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Internet delle cose e wearable technology: prendersi cura dei dati

Schermata 2015-01-27 alle 23.19.38 E’ certo che il futuro espanderà la relazione fra corpi ed informazioni in modi più complessi che coinvolgeranno le cose e i processi all’interno dei diversi contesti sociali di vita. Modi che dovremo affrontare all’interno delle nostre culture di connessione. E’ l’Internet delle cose che avanza, coniugandosi ad una dimensione di tecnologie wearable. La realtà delle tecnologie indossabili è in forte espansione perché sono mutate le condizioni di possibilità:

  1. ci troviamo innanzitutto di fronte ad una legittimazione sociale delle tecnologie wearable: le persone hanno familiarizzato con l’esperienza di avere una tecnologia di connessione costantemente con sé attraverso lo smartphone;
  1. la miniaturizzazione dei sensori unitamente alle batterie che durano più a lungo e allo sviluppo molto veloce di tecnologie capaci di dialogare con gli smartphone: perché le tecnologie indossabili non sostituiranno i cellulari che diventeranno gli hub per l’esperienza;
  1. il collasso del confine tra uomo e computer viene vissuto come condizione sempre più naturale: dalla nostra esperienza con la wii alla facilità di interazione vocale e touch con gli schermi.

E’ questo un passaggio fatto di una narrazione dominante costruita dal mercato (l’entusiasmo per la proliferazione di device personali e la propensione crescente a dover condividere dati) e dall’affermazione di culture di propensione alla raccolta e condivisioni di dati “intimi”, come quella del quantified self. Dovremo riflettere sulla necessità di imparare a prenderci cura dei dati. Ne parliamo domani ala giornata europea della privacy.

Ne ho scritto in modo più approfondito su Wired: La consapevolezza dei dati (ora che indosseremo l’Internet)

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Il Re (della privacy) è nudo

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L’adagio con cui Mark Zuckerberg ha aperto gli anni ’10 risuona ancora nei nostri comportamenti:

Ormai gli utenti condividono senza problemi le informazioni personali online. Le norme sociali cambiano nel tempo. E così è anche per la privacy

Forse quella del CEO di Facebook è una dichiarazione prodotta in un mix fra osservazione diretta di come disperdiamo online informazioni in tempo reale sulle nostre vite (gusti, comportamenti, relazioni, ecc.) e un desiderio che è un obiettivo d’impresa: collocarsi all’interno del mercato dei metadati.

Abbiamo infatti visto nell’ultimo anno emergere con forza la buzzword “Big Data” associata all’idea di tradurre in utile d’impresa l’analisi – magari in tempo reale – di tutta quella mole di dati che rilasciamo tra geolocalizzazioni e like, tra le sollecitazioni di recensioni e post in cui diffondiamo il culto dei brand.

Abbiamo però anche assistito, contemporaneamente, al grido “il Re (della privacy) è nudo” lanciato da Edward Snowden che, attraverso l’emergere mediale del Datagate, ha mostrato come la sorveglianza di massa sia una pratica governativa e non solo di mercato.

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Nuvole nere sul digitale

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Nuvole nere sul digitale per l’Italia. E’ così che ricorderemo l’inanellarsi in pochi giorni di un regolamento AGCom in cui l’organismo si è attribuito ampi poteri sulla protezione del diritto d’autore online scavalcando i giudici, della proposta neo protezionista di una web tax e del sostegno all’editoria con il piano Destinazione Italia che prevede una detrazione fiscale del 19% sui libri acquistati, ma solo quelli di carta, non per gli ebook e che potrebbe mettere in campo il divieto di usare link verso i contenuti di stampo giornalistico se manca una esplicita autorizzazione.

E non importa che il nuovo segretario del Partito Democratico, maggioranza di governo, si sia espresso chiaramente contro questa prospettiva nel suo discorso di insediamento facendoci immaginare una possibile marcia indietro:

“Abbiamo infilato un problema peggio dell’altro, sarebbe bello se si riuscisse a modificare le regole del gioco: l’Agcom chiude un sito senza passare da un giudice ma anche il fatto che la web tax va posta nel luogo centrale, l’Europa, e non con una violazione dei trattati europei o diamo l’impressione di un Paese che rifiuta l’innovazione”.

Non importa, perché il punto è che chi ha competenza per decidere sul digitale spesso manca di una cultura sul mutamento introdotto dalla Rete sia a livello di sviluppi di mercato che di pratiche vive,  e quello che resta è sempre e solo, poi, dover fare un passo indietro, non uno in avanti.

E invece avremmo bisogno di cominciare a confrontarci in Italia più seriamente con la cultura che caratterizza il tempo presente e che ha finito per creare una divaricazione tra le economie morali degli utenti e quella del mercato. Continua a leggere Nuvole nere sul digitale

Oggi com’è andata su Facebook?

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Non sono nativi digitali come li pensiamo. Il fatto che siano stati avvolti da tecnologie di comunicazione e connessione fin da quando erano più piccoli non li ha resi più consapevoli di come abitare un ambiente in cui il mondo materiale è compenetrato dalla realtà del digitale.

E ha ragione Massimo quando dice che i nostri figli

non sono “competenti digitali”: utilizzano strumenti con grande velocità e abilità ma lo fanno, nella maggioranza dei casi, dentro un loro sostanziale analfabetismo che riguarda le prassi e l’etica digitale.

Lo vedi nei loro occhi e lo senti nella loro voce quando ti confronti con loro su come abitano la Rete. Mi è capitato di passare un po’ di tempo con le classi terze di una scuola media e discutere con ragazzi di 13 e 14 anni di come le loro giornate siano riempite da contenuti e relazioni gestite attraverso un cellulare e da social network che si attivano fra le loro dita con persistenza. Non ci possiamo più chiedere “quanto tempo stanno su Facebook?” avendo in mente la televisione e il loro sedersi davanti ad uno schermo acceso. Facebook è l’insieme di notifiche, status, like, commenti, foto caricate… che si infila negli interstizi di tempo dello studio e dell’intrattenimento, della loro vita, con un’inesorabile continuità. È tanto normale e quotidiano quanto pensato come un campo naturale, e quindi meno soggetto ad una riflessione consapevole. E basta portarli a guardare a se stessi mentre abitano la Rete per vedere scattare qualcosa.

Mentre siamo lì in classe e parliamo di controllo dei propri dati il prof. di italiano chiede a bruciapelo ad una ragazza in seconda fila: “Anna (nome di fantasia) come mai ieri pomeriggio hai passato tutto il tempo su Facebook invece di studiare? Che gli esami si avvicinano”. Anna lo guarda stupita ed un po’ inquieta: “… come lo sa prof.?”

Il prof. non ha l’amicizia della ragazza, ha una policy molto rigida che ha spiegato ai suoi alunni: quando non sarete più miei allievi, dopo l’esame, allora posso anche prendere in considerazione le richieste di amicizia su Facebook. Eppure ieri, mentre guardava la propria timeline ha visto apparire una sequenza di foto caricate da Anna. È bastato che fossero aperte alla visione degli amici degli amici perché anche lui le potesse vedere, vedesse quante ne ha caricate e quanto. Niente di che, se non fosse per il fatto che Anna non avrebbe mai immaginato che potesse vederle anche il suo prof., che potesse giudicare il suo impegno nello studio da quello, che diventasse un argomento di cui discutere in classe…

Consapevolezza. Essere nativi nell’uso non significa capire le implicazioni fino in fondo, cogliere sempre il senso delle cose e della trasformazione che stiamo vivendo.

E mostrandogli video su quanto siano sovraesposti, parlandogli delle storie di Jessi e di Margarite, discutendo di privacy come dovere e di etica dello stare online emergono i loro esempi, i loro racconti, le loro ansie.  Come quando ti sei loggato a casa di un amico e hai chiuso poi il browser senza fare log out e rientrando lui ha scritto qualcosa fingendosi te e questa cosa ha attirato l’ilarità di molti compagni mettendoti in imbarazzo per un po’. O come quella foto a seno nudo di una ragazza inviata per ridere sul cellulare ad un’amica che è finita su Facebook e condivisa più e più volte, con l’effetto che era come se fosse andata nuda nelle stanze di ogni ragazzo della scuola. O come quel ragazzo che diffonde video particolarmente scemi e che gli altri incoraggiano con like, commenti e condivisioni, per poi prenderlo in giro e che non sappiamo quale sia il confine tra sentirsi una micro celebrità e scoprirsi una mattina come lo sfigato della città e come potrà reagire.

E li senti parlare e chiedere, commentare e confrontarsi e fermarsi in profondi silenzi ad ascoltare le storie che tu gli racconti sulle opportunità ed i rischi dell’abitare la Rete.

E la loro inquietudine è la stessa dei loro genitori, che sono stati cresciuti nei confini di una cultura della comunicazione diversa e si sono scontrati con l’alfabetizzazione ad una realtà interconnessa contornata da un racconto fatto di utopie su Internet e scenari inquietanti di controllo, manipolazione, violenza. Un racconto lasciato spesso nelle mani dei media, un racconto che finisce per essere ascoltato in un programma televisivo o letto in un giornale. Sufficientemente perturbante ma lontano dalla nostra vita quotidiana. Sarà per questo che sono venuti in molti nella serata che la scuola media mi ha chiesto di dedicare ai genitori dei ragazzi che incontravo la mattina. Alcuni sono stati sollecitati dei loro figli: “Sa oggi a pranzo mia figlia mi ha detto: mamma bisogna che ci vai, che così quando torni possiamo poi parlarne, che capisci cosa vuol dire per me usare Facebook e io ho capito delle cose che ti preoccupano”.

Questo nostro abitare la Rete deve diventare un argomento quotidiano di conversazione, una normalità che va però messa a tema. Chiediamo spesso ai nostri figli “Oggi com’è andata a scuola?” ma mai “Oggi com’è andata su Facebook?”. E ci sembra sia una domanda anche molto stupida da fare. Ma il senso del cambiamento sta tutto qui, nella capacità che avremo di fare diventare l’educazione alla vita online un tema delle nostre conversazioni famigliari e nelle nostre scuole.

Per questo sono grato a quella scuola media di aver pensato che avesse senso far diventare tutto questo un tassello, anche se piccolo ed episodico, del loro percorso.

Quando i politici fanno un fake dei cittadini

La Rete, lo sappiamo, è un luogo adatto per l’engagement dei cittadini. Attorno a pagine Facebook e profili di amministratori pubblici, così come a gruppi di discussione online e forum che nascono per discutere di temi radicati territorialmente, si sviluppa una messa in visibilità di issue ed opinioni, è possibile confrontare e scontrare posizioni, creare presupposti per un “fare concreto” della cosa pubblica. Non solo quella astratta e lontana, la politica nazionale, ma quella radicata nei luoghi in cui viviamo e che sa creare una interessante connessione fra territorio e coscienza civile. In questo senso la Rete è un luogo di elaborazione di un’opinione pubblica connessa in cui la cittadinanza culturale sperimenta una propria riflessività innanzitutto attraverso dinamiche conversazionali. Per questo la partecipazione degli amministratori pubblici alle conversazione diventa uno strumento essenziale sia in termini di marketing politico che di cultura della cittadinanza.

Ma la nostra esperienza è recente e le cattive pratiche possono insegnare più delle buone. Basta guardare nella vita online di tutti i giorni.

Capita così che dei cittadini di Cervia che abitano anche Facebook abbiano cominciato a notare che nelle discussioni sulla città c’erano profili che usavano lo stesso stile di scrittura e commettevano gli stessi errori grammaticali del Presidente del consiglio comunale. Si tratta di profili che ne tessevano le lodi e difendevano le scelte del comune, che ironizzavano sulle critiche e si alleavano nei commenti. La pressione della cittadinanza ha portato all’outing  del Presidente che avviene- e non poteva essere altrimenti – su Facebook:

Il rovello che arrovella un gruppo di persone avverse alla giunta, sulla identità di alcuni profili, facilmente riconducibili al sottoscritto per stile letterario, consonanza di opinioni e tifo sfegatato rispetto ad ogni mio commento, sarà presto sciolto, poiché ho deciso di licenziare tutti i miei trolls. Direi che mi sono divertito molto, a fare il faceto, in un mondo di persone serie. Tutti i miei numerosi cloni saranno posti in sonno. Perché è giunta l’ora del redde rationem. A buon intenditor, poche parole

Sì, perché il Presidente non sopportava i continui attacchi su Facebook nelle pagine e nei gruppi dedicati alla discussione con i cittadini, quei territori formali ed informali in cui le conversazioni crescono, pur nelle mille difficoltà del confronto. Così ha pensato di moltiplicare la sua presenza con profili falsi o di parenti per darsi ragione e difendersi o per attaccare gli altri, anche in modi un po’ sopra le righe, come spiega incalzato dal giornalista Alex Giuzio:

Mi sentivo in dovere di rispondere anche con altri profili, per giustificare il mio punto di vista. Tuttavia, io mi limitavo ad alimentare dialoghi tra il serio e il faceto, e mai lanciavo insulti, come invece fanno altri cervesi […]

Accanto a questi c’erano poi altri profili di ragazze (“signorine un po’ spogliate” le definisce la stampa locale riferendosi agli avatar del profilo) e altri personaggi aggressivi che lo appoggiavano: tutti spariti dopo la rilevazione pubblica dell’attività di fakers. Profili che lui non si attribuisce ma che rendono ancora più caotica la vicenda. Si scoprirà poi che anche altri politici locali usavano profili fake (alcuni dei quali attribuiti in prima battuta al Presidente del consiglio comunale).

Un vero e proprio rovesciamento di quanto siamo abituati a vedere ed immaginare: non sono i cittadini a costruire fake dei politici ma i politici a fare fake di cittadini. E un primo caso di fake di massa fatto da un consiglio comunale.

Si tratta di una storia esemplare che racconta di un rapporto ambiguo tra forme di errata consapevolezza e di pura inconsapevolezza dell’abitare la Rete.

C’è l’inconsapevolezza tra privacy online ed esposizione pubblica che porta a legittimare – e ad usare come legittima motivazione – l’uso del profilo di un altro: «Magari può essere occasionalmente capitato che mio figlio sia andato su Facebook poi si sia messo a giocare con la Playstation e io abbia usato il suo profilo mentre lui era lì accanto a me». Come dire: “cosa c’è di male se uso il profilo di mio figlio?”. È un comportamento diffuso tra gli adolescenti che permettono agli amici di usare il proprio account ma è anche uno dei principali rischi segnalati agli adolescenti: quando usi Facebook dal computer di un tuo amico ricordati di sloggarti perché se no lui potrebbe entrare e guardare la tua vita (ad esempio le chat) e scrivere cose al posto tuo offendendo altri o mettendoti nei guai. Ecco, un politico che usa la voce di suo figlio online usandone il profilo per difendere il proprio operato mi sembra che abbia molto a che fare con la violazione della privacy e l’appropriazione dell’identità, con un comportamento che non può essere scambiato per una modalità simpatica ed  umoristica. Anche se il sospetto sia che semplicemente il Presidente guardasse cosa si diceva su Facebook dal profilo già aperto senza rendersi conto che avrebbe poi commentato con “la faccia” di qualcun altro (il figlio o la propria impresa commerciale). Un range di inconsapevolezza che va dalla scarsa competenza con il mezzo alla leggerezza nell’uso dello stesso che non può permettersi chi utilizza Facebook da figura pubblica.

C’è poi la consapevolezza dell’essere un troll, anzi molti. Di usare l’accesso ad una molteplicità di profili per irritare ed esacerbare gli animi. Ma poi si finisce per dire che si trattava di un gioco, di facezie. Invece, anche lasciando da parte per un attimo l’uso di profili falsi o non immediatamente riconducibili ad un’identità, si tratta di un comportamento comunicativo preciso teso a provocare e costruire polemiche. Ammettere di essere un troll è qualcosa di profondamente distante da quanto una figura pubblica dovrebbe fare per contribuire a costruire un’arena comunicativa con la cittadinanza.

Ma si tratta di una storia esemplare anche perché racconta gli stessi rischi in cui cade il professionista che non sa gestire tutta la trasparenza ed esposizione pubblica che chi sta online deve imparare a trattare. Come quelli che commentano positivamente il proprio servizio su TripAdvisor decantando lodi ed aggiungendo stelline da profili falsi o che comprano followers falsi per Twitter o che si annidano nei commenti della pagina Facebook della propria impresa litigando con i clienti fingendosi altri clienti. Ma questa è una storia che vi racconto magari una prossima volta.

[la versione completa su TechEconomy]

Controllo dell’identità e diritto all’oblio: il nuovo senso della privacy online

L’Unione Europea discute una nuova normativa sulla privacy che declina temi che vanno dalla salvaguardia dei dati personali da parte degli utenti al diritto all’oblio.

Il vero punto è però che forse non siamo solo davanti ad un problema di cultura della privacy – posto che dovremmo rielaborare i significati che ancoriamo a questo termine che ha subito evolutivamente trasformazioni importanti nei nuovi spazi web di rimediazione dei confini pubblico/privato. Una normativa come questa che viene discussa ha a che fare con un mutamento diffuso della percezione del nostro diritto di gestione dell’identità anche negli spazi digitali.  Un’indagine Forrester Research propone di chiamare questa dimensione, di cui ci preoccuperemo sempre di più sia noi che le diverse organizzazioni ed imprese che hanno a che fare con la Rete, Personal Identity Management.

Forrester legge, come da suoi interessi, questa realtà di una crescente attenzione degli utenti per come vengono raccolti, gestiti ed utilizzati i propri dati personali nei termini di un’economia di mercato. Ma è evidente che non si tratta solo di preoccupazione relativa alla sicurezza o indignazione per lo sfruttamento. È probabilmente il segnale culturale di un cambiamento relativo ad un passaggio ad una fase di diversa maturità dei nostri modi di abitare la Rete e di pensare la nostra cittadinanza anche nel digitale. La privacy diventa allora un ambito di conoscenza e trasparenza circa l’approccio delle organizzazione nell’utilizzo dei dati personali e comporta livelli di responsabilità e di rispetto nei confronti dell’individuo quando vengono raccolti ed utilizzati i suoi dati comportamentali, relativi alle preferenze, ecc.

Ma ha anche a che fare con la portability, la possibilità di recupero dei propri dati (ricordate quanto è avvenuto con Facebook?) leggibili su diversi supporti e di gestione diretta, cioè con la possibilità di correggere, aggiungere o modificare dati a proprio piacimento. Il controllo della propria identità online – e dunque la sua costruzione  – ed il diritto all’oblio stanno così diventando un tema centrale del nostro dibattito culturale, un dibattito che risulterà spinoso e problematico perché si scontrerà anche con domande etiche di diversa natura: potremo manipolare la nostra cartella medica digitale e i dati relativi al nostro comportamento di guida associati all’automobile che rivendiamo? Si tratta di domande che ad un livello più alto di astrazione rimandano al rapporto tra vita, memoria e rappresentazione. Come commenta Riccardo Luna relativamente a questo tema:

la nostra impronta digitale ci può restare attaccata come un tatuaggio per tutte la vita. E questo può essere un problema, per tutti, ma soprattutto per quelli che vogliono rifarsi una nuova vita […]Ma quello che dovremmo dirci, ora, subito, una volta per tutte, è che non esiste “il diritto a sparire dal web”, così come non esiste il diritto a sparire dal mondo […]resteranno sempre dei documenti a parlare di noi, e poi la memoria degli altri che ci ricorderanno. Quelle cose non si possono cancellare con un clic. E nemmeno con una legge europea o intergalattica.

 

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Una riflessione sul versante del mercato l’ho scritta qui.

Dentro e fuori da Facebook: lo sfolgorante scintillio delle relazioni sociali mediate online dopo la corsa all’oro

Gli ultimi cinque anni di evoluzione della Rete in Italia hanno cambiato la nostra esperienza di stare online e, complici le riflessioni aperte a fine anno sulla relazione fra blog e social network, sta emergendo un dibattito culturale “critico” che mette in prospettiva il nostro modo di affrontare i prossimi anni sul web.

Credo, infatti, che siamo andati un po’ più in là rispetto alle solite  riflessioni “ombelicali” della blogosfera o di una supposta élite della socialsfera. Una riflessione che parte dalle esperienze personali di coloro che hanno vissuto da early adopters lo sfolgorante scintillio delle relazioni sociali mediate online da blog e social network e che si trovano a ripensare il loro modo di “stare” online, che poi significa ripensare l’equilibrio fra pubblico e privato in uno spazio che fa della propria esposizione la cifra esistenziale.
Luca Conti, spiegando la sua parabola personale su Facebook, ci racconta di come sia passato da una sua presenza sul social network caratterizzata dalla strutturazione di rapporti personali alla consapevolezza di gestione della sua “persona pubblica” che lo ha portato a trasformare il profilo in una pagina e, poi, di sfruttare strategicamente la doppia impostazione di privacy concessa da a. possibilità di rilasciare contenuti pubblici che vengono letti anche da chi non è friend, b. “cerchiare” i friend consentendo gradi diversi di accesso ai suoi contenuti personali.
Una parabola che prendo ad esempio per evidenziare l’emergere di una consapevolezza circa la necessità di mettere a tema e focalizzare meglio la relazione tra dimensione pubblica e privata ai tempi del web sociale nella costruzione e gestione della propria identità. Una consapevolezza non solo di Luca ma di tutti quelli che sono entrati in un territorio digitale strutturato attorno a rapporti personali (forti o deboli che siano) di amici della propria vita quotidiana, colleghi di lavoro e persone “conosciute” online che in pochi anni è evoluto in direzione di massa per chi, come lui, ha una forte dimensione pubblica online data dalla sua attività di lavoro:

il fatto che Facebook ci permetta di esprimere noi stessi secondo alcune modalità e non altre, genera una immagine di noi stessi che non corrisponde esattamente a chi siamo, ma una parte di noi. Lo stesso vale per le dinamiche di relazione, costrette entro certi meccanismi e non altri. Ciò alla lunga influenza il modo in cui gli altri ci percepiscono e noi stessi ci percepiamo e non è un bene. […]Non l’unico modo con cui ci presentiamo al mondo e in cui ci rispecchiamo, ma una tessera del mosaico della nostra identità, con altre tessere reperibili online e offline.

Eppure nel ripensare il nostro modo di stare su Facebook possono emergere anche le condizioni che rendono “necessaria” la nostra presenza. Lo spiega bene ad esempio Fabio:

Per quanto annoiati, infastiditi, arrabbiati e forse perfino preoccupati, gli italiani sono ancora lì. Soprattutto, gli amici sono tutti lì. Quelli in carne e ossa, ma anche i tanti conosciuti in questi mesi sulla bacheca del blog o su quella personale. Persone magari mai incontrate per strada, ma di cui ho imparato ad apprezzare gli argomenti, capirne gli interessi, a volte perfino a ridere delle reciproche manie. Una umanità troppo varia e interessante per recidere i ponti digitali e lasciarmi sull’altra sponda del fiume, dove non giunge Facebook

Anche Giacomo Cannelli ha ripensato la sua posizione in Rete e ha deciso di cancellarsi da Facebook –  anche se sappiamo che i nostri dati verranno conservati per sempre e che, quindi, semplicemente non siamo più accessibili. Qui mi sembra che il punto sia quello di mettere a tema le possibilità di auto-osservazione della propria vita pubblica(ta) e del rapporto con l’oblio. Una scelta che, in definitiva, è quella di liberarsi dalla diacronizzazione della timeline:

Ha senso avere sempre tutto davanti a noi? E se avere tutto il nostro passato davanti agli occhi ci facesse prendere decisioni che altrimenti non avremmo preso? Lo so divento cervellotico. Ma è così. La mente dimentica. Ricorda quando serve. Certe volte scordarsi di qualcosa è una cosa positiva. Altre volte no. Ma siamo noi a deciderlo. In questo modo tutta la nostra esperienza rimane “stampata” sulla nostra timeline. Arriverà un giorno in cui sarà impossibile dimenticare. Non so se voglio arrivare a quel giorno.

Cinque anni in Rete su Facebook. Un tempo che ci ha permesso di metabolizzare l’effetto “nuovo mondo” e relativizzare “la corsa all’oro” che ha visto produrre nel tempo pagine ghost town e cittadine fiorenti. Iniziare questo 2012 con uno sguardo critico ci aiuterà, forse, a prendere le distanze dal mito che “l’Ovest online” ha prodotto e distinguere meglio la pirite.