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Scienze della Comunicazione reloaded

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A proposito di Università e lavoro, un’elaborazione su dati AlmaLaurea mostra che:

La prima sorpresa è rappresentata invece da coloro che hanno studiato scienze della comunicazione: contrariamente alla vulgata che ritiene difficili le prospettive di occupazione, i laureati sono meno di quattrocento, ma quasi tutti hanno trovato lavoro entro 36 mesi e guadagnano quanto i colleghi con una laurea in economia.

Non è una sorpresa. O meglio: lo è rispetto al senso comune, in particolare a quello della politica e del giornalismo.

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Gli indignados? Ignoranti sotto vuoto spinto, prodotto delle Scienze della Comunicazione

Chi sono gli indignados? A quale “tipo” sociologico corrispondono?

La pensa così Pietrangelo Buttafuoco dalle colonne de Il Foglio:

troppo comodo fare gli stronzi, come stiamo facendo, con dei ragazzi precari che non hanno potuto coltivare la consecutio temporum a causa dei tagli imposti alla scuola pubblica dalla Mariastella Gelmini. Troppo comodo, forse, fare dei paragoni storici perché, insomma, se non hanno la caratura degli Adriano Sofri e dei Tino Vittorio, se non si sono esercitati nella traduzione dall’italiano in latino dei “Pensieri” di Mao nelle aule di Ettore Paratore, se non hanno alle spalle “Gioia e Rivoluzione” degli Area ma sono soltanto pecorelle della farneticazione global, amplificata tanto da Internet quanto dagli incappucciati, indignados assai impazienti, ecco: non solo fa impressione vedere quanto siano ignoranti, ma non sono neppure antagonisti. Altrimenti la guerra alla finanza internazionale la farebbero con i libri di Massimo Fini se non proprio con i “Cantos” di Ezra Pound o con “Cavalcare la Tigre” di Julius Evola. E vederli, come si vedono, con quel puzzolentissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indignatevi”, li condanna definitivamente alla pochezza del gregge, tutto un belare in sottovuoto marketing. E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione.

Rileggiamo:

“Tutto un belare in sottovuoto marketing”. “E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione”.

Il qualunquismo spinto di certo giornalismo un po’ mi spaventa e un po’ mi inquieta. Si dequalifica la formazione universitaria immaginando tipologie di corsi di laura di serie A e di serie B. Si denigra, in qualche modo, la cultura e il valore dello studio – su questo e il “senso” di studiare oggi lascio la parola a Ilvo Diamanti che lo racconta meglio di quanto farei io qui. Certo, la tesi di Buttafuoco lamenta l’ignoranza diffusa e mette, giustamente, l’accento anche sui tagli alla scuola pubblica ma finisce poi nello scadere su un sentire – non comune e non condiviso ma – strategico nel pensare che esista una differenza di valore fra il sapere e la formazione tecnica per l’innovazione della società. Ecco, mi sembra che questo non dovremmo accettarlo.

Sulla capacità di racconto che gli indignados hanno non entro, qui, nel merito: difficile pensare che sia rappresentabile da alcuni sparuti leader presi per strada la non rappresentabilità della moltitudine…

La riforma della ragione

Merry Christmas? Art by Luca Rossi

Si sentono molte cose in questi giorni che hanno visto il DDL Gelmini approvato alla Camera e in votazione caotica al Senato. Alcune cose sono vere. Altre controverse. Le abbiamo vissute tutte assieme. In un vorticare di sensazioni che ci accompagnano al Natale con uno spirito un po’ diverso.

Ho sentito di ricercatori rinunciare a tenere i corsi che amano fare per sottolineare la contraddizione tra uno status giuridico che non prevede che insegnino (per questo sono “dott-“ e non “prof.”) e una normativa che li fa “contare” nei requisiti quantitativi e qualitativi necessari per fare esistere i Corsi di Laurea. Ho sentito di colleghi associati ed ordinari che si sono rifiutati di tenere i corsi rifiutati dai ricercatori per salvaguardare il loro diritto. Ho sentito di Presidi di Facoltà bandire i corsi rifiutati dai ricercatori, anche a 0 euro di compenso. Ho sentito di professionisti, assistenti disperati, gente che passava di lì fare domanda. Ho sentito di presidenti di corsi di laurea rifiutarsi di mettere a bando i corsi rifiutati dai ricercatori nel primo semestre. Ho sentito di ricercatori che non prenderanno i corsi neanche nel secondo semestre. Ho sentito di ricercatori che hanno rinunciato a lottare per la modifica del loro status giuridico in cambio di pagamenti per i corsi tenuti.

Ho sentito di finanziamenti ordinari da dare alle Università che sono legati all’approvazione di una legge – quasi fossero straordinari – e ho sentito del rischio di molti Atenei di finire in bancarotta. Ho sentito di finanziamenti sottratti alle Università pubbliche a favore di quelle private.

Ho sentito di corsi di laurea con 5 iscritti e anche meno che vengono mantenuti aperti e di corsi di laurea con molti iscritti chiudere per l’assenza di strategie da parte della governance degli Atenei. Ho sentito anche di Università telematiche che vengono pensate come il futuro di un certo modello di università.

Ho sentito di borse di studio tagliate drasticamente e ho sentito di studenti già iscritti e meritevoli di borsa dover rinunciare al sogno dell’istruzione universitaria e tornarsene a casa.

Ho sentito di precari – borsisti, assegnisti, contrattisti… – di cui quasi nessuno ha parlato. E li ho visti sentirsi abbandonati anche da chi protesta. Ho sentito di una spaccatura che si è generata fra studenti, precari, ricercatori a tempo determinato, ricercatori a tempo indeterminato e docenti: come se fossero da parti diverse della barricata.

Ho sentito sputare sentenze sulla formazione universitaria italiana generalizzando situazioni diverse e non ho sentito l’Università rispondere puntualmente alle accuse.

Ho sentito spacciare come un’innovazione il lavoro di insegnamento dei docenti che la riforma introdurrebbe quando molti di noi quei carichi di lavoro li fanno da anni, spesso superandoli. Non ho sentito parlare di obbligo della ricerca – se non come vincolo minimo di pubblicazione epr adeguamento degli stipendi – quando è la ricerca la vera risorsa dell’università e del Paese.

Ho sentito di un Ministro della Repubblica che ha detto che “la cultura non si mangia” e ho sentito che la Costituzione italiana ha tra i principi fondamentali un articolo, il 9, che dice “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”.

Ho sentito di studenti che sono saliti sui tetti e sui monumenti ed hanno occupato le Facoltà e ho sentito di studenti che hanno tranquillamente continuato le loro lezioni.

Ho sentito che la tensione sociale sullo stato dell’Università ha prodotto scontri violenti di Piazza e ho sentito di studenti che hanno regalato fiori ai poliziotti e pacchi agli extracomunitari.

Non vorrei che le ragioni della riforma si riducessero alla riforma della Ragione.

L’università che verrà :(

Una sintesi del triplice problema che si pone con la legge 133/08 a.d. Gelmini: tagli alle risorse, blocco del turn over e possibilità per gli atenei di “mutarsi” in fondazioni; più qualche altra informazione di supporto di cui poco si parla ma che riguarda il lavoro delle Università ed il suo futuro.

Direttamente dagli stati generali dell’università di Milano riuniti in assemblea.

Ogni commento è superfluo, la discussione no.

L’Italia ha bisogno di Cultural&Media Studies

Bernardo Parrella ha ragione. E’ un momento giusto per rilanciare i cultural-media studies in Italia. Stiamo visibilmente vivendo anche noi una grande trasformazione che è diffusa nella società. Le Università cominciano a sensibilizzarsi alle tematiche relative allo scenario culturale/mediale in trasformazione- anche se ci sogniamo convergenze e transdisciplinarietà come quelle ad esempio americane (non ho parlato del MIT 😉
Sono usciti studi interessantissimi sia per gli addetti ai lavori che per la società civile, capaci di mettere in prospettiva lo scenario evolutivo. Inutile dire che ognuno di noi nel suo piccolo prova a fare qualcosa, ma alcuni problemi nell’editoria italiana esistono. Ad esempio l’impossibilità – o quasi – di proporre volumi eccessivamente corposi in ambito scientifico (sarà mica colpa dell’effetto CFU Universitari riversatosi deterministicamente nelle logiche editoriali?). Lo scarso investimento delle Università nell’impegnarsi editorialmente nella produzione di cultura (rari sono i casi di press universitarie significative).
Qualche editor coraggioso e lungimirante c’è. Ma viene schiacciato dalle logiche economiche della piccola editoria o dai riflussi dell’editoria di massa.
I grandi editori – che potrebbero permetterselo -, dopo qualche sporadica sperimentazione anni ’90 sull’onda esaltante del cyber, si sono ritirati nella nicchia sonnecchiosa della pubblicazione ipernota e rara.
Di docenti interessati, di editor, di studiosi in genere, di people in networking nella logica della lunga coda, di imprenditori (anche non) culturali potenzialmente interessati ce ne sono. Ognuno di loro, come me, lavora dal basso e diffonde link, PPT, segnalazioni, lascia consigli su amazon perchè ciò che è celato emerga.
L’impegno culturale c’è. Quello imprenditoriale manca.