Archivi tag: università

Scienze della Comunicazione reloaded

Schermata 2017-07-19 alle 08.38.16.png

A proposito di Università e lavoro, un’elaborazione su dati AlmaLaurea mostra che:

La prima sorpresa è rappresentata invece da coloro che hanno studiato scienze della comunicazione: contrariamente alla vulgata che ritiene difficili le prospettive di occupazione, i laureati sono meno di quattrocento, ma quasi tutti hanno trovato lavoro entro 36 mesi e guadagnano quanto i colleghi con una laurea in economia.

Non è una sorpresa. O meglio: lo è rispetto al senso comune, in particolare a quello della politica e del giornalismo. Maria Stella Gelmini e Bruno Vespa sono tra i principali responsabili della vulgata denigratoria sulle “Scienze delle merendine”  ma non mancano esempi anche nel centro-sinistra. E la complicità dei media che hanno rilanciato per anni senza mai parlare di dati.

Guardatevi i dati e fate uno sforzo mentale: provate a vedere quanto gli effettivi risultati occupazionali delle diverse lauree coincidono o meno con i vostri pregiudizi.

La situazione dei laureati in Italia non è in generale floridissima, non lo è in particolare per le lauree umanistiche ma Scienze della Comunicazione  è in decisa ripresa come tassi di occupazione e stipendi.

Schermata 2017-07-19 alle 08.51.14.png

Scienze della Comunicazione è entrata da poco nella piena maturità – Siena ha da recentemente festeggiato i 20 anni dalle prime lauree – ed è un tipo di Corso di Laurea che può rispondere alle esigenze di metamorfosi che la società oggi richiede. E potrà farlo se riusciamo a costruire un discorso sociale su questa Laurea che risponda alle sue effettive capacità e se sapremo ripensare questo ambito di studi proiettandolo maggiormente al futuro, magari con un forte coordinamento nazionale.

 

La riforma della ragione

Merry Christmas? Art by Luca Rossi

Si sentono molte cose in questi giorni che hanno visto il DDL Gelmini approvato alla Camera e in votazione caotica al Senato. Alcune cose sono vere. Altre controverse. Le abbiamo vissute tutte assieme. In un vorticare di sensazioni che ci accompagnano al Natale con uno spirito un po’ diverso.

Ho sentito di ricercatori rinunciare a tenere i corsi che amano fare per sottolineare la contraddizione tra uno status giuridico che non prevede che insegnino (per questo sono “dott-“ e non “prof.”) e una normativa che li fa “contare” nei requisiti quantitativi e qualitativi necessari per fare esistere i Corsi di Laurea. Ho sentito di colleghi associati ed ordinari che si sono rifiutati di tenere i corsi rifiutati dai ricercatori per salvaguardare il loro diritto. Ho sentito di Presidi di Facoltà bandire i corsi rifiutati dai ricercatori, anche a 0 euro di compenso. Ho sentito di professionisti, assistenti disperati, gente che passava di lì fare domanda. Ho sentito di presidenti di corsi di laurea rifiutarsi di mettere a bando i corsi rifiutati dai ricercatori nel primo semestre. Ho sentito di ricercatori che non prenderanno i corsi neanche nel secondo semestre. Ho sentito di ricercatori che hanno rinunciato a lottare per la modifica del loro status giuridico in cambio di pagamenti per i corsi tenuti.

Ho sentito di finanziamenti ordinari da dare alle Università che sono legati all’approvazione di una legge – quasi fossero straordinari – e ho sentito del rischio di molti Atenei di finire in bancarotta. Ho sentito di finanziamenti sottratti alle Università pubbliche a favore di quelle private.

Ho sentito di corsi di laurea con 5 iscritti e anche meno che vengono mantenuti aperti e di corsi di laurea con molti iscritti chiudere per l’assenza di strategie da parte della governance degli Atenei. Ho sentito anche di Università telematiche che vengono pensate come il futuro di un certo modello di università.

Ho sentito di borse di studio tagliate drasticamente e ho sentito di studenti già iscritti e meritevoli di borsa dover rinunciare al sogno dell’istruzione universitaria e tornarsene a casa.

Ho sentito di precari – borsisti, assegnisti, contrattisti… – di cui quasi nessuno ha parlato. E li ho visti sentirsi abbandonati anche da chi protesta. Ho sentito di una spaccatura che si è generata fra studenti, precari, ricercatori a tempo determinato, ricercatori a tempo indeterminato e docenti: come se fossero da parti diverse della barricata.

Ho sentito sputare sentenze sulla formazione universitaria italiana generalizzando situazioni diverse e non ho sentito l’Università rispondere puntualmente alle accuse.

Ho sentito spacciare come un’innovazione il lavoro di insegnamento dei docenti che la riforma introdurrebbe quando molti di noi quei carichi di lavoro li fanno da anni, spesso superandoli. Non ho sentito parlare di obbligo della ricerca – se non come vincolo minimo di pubblicazione epr adeguamento degli stipendi – quando è la ricerca la vera risorsa dell’università e del Paese.

Ho sentito di un Ministro della Repubblica che ha detto che “la cultura non si mangia” e ho sentito che la Costituzione italiana ha tra i principi fondamentali un articolo, il 9, che dice “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”.

Ho sentito di studenti che sono saliti sui tetti e sui monumenti ed hanno occupato le Facoltà e ho sentito di studenti che hanno tranquillamente continuato le loro lezioni.

Ho sentito che la tensione sociale sullo stato dell’Università ha prodotto scontri violenti di Piazza e ho sentito di studenti che hanno regalato fiori ai poliziotti e pacchi agli extracomunitari.

Non vorrei che le ragioni della riforma si riducessero alla riforma della Ragione.

Conversazioni sull’onda

onda-anomala

Produrre una conversazione sull’Università qui (nella Rete, nei blog, su FriendFeed… massì anche su Facebook), ma anche nei luoghi istituzionali , così come nei media non è la stessa cosa.

Sono conversazioni diverse.

Giavazzi su un quotidiano di peso, senza diritto di replica. La sua è una saga sul lato oscuro della forza che puntata dopo puntata porta avanti una tesi che miscela buon senso ad insensatezza (ad esempio che va bene togliere i professori associati dai concorsi perché sono influenzabili dai baroni… lasciando in mano ai solo baroni il giudizio –  qualcosa mi sfugge nel ragionamento 🙂 L’opinione pubblica si costruisce ancora massicciamente attraverso i media generalisti (TV e giornali, in primis), cosa che il governo ha capito bene costruendo una campagna sull’Università gestita con ottime strategie di pianificazione – un giorno magari ve ne parlo, ma è la stessa usata dal governo Blair grazie alla genialità di coordinamento di due consulenti come Peter Mandelson e Alistair Campbell.

I Rettori con la Gelmini, senza diritto di conoscenza diffusa. Le proposte sono intrasparenti, poco conosicute e certamente non arrivano a generare un dibattito pubblico – qui pesa una buona dose di autoreferenza del sistema universitario e la scarsa capacità di raccordarsi all’esterno, come se fosse solo una questione interna (sic!).

Oppure qui, ad esempio, con le narrazioni dei singoli che mostrano che dietro l’Università ci sono corpi vivi, che non tutto è equivalente e non tutti sono equivalenti.

Qui, con la possibilità di replica e di confronto, di portare “fuori” da sé le esperienze e codividerle.
Provare a produrre conoscenza su un’Università che non è trasparente neppure a chi la abita.

Molti studenti protestano utilizzando le argomentazioni prodotte dai media di massa per la mediazione dei partiti e delle sigle sindacali (quelle che restano :): partiamo invece da una competenza che deriva dall’esperienza, diffondendo con chiarezza i meccanismi di funzionamento del sistema università… il resto è demagogia.
Le conversazioni servono anche a questo.

L’università che verrà :(

Una sintesi del triplice problema che si pone con la legge 133/08 a.d. Gelmini: tagli alle risorse, blocco del turn over e possibilità per gli atenei di “mutarsi” in fondazioni; più qualche altra informazione di supporto di cui poco si parla ma che riguarda il lavoro delle Università ed il suo futuro.

Direttamente dagli stati generali dell’università di Milano riuniti in assemblea.

Ogni commento è superfluo, la discussione no.

L’università che verrà, secondo Grillo

Invitato da Stiglitz in occasione di una sua lezione alla Facoltà di Economia di Ancona, Beppe Grillo prende la parola, entra in collisione con parte della platea, viene supportato e criticato.

Ma questo è nelle cose. Quello che mi interessa è il discorso che ha fatto prima di andarsene, parlando ai docenti:

Siete persone finite, insegnate concetti vecchi.
Imetodo di insegnare l’economia di questi anziani docenti che si sentono bypassati da nuove regole, che non conoscono assolutamente la rete. Io volevo fare un discorso sulla rete, ma vedo che si oppongono con le unghie e con i denti; la rete taglierà fuori queste università barocche.
Ognuno poi è libero di pensare ciò che vuole, le università devono essere al centro di un pò di casino, no?
Se no se stiamo sempre lì a sentir parlare questo barocco ottocentesco dell’economia; non parlo di Stiglitz, ma di quasi tutti i docenti di oggi, che sono ancorati a principi vecchi.

Lo lascio qui. Se sarà il caso ne riparleremo.

Per capire il contesto…

[YouTube=http://it.youtube.com/watch?v=9coBqUXgJJM]

Cultura delle corporations e culture “dal basso”: verso la convergenza

Comincia stasera il corso “Share This!. Le culture partecipative dalla fiction a Second Life” dentro unAcademy.

L’idea è quella di ragionare assieme sul panorama contemporaneo dei media che è caratterizzato da una cultura della convergenza che si gioca nel rapporto tra cultura delle corporations e conversazione “dal basso”.
E’ sotto gli occhi di tutti: il pubblico dei media da semplice consumatore diventa vero e proprio produttore di contenuti che sono fondamentali per la costruzione e circolazione dei prodotti mediali e per conferire “senso”ai mondi mediali e alle culture connesse. Dalla produzione di micro contenuti ai cosplayers, dai fan agli “spoileristi”, dalle fan fiction alle fansubbing… le pratiche connesse alle culture partecipative rappresentano il nuovo territorio “politico” della realtà dei media.

La sfida è di lavorare su questi temi dentro SecondLife ed in particolare in unAcademy che, di per sè, è una cultura partecipativa.

Ma anche di riuscire a sperimentare forme di apprendimento universitarie che icnorporino i nuovi media e le loro possibilità.
Si, perchè questo corso è aperto agli studenti di Scienze della Comunicazione di Urbino e riconosce ufficialmente CFU (Crediti Formativi Universitari).

L’idea è quella di incorporare le nuove forme in modo ufficiale nel processo educativo, non lasciando che siano “stranezze” ad uso e consumo del myspace per adulti o episodi che includono i nuovi territori solo come oggetto della riflessione. Qui si tratta di “giocare” il processo educativo nei nuovi ambienti mediali, mashuppando studenti e utenti degli ambienti (si perchè il corso è aperto anche ai frequentanti di SecondLife), rendendo i percorsi del “sapere” e del “fare” connessi nella media education.

Update

Online le slide del primo incontro, alcune foto (by Annatorc) e una fantastica discussione di gruppo in puro clima fan culture in attesa mi riprendessi da un crash del PC (by Roberta Greenfield).

Dimenticavo: per arrivare all’aula qui.

Fare attenzione allo studente che verrà

L’università a venire. Ne avevo già parlato qui, ma anche qui e qui. E si lega anche a questo.
Vale la pena approfondire, di nuovo. Non allentare l’attenzione verso la mutazione.
Ho appena chiuso il corso di new media con un lavoro a gruppi (di cui parlerò in un altro post) che ha consentito agli studenti di utilizzare le loro conoscenze mediali e la loro capacità “al collettivo” di utilizzare il web come luogo di ricerca. Le presentazioni sono state montate con vocazione mutimediale abbondando di remix e mash-up, di attenzione equilibrata a forme e contenuti, a partire dalle loro abilità e sensibilità miscelate con le cose apprese.
Quest’anno, più di altri, la nuova generazione che usa e frequenta il web, che dispone di connessione, che utilizza più supporti, che sa trattare i contenuti, ecc. è sembrata emergere.
Occorre osservarla e pensare anche a coloro che stanno arrivando. Mi aspetto già critiche al post del tipo: “l’università non deve seguire i suoi studenti ma farli apprendere!”; “l’istituzione deve essere veicolo di cultura e non seguire mode mediali”, e anche cose più intelligenti ma il cui senso è poi questo.
Credo invece occorra riflettere sui dati. Farsi un’idea.
Questo video (segnalato da post-human) è un buon punto di partenza. In parte risponde anche alla domanda: Perchè chi si occupa di media studies dovrebbe sentirsi chiamato più in causa degli altri?

[Youtube=http://www.youtube.com/watch?v=aEFKfXiCbLw]