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L’urgenza comunicativa della politica in un tweet

Dario Franceschini è il nuovo Ministro dei beni, delle attività culturali e del turismo del governo Renzi. L’abbiamo letto da subito sulla sua short bio di Twitter. Da subito, ancora prima che giurasse nelle mani del Presidente della Repubblica.

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La tempestività è una forma efficace dell’essere presenti sui social network, una best practice cui il politico online deve attenersi. É la documentazione del valore di un rapporto diretto, disintermediato con i propri elettori e con i cittadini, tanto più per un Ministro.

Peccato però che questa tempestività l’ex Ministro dei rapporti con il parlamento del governo Letta non l’abbia mostrata nella gestione dei contenuti del suo account Twitter @dariofrance.

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Hackerare la politica

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Sono stati violati gli account Twitter della senatrice Paola Taverna (@PDedde) del MoVimento 5 Stelle e della parlamentare Alessandra Moretti (@ale_moretti) del Partito Democratico che hanno cominciato uno scambio a colpi di insulti volgari e a sfondo sessuale che coinvolgono nelle citazioni anche altri parlamentari e la Presidente della Camera.

hate speech fake

Il fake si diffonde tra retweet e apprezzamenti “stellinati” di ogni tweet, tra incredulità e svelamento dell’operazione di hackeraggio.

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Un partito in franchising

M5S franchising

Basta leggere il non Statuto.

Beppe Grillo è  “unico titolare dei diritti d’uso” (art.3) del MoVimento 5 Stelle e il brand viene concesso a gruppi che lo richiedono per costruire liste locali dopo aver vagliato se i candidati rispettano i requisiti di idoneità.

I contatti con l’Europa sono cominciati da un po’ e  Slovacchia, Romania, Bulgaria a Est, ma anche Grecia, Spagna e Portogallo più a Sud, sono tra i dialoganti possibili. D’altra parte il risultato elettorale italiano è una buona premessa, mutatis mutandis, per raccontare l’efficacia del modello culturale.

Tecnicamente è possibile immaginarlo come un partito in franchising – in Italia è di fatto già così –, anche se ricorda Grillo “È ovvio che non sarà usato il marchio a 5 stelle ma i programmi e gli strumenti sono gli stessi. E in ogni Paese si devono trovare i rappresentanti”.

Detto così sembra di avere a che fare con un modello di mercato connesso a logiche di business. E alcune letture che connettono il M5S alla pubblicità che si trova sul blog beppegrillo.it vanno in questa direzione. Vale la pena ricordare che per l’art.1 è questo blog la sede del movimento, da qui quindi si passa per avere informazioni, per le votazioni, ecc. e che un’analisi spannometrica valuta il guadagno tra i 5 e i 10 milioni annui.

Ma se lo pensiamo in senso più politico (ed astratto) quello del franchising è un modello capace di rispondere alle forme di stratarchia delle comunità politiche, per come lo descrive Kenneth Carty. Dove per stratarchia va intesa una proliferazione del gruppo dirigente al posto di una concentrazione, con una concezione del potere e del suo esercizio diffusa in strati di comando con gradi diversi di indipendenza. È questa la natura, di fatto, del “partito leggero”.

La forza del modello di  franchising sta nel riconoscere che gli impulsi stratarchici delle comunità politiche funzionano in modo non uniforme nello spazio e nel tempo e fornisce un framework per soluzioni organizzative differenti a fronte di sfide che i politici devono affrontare.

Anche se so che pensando a Grillo pensate maliziosamente ad un potere oligarchico. Ma si tratta di capire come la relativa indipendenza degli eletti sul territorio- autonomia su scelte adottate localmente – , il mutamento sociale che sta alla base del collante del movimento, saprà rispondere alle sfide future e alla trasformazione che sia l’istituzionalizzazione che le derive dell’essere una forma politica online information-based proporranno.

Twitter non sceglie il Quirinale. La generazione dei neo-eletti e la vigilanza civica

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Twitter non sceglie il Quirinale, tanto vale dirlo subito.
Ma c’è una bella discussione in queste ore su quanto la realtà della Rete abbia a che fare con gli orientamenti degli eletti. È nata dopo un’evidenza sul web di un mood anti Marini che ha trovato conferma in un dissidio pubblico (e pubblicato in post, tweet e Facebook) di deputati e Senatori PD e l’annullamento di fatto di questa candidatura. Fatti avvenuti con sincronia ma che nessuno può dimostrare siano correlati.
Ne fa un buon riassunto Giuseppe raccontando come ci siano tesi contro questa relazione eletti/influenza della Rete e una (forse) a favore.
E c’è come al solito una narrazione che circola nell’informazione e che, seguendo una vulgata costruita sull’hype di Twitter nell’ultima tornata elettorale, persevera nel raccontare il potere del web, come titola Repubblica a proposito della candidatura Rodotà “scelta dal web” (sic!).

Eppure mi sembra che ci troviamo di fronte ad un fatto nuovo, ambientale, che provo a spiegare.

Abbiamo a che fare con la messa in visibilità di una sfera pubblica effimera (così pensa Habermas le conversazioni sparse in semi nicchie come i caffé, volatili e non sedimentate) che non viene rappresentata dai media né si sente rappresentata da questi. Effimera sì ma che prende consistenza e visibilità in uno di quei luoghi dell’abitare contemporaneo che molti degli eletti del PD – la massa di neo eletti in particolare, quelli che vengono dalle esperienze territoriali- frequentano quotidianamente: il web.
Bastava leggere in questi giorni le timeline, le pseudo-conversazioni che si aggregavano attorno agli #hastag sul Quirinale, i commenti sulle pagine Facebook di molti degli eletti del PD, per tacere  di quelli che hanno sommerso come una grandinata primaverile la pagina Facebook di PDNetwork, ecc. per vedere prendere consistenza una realtà fatta di voci diverse che è però diversa dal clamore di folla, dai fischi di uno stadio o dal racconto di un quotidiano circa le opinioni della gente.
Una sfera pubblica effimera ma molto connessa al vissuto del neo-eletto.

Sul wall Facebook di un neo deputato che conosco da tempo, da molto prima che lo fosse, i suoi amici di tutti i giorni, i suoi ex colleghi di lavoro della federazione, i cittadini del territorio che ha amministrato, amministratori pubblici gli scrivevano di non votare Marini:

“Non dirmi nulla ma sarei contento se facessi parte di quei novanta [che non voteranno Marini]” oppure “lo sai vero che nel caso contrario [se lo avessi votato] mi avresti trovato ad aspettarti a casa per darti il bentornato!”

Non ha votato Marini, non per il web certo. Ma il suo pensiero politico lì si è dovuto esprimere e confrontare con altri. Se hai aperto un canale non dico con il cittadino ma con le tue cerchie sociali e se in queste collassano anche attivisti ed elettori oggi che sei neo deputato il loro parere è visibile. Non lo vai neanche a cercare ti arriva sul wall, nella timeline, nelle mentions…
E le conversazioni successive attorno al nome di Rodotà – che molti delle sue cerchie online gli hanno chiesto di sostenere – lo hanno obbligato a spiegare le ragioni politiche che lo portavano a votare invece Prodi. Poi il Napolitano bis. E a volte non basta. Per questo mi ha telefonato.

“Quanto sentite la pressione da fuori?” gli ho chiesto. “Molto. Parliamo fra di noi e con gli altri. Ma tutti hanno un cellulare o un iPad e non siamo più da soli qui dentro al parlamento”.

Il senso della connessione è tutta lì. Una nuova generazione di politici che hanno come riferimento un ambiente informativo più complesso fatto non solo di stampa e televisione, un ambiente che non solo e non tanto contempla il web ma le relazioni sociali e le cerchie che lì dentro ci identificano.

Non è tanto la disintermediazione rispetto all’elettore. E qui ha ragione Massimo quando scrive “Siamo sicuri che i politici tengano in conto gli umori del popolo e che lo facciano maggiormente oggi rispetto a ieri perché oggi i cittadini hanno strumenti di espressione più completi?”. Né una nuova fase di tecnoutopismo, – non è che i politici siano come ci ricorda Fabio “tutti tecnoschiavi, da mane a sera con lo smartphone in mano a scorrere i tweet che li riguardano”.

Piuttosto per alcuni eletti non stiamo parlando dell’umore del popolo o della citazione di propri fan o detrattori ma della visibilità di opinione all’interno delle proprie reti sociali connesse. Questo non significa semplicisticamente che ci si faccia influenzare da quello che dice o vuole “la gggente” ma che siamo all’interno di meccanismi meno anonimi e generalizzati, meno distaccati, anche emotivamente.

Una generazione di politici più in sintonia anche con un ambiente contro-democratico. Come spiega Pierre Rosanvallon ne “La politica nell’era della sfiducia”, la controdemocrazia è data dall’insieme di tutte quelle attività che non hanno lo scopo di associare direttamente il cittadino all’esercizio del potere ma che, piuttosto, servono ad organizzare il controllo del cittadino su chi governa: “è’ impossibile che tutti partecipino direttamente alle decisioni politiche, ma tutti possono esprimere opinioni critiche e partecipare alla vigilanza civica nei confronti del potere. Si tratta di modalità più o meno formalmente costituite, i cui attori possono essere le associazioni, la stampa o anche i singoli cittadini su internet”.

Lo stato di vigilanza civica associato alla pressione di appartenere a cerchie sociali connesse attraverso la Rete crea nuove condizione di vita politica degli eletti. Fare il politico ai tempi di Twitter è anche questo.

Update: sarà anche per questo che Bersani ha chiesto ai suoi eletti di spegnere cellulari e iPad per due ore…

 

Chi di trolling ferisce…

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Scrive Grillo:

Da mesi orde di trolls, di fake, di multinick scrivono con regolarità dai due ai tremila commenti al giorno sul blog. Qualcuno evidentemente li paga per spammare dalla mattina alla sera. Questi schizzi di merda digitali si possono suddividere in alcune grandi categorie. Quella degli “appellanti” per la governabilità per il bene del Paese, del “votaBersani, votaBersani“, o del “votaGrasso, votaGrasso” […] Quella dei “divisori“, venuti per separare ciò che per loro è oscenamente unito, che chiedono a Grillo di mollare Casaleggio, al M5S di mollare Grillo e a tutti gli elettori del M5S di mollare il M5S per passare al sol dell’avvenire delle notti polari del pdmenoelle. […] Ci sono poi i “critici di giornata” che arrivano in massa come le locuste. Qualunque cosa tu abbia appena detto o fatto viene ferocemente attaccata, spesso con lunghe e articolate argomentazioni di 2.000 caratteri. Da questa brodaglia i telegiornali e i talk showcolgono fior da fiore, con lerci e studiati “copia e incolla” per spiegare che Grillo è un eversivo, che il MoVimento 5 Stelle è spaccato.

Beppe Grillo sembra voler negare la complessità dell’elettorato che ha raccolto e che dissente (anche) circa la politica delle alleanze. E lo fa dietro l’accusa di trollismo, rovesciando quella prospettiva che spesso viene attribuita ai “grillini” nei confronti di altre formazioni politiche. Sarebbe facile liquidare il tutto dietro ad un “chi di trolling ferisce di trolling perisce” perché la questione è più complessa.

Ha a che fare con la difficoltà di rappresentazione di un elettorato che copra un arco parlamentare (si sarebbe detto una volta) molto ampio e diversificato.

Ha a che fare con l’ostinata retorica del “noi contro voi”, che in queste settimane vede accanto alla contrapposizione alla Kasta quella ai giornalisti. Sono questi ultimi ad essere diventati cacciatori di dissenso nella terra di Grillo (il suo blog) e a portare nella visibilità dei media mainstream dei commenti amplificandone la portata nell’essere strappati dal contesto conversazionale.

Ha a che fare con la natura polarizzata della comunicazione online che tende a crescere con la visibilità e l’esposizione che diventano fattori di attrazione. E anche con la crescita di strategie dell’uso di fake che il marketing ha sperimentato negli ultimi anni.

Ha a che fare con tutti questi fattori assieme. Sovradimensionarne uno solo significa, in questo caso, giustificare qualcosa che potrebbe avere a che fare meno con il marketing politico e più con la democrazia: il dissenso.

La comunicazione del movimento 5 Stelle e la Rete. La narrazione consolatoria dei media e il cono d’ombra 2.0

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[Credit immagine: Giornalettismo]

Si è parlato in questi giorni dell’uso a bassa tecnologia della Rete da parte del movimento 5 Stelle. Serena Danna sul Corriere in una bella analisi spiega come:

Il progetto di Grillo e Casaleggio ricorda quello dei colossi del web Google e Facebook, che lavorano per creare una dimensione esclusiva di navigazione online dove tutta l’attività dell’utente si svolge dentro il perimetro del mondo di valori, idee, contenuti e servizi costruito su misura per lui. […]La strategia 5 Stelle su Internet, lungi dall’essere centrifuga, trasparente, conflittuale e diffusa – come la Rete stessa è -, finisce con l’essere centripeta e partigiana: con un centro che diffonde i messaggi senza rispondere a critiche e commenti.

In realtà in parte ri-spiega. Sul fatto che Grillo emetta ma non riceva si era già discusso ampiamente a partire da un post di Massimo Mantellini del 2007. E ciclicamente abbiamo analisi più o meno scientifiche che si sono occupate di descrivere questa monocrazia comunicativa così poco 2.0 e molto mainstream.

Ma non credo che il punto sia questo. Non è questo il fatto veramente nuovo. Certo c’è il tentativo di confusione ideologica tra movimento 5 Stelle e Rete: come se fossero la stessa cosa. “Lo deciderà la Rete” dice Grillo ai cronisti televisivi. È la retorica del vecchio contro il nuovo, dello sparso e diffuso verso il concentrato ed unidirezionale. Eppure, si dice, la sua comunicazione funziona come tutte le comunicazioni politiche novecentesche: partigiane e centripete.

Ecco, io trovo oggi – oggi che il movimento 5 Stelle ha vinto come novità assoluta le elezioni, non nel 2007 – questa spiegazione pericolosa in quanto consolatoria. Provo a spiegarmi.

Si dice: in fondo Grillo è un vecchio medium verticale, di quelli che conosciamo. Ma non si tiene conto del fatto che se Grillo – il suo modo di accentrare conversazioni nel blog, di non retwittare praticamente nessuno, ecc. – cioè “la testa” non è social-orizzontale, non è che non esista una “lunga coda” diffusa che spalma, occupa spazi comunicativi nella Rete, fino ad arrivare ad attività di pseudo trolling invasive…

Una lunga coda che satura continuativamente in chiave 2.0 indipendentemente da una strategia centralizzata. E bastava abitare i commenti di pagine Facebook di altri partiti durante il periodo elettorale o i commenti delle news online o di post nei blog per rendersene conto – rileggetevi i Wu Ming. Oppure bastava seguire discussioni e talvolta flame che si scatenavano su Facebook e Twitter con i detrattori – spesso semplici commentatori innocui – di Grillo.

Ecco io di questa lunga coda terrei, con grande umiltà, conto. Perché è in questo cono d’ombra socialmediale che abbiamo assistito alle logiche e alle motivazioni più profonde che hanno portato ad un cambiamento dell’opinione pubblica che pesa circa 2 milioni di voti attribuibili al centro sinistra, ad esempio. I media possono continuare ad analizzare la relazione fra Grillo/movimento 5 Stelle e Rete considerando la Rete come se fosse un mezzo. Invece è un ambiente, una realtà più complessa, abitata da milioni di persone che vivono – anche – lì nelle diverse pratiche ed abitudini, conversazioni e letture, ecc. Non tutti gli italiani. Certo. E il successo del movimento 5 Stelle non sta solo nella Rete. Certo (ricordate la relazione con le Piazze?).

Nel continuo tentativo di comprendere un fenomeno elettorale come questo e la sua natura comunicativa osserverei infine le preferenze dei giovani Italiani:  tra i 18 e i 24 anni il 47,2% dei votanti si è espresso in favore del movimento 5 Stelle (dati Tecné). Ecco, per esempio, questa fascia d’età nella Rete/ambiente abita, e costituisce la fascia che è più attiva online: tempo medio per persona di 1 ora e 40 minuti al giorno e 186 pagine viste (dati Audiweb). Credo poi che questi dati non tengano effettivamente conto del fatto che il mobile ha consentito di portarsi i social network con sé in modi sempre più continuativi e pervasivi.

Se cominciamo a far luce sul cono d’ombra della coda lunga del movimento 5 Stelle forse potremo vedere una realtà complessa fatta di gruppi strategici e spontanei, della capacità di messa in circolazione di contenuti e di produzione di conversazioni, di monitoraggio della Rete costante e sparso, spesso non strategico, con capacità di intervento puntuale e costante, molesto ed entusiasta, competente e straniante…

Ridurre il tutto ad una comunicazione one-to-many, a forme e linguaggi riconoscibili, può consolare la nostra ansia interpretativa. Oppure possiamo provare a spostare il riflettore da Grillo a quello che accade attorno e mettere in relazione strategie mono-direzionali con una realtà spreadable e contraddittoria fatta anche di legami deboli e di una costruzione di micro-relazioni e di viralità comunicativa tra cittadini connessi e produttivi.

Elogio del tempo nuovo. Perché Grillo ha vinto

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Elogio del tempo nuovo è un’affettuosa citazione e un rimando a quell’analisi sulla vittoria di Berlusconi fatta da Alberto Abruzzese nell’ormai lontano 1994. Come allora ci troviamo di fronte ad una mutazione che la deflagrazione di un 25.5% di consensi alla Camera fa del Movimento 5 Stelle il primo partito italiano. Un partito che contiene nel nome-simbolo un indirizzo web: beppegrillo.it, un atto simbolico programmatico che rappresenta con questa forma la solidarietà piazze/Rete come unità ineludibile, che ha un punto di riferimento chiaro nella solidarietà reale/digitale come condizione ineliminabile per pensare la forma organizzativa di una politica in era tardo moderna.

Ci troviamo di fronte allo stupore politico e mediale per quei parlamentari grillini intervistati che a fronte di precise domande sulle posizioni del partito in relazione ai temi caldi che si troveranno ad affrontare rispondono: “Lo decideremo tutti insieme nel movimento: noi amiamo la democrazia diretta e quando decidiamo lo facciamo insieme”. Impensabile risposta se ci rifacciamo al principio democratico di rappresentanza. Nessun politico telefona ai suoi elettori per sentire cosa ne pensano a proposito di una posizione che lui deve assumere. È impensabile ed impraticabile allo stesso tempo. Chi invece ha interiorizzato forme e linguaggi del web trova normale e possibile che si possa sfruttare una forma molti-a-molti di comunicazione per prendere collettivamente decisioni: il modello di wikicrazia è alla portata di tastiera e una piattaforma come LiquidFeedback consente di strutturare un modello di democrazia liquida, con il suo sistema di deleghe .

Lasciamo per un attimo perdere il contenuto utopico di una politica che si pensa in questo modo, ed anche la scarsa efficacia di modelli decisionali in cui spesso le proposte progressiste o quelle eversive vengono eliminate dalla concentrazione di consenso sulla medietà. Concentriamoci sulla discontinuità di grammatiche e linguaggi che il Movimento 5 Stelle proporrà con ostinazione tecno-cognitiva: la trasparenza associata allo streaming, per dirne una. Note dissonanti, che spesso creeranno equivalenze improbabili (non è che dare tutto in streaming significhi necessariamente garantire la trasparenza) ma che proporranno una semantica diversa nel linguaggio della politica.

Potrebbero proporre.

Infatti si tratta di una semantica che saprà cambiare i significati – ad esempio dare un senso “percepibile” all’open government – solo se la deflagrazione quantitativa dell’esito elettorale saprà costruire una vera discontinuità qualitativa. Il Movimento 5 Stelle potrebbe finire per restare congelato nell’essere una conseguenza della realtà sociale e culturale da cui origina e non la scintilla di un mutamento a venire.

In fondo  anche Grillo (come Berlusconi) è una conseguenza e non una causa, o meglio, come spiegano in un lungo e lucido post i Wu Ming (che mette a fuoco un post molto osteggiato scritto per l’Internazionale), è una conseguenza che retroagisce sulle cause:

Da noi, una grossa quota di “indignazione” è stata intercettata e organizzata da Grillo e Casaleggio – due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing – in un franchise politico/aziendale con tanto di copyright e trademark, un “movimento” rigidamente controllato e mobilitato da un vertice, che raccatta e ripropone rivendicazioni e parole d’ordine dei movimenti sociali, ma le mescola ad apologie del capitalismo “sano” e a discorsi superficiali incentrati sull’onestà del singolo politico/amministratore

L’unica scintilla che potrà innescare cambiamento proviene dalla sua natura di “movimento”. E per questo la versa sfida, che come ha spiegato il sociologo Niklas Luhmann vale per ogni movimento, è di sapere dare corpo alle differenze:

i movimenti che al contrario dell’economia, della politica o della scienza non avanzano la pretesa di governare, gestire e fare scienza, rimangono fenomeni marginali. Le esigenze che vengono avanzate dall’esterno nei confronti dei sistemi, senza però volersi assumere le loro funzioni, costituiscono una presunzione. In un secondo momento questo problema si presenta come incapacità di negoziazione.

La sfida della governance e della negoziazione è quindi la versa sfida che attende l’elogio di un tempo nuovo.