalla sperimentazione continua, per fornire servizi generalizzati a larghe fasce della popolazione.

Per non parlare poi dell’interpretazione tutta italiana dell’e-government come settore di puro sviluppo della “macchina pubblica e poco della creazione di servizi innovativi per i cittadini e le imprese”, come scrivono Arturo Di Corinto – che sarà presente a Urbino – e Alessandro Gilioli.

Ma il vero ritardo, ovviamente, è culturale. Certo, se non ci fosse anche questo spasmodico interesse politico per difendere il sistema televisivo contrapponendolo a Internet…

Effetto farfalla ed editoria digitale

Ci sono giorni in cui hai la fortuna di vedere una farfalla nell’esatto momento in cui batte le ali. Se il movimento d’aria che produce genererà un uragano sul mondo dell’editoria non posso saperlo. So però che con il progetto 40k Books ci troviamo di fronte ad un caso di “sensitive dependence on initial conditions” che ha, secondo la logica della Teoria del Caos – e parlando dell’editoria mi sembra pure appropriato –, la possibilità di introdurre (anticipare?) un movimento evolutivo che può sollecitare l’intero sistema.

Giuseppe spiega bene – e in tono consapevolmente narrativo – come sono andate le cose:

Una mattina di fine aprile a Milano, durante una colazione all’aperto, ragionavamo con Marco Ghezzi e Marco Ferrario su cose di cui, in fondo, discutevamo da mesi sui blog e ai convegni. I temi erano quelli di questi tempi: come sta cambiando l’editoria, gli ebook e i formati nuovi che si possono immaginare.
In particolare ci piaceva l’idea di poter pubblicare libri in diverse lingue e di lavorare su racconti, novelette e brevi saggi focalizzati. Abbiamo discusso a lungo su come caratterizzare i testi (non sapevamo ancora che avrebbero avuto le bellissime copertine di Roberto Grassilli). Ma concordavamo già allora su una cosa: dovevano essere lunghi sulle quarantamila battute, ci dicevamo, usando questa “distanza narrativa” come esempio. «Chiamiamola 40k», ha detto Marco Ghezzi.

Artigianalità ed innovazione, esperienza editoriale e visione.

40k lavora sul formato aperto ePub che garantisce, sul piano della personalizzazione, di sfruttare le dinamiche reflowable dei contenuti, cioè di adattare il testo al proprio lettore e di resizable, adattamento alle proprie “pratiche” di visione (ridimensionamento del carattere). Sul piano culturale rappresenta la sfida lanciata dall’organizzazione International Digital Publishing Forum in termini di standard free e open. Se la mancanza di DRM (in soldoni: protezione dei contenuti) sia da considerarsi una debolezza o una sfida lanciata alla sensibilità del mercato e della cultura digitale è tutta da vedere e da monitorare.

La produzione/distribuzione multilingua garantisce la possibilità di sprovincializzare l’idea editoriale del formato elettronico e di abbracciare pubblici numericamente interessanti (penso al mercato in lingua spagnola ed inglese) potendo però sfruttare la potenzialità cumulativa dei mercati più ridotti (Italia, ad esempio). Il che permette di evitare di produrre domande del tipo: “Può funzionare per il mercato italiano l’editoria elettronica?”. Se ti pensi solo come editore localizzato allora hai capito poco di come funziona la coda lunga della Rete. Soprattutto perché qui non abbiamo a che fare solo con un distributore ma con la costruzione di un progetto editoriale che va alla ricerca di narrazioni e saggi inediti da proporre.

E qui viene, a mio parere, un elemento culturale che caratterizza il battito di ali di questa farfalla: progettare attorno ad un formato “adatto” alla tipologia di fruizione da supporto elettronico e che si sintonizzi sulla nuova sensibilità di lettura del pubblico che legge a video. 40 mila battute. Una “distanza narrativa” che è una vicinanza cognitiva e di pratiche a chi “consuma” lettura digitale. Non si tratta solo di produrre contenuti più brevi ma di creare un formato che respiri il mood di lettura da video, che sia in sync con la lenta evoluzione che la pratica di lettura diffusa di contenuti in Rete sta generando. Sfruttando poi – e penso qui alla collana saggistica: Thinking – le possibilità iper-testuali, iconiche e di rappresentazione visiva dei contenuti dialoganti con le linee di testo mettendole in relazione con il bisogno di agire che la lettura video-digitale produce, quindi mettere segnalibri, prendere appunti, condividere spunti…

La distanza esperienziale e cognitiva rispetto alla pratica di lettura “a stampa” ce la racconta Kevin Kelly nel paper il occasione del 40° anniversario dello Smithsonian, Reading in a Whole New Way. As digital screens proliferate and people move from print to pixel, how will the act of reading change?

Books were good at developing a contemplative mind. Screens encourage more utilitarian thinking. A new idea or unfamiliar fact will provoke a reflex to do something: to research the term, to query your screen “friends” for their opinions, to find alternative views, to create a bookmark, to interact with or tweet the thing rather than simply contemplate it. Book reading strengthened our analytical skills, encouraging us to pursue an observation all the way down to the footnote. Screen reading encourages rapid pattern-making, associating this idea with another, equipping us to deal with the thousands of new thoughts expressed every day.

Vedremo se le ricerche neuro cognitive e comportamentali confermeranno nei prossimi anni. Per ora godiamoci la brezza di novità estiva di 40k. Tra l’autunno e l’inverno si moltiplicheranno le correnti generate dagli editori di libri fisici che porteranno i loro cataloghi in digitale e vedremo se e come sapranno innovare.

Intanto il progetto gemellato Bookrepublic, che distribuisce in digitale una serie di editori indipendenti, è già partito. Il movimento d’aria si è fatto più forte.