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L’ecosistema di Facebook dopo l’acquisto di WhatsApp

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Facebook acquista WhatsApp e rafforza la sua posizione evolutiva.

Il costo è di 16 miliardi di euro a ne vanno aggiunti altri 3 per fondatori e dipendenti, come raccontato nell’annuncio nella newsroom. Meno di 1 anno fa l’acquisto di Instagram era stato fatto per 1 miliardo, che era il doppio del valore. SnapChat aveva rifiutato di farsi comprare per 3 miliardi. Era diventato strategico seguire la strada che porta i giovani fuori da Facebook e dentro sistemi di Instant Messaging.

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La cultura della “circulation” e il diritto di sharing

Il contesto dell’editoria sta cambiando. Pensiamo a come la circolazione di contenuti su Blog e siti di social network stia mutando il principio di diffusione di articoli ed il loro consumo.

La raccomandata che l’Editrice La Stampa invia ad una lettrice che condivide articoli all’interno del suo album su Facebook, come foto di pezzi che le interessano, è indicativa del cambiamento di scenario.

Possiamo copiare, scansionare, fotografare e rendere condivisibili gli articoli di un quotidiano, fare circolare le copie in PDF che riceviamo in abbonamento, e così via. E possiamo sempre più interrogarci sulle ricadute legali dei nostri gesti di sharing online di contenuti e scoprire quanto quotidianamente siamo complici nel far circolare anche contenuti di cui non possediamo i diritti.

Ma il punto è che la circolazione è una caratteristica strutturale del sistema editoriale al tempo del web sociale, un elemento che viene spesso sollecitato e sfruttato ma tollerato solo quando il controllo della circolazione è nelle mani dell’editore.

Allora va benissimo se fai like ad un contenuto che io quotidiano rendo potenzialmente condivisibile su Facebook e lo porti sul tuo profilo dandogli un valore relazionale, quello di segnalazione alla tua rete di friend. Ma se porti online qualcosa che io avevo lasciato offline non mi va molto bene.

Da una parte abbiamo certamente bisogno di sviluppare buone pratiche di riconoscimento dei diritti nella circolazione (basta segnalare la fonte, ad esempio), dall’altra abbiamo necessità che la cultura della circulation diventi parte strutturante delle nostre norme e delle pratiche di impresa.  Anche perché il mercato va sempre di più nella direzione di un engagement del cittadino/consumatore che passa da remixabilità e mashup di contenuti, di sconfinamenti glocal degli stessi e di pratiche di sharing: stiamo progettando sempre più contenuti adatti alla circulation e diffondendone la cultura, salvo, poi, irrigidirci quando questo principio entra nelle pratiche dei consumatori/cittadini al di fuori del nostro stretto controllo.

La raccomandata inviata al cittadino/consumatore magari è solo un inciampo legale all’interno di una testata che è senz’altro sensibile al digitale. Non mi concentrerei quindi in polemica su questo fatto. Lo trovo solo un sintomo di un mutamento in atto che dobbiamo cominciare ad accettare e saper trattare sui due lati: da editori e da lettori.

 

 

Dondolarsi sull’Amaca: Twitter è il (brutto) messaggio

L’Amaca di oggi di Michele Serra ha sollevato un dibattito sul web, in particolare su Twitter, chiamato in causa come generatore di “un linguaggio binario” teso tra le dicotomie del “a favore”/”contro” quando viene usato nella logica del doppio schermo che ci porta a fruire dei contenuti televisivi con il PC sulle gambe e le dita pronte ad un commento veloce e connesso.

Sul determinismo tecnologico contenuto nell’affermazione di Michele Serra, il suo fare il verso a McLuhan con un: “Twitter è il (brutto) messaggio”, si sono soffermati sia Fabio che Davide, con argomentazioni anche taglienti. Vale la pena ricordare che il rapporto di causalità tra tecnologie mediali e forme sociali non è lineare ma circolare e di tipo negativo: se non A non B. Il torchio non ha prodotto il protestantesimo ma senza torchio nessun protestantesimo. E senza Twitter nessuna rivoluzione, come le abbiamo viste. Le tecnologie hanno una natura abilitante non determinante e, certo, non sono neutre.

Sulla correttezza di alcune sue considerazioni relative all’effetto “polarizzazione” dei giudizi ha già detto Claudia – perché noi siamo comunque una nazione cresciuta televisivamente al Bar dello Sport commentando con gli amici quello che si vedeva nello schermo in alto a destra sopra il bancone e con la metacomunicazione della Gialappas che ironizzava con un doppiaggio radio sugli appuntamenti video più massmedialmente rilevanti. Vale la pena soffermarsi sul fatto che farsi investire dai tweet contenuti da un #hashtag non “curato” mostra statisticamente la divisione netta del tipo “a favore”/”contro”, le sfumature possono essere ricostruite in chiave conversazionale selezionando e ri-aggregando con tecniche di social media curation fatta da chi sa gestirla o adottandola come opzione cognitiva.

Vale la pena poi soffermarsi sulla funzione “irritativa” che ha avuto l’Amaca di Michele Serra in un’Italia che da una parte si prepara a varare l’Agenda Digitale e dall’altra sembra operare una delegittimazione culturale del web attraverso i media.

L’irritazione sembra derivare da uno scarto culturale che ha a che fare con l’appropriazione di mezzi e linguaggi, con la scarsa comprensione dei contesti d’uso, con la generalizzazione  di una sua esperienza di secondo livello (“uno che ha Twitter mi legge che…”) che lo porta a sintetizzare come in un tweet “Twitter mi fa schifo. Fortuna che non Twitto…”…

L’irritazione deriva anche dal modello di dialettica che si è generato, quella stessa dialettica che Michele Serra sostiene sia assente dai lapidari commenti ai programmi televisivi su Twitter incapaci di sospingere“ il discorso in avanti, schiodandolo dal puerile scontro tra slogan eccitati e frasette monche” . Una dialettica costruita da Michele Serra che scrive su un quotidiano, persone che rispondono su Twitter o Facebook o attraverso i loro blog e Michele Serra che risponde alle polemiche con un’intervista telefonica che gli sintetizza leggendogli pochi tweet (Sic!) il dibattito, telefonata montata come video per Repubblica TV che sfrutta il traffico generato dal “popolo della Rete” (vi metto dispettosamente il link all’embed che fa ilPost).

Il fatto è che all’arte oratoria e alla retorica del soggetto unico con doti elitarie si affianca quella generata dallo storify collettivo e confusivo di un moltiplicarsi di voci che si rincorrono, piene anche delle loro emotività e contraddizioni. Alcuni seguono questo flusso che si intreccia tra spazi digitali e non digitali, cercando di isolare dal rumore di fondo (lo descrive bene Serra nell’audio intervista) gli elementi di innovazione, le idee, quelle emergenze della comunicazione che preludono ad un cambiamento. Altri invece continuano a parlare da zone recintate, dondolandosi magari su un’amaca.

Quello che resta è un clima sociale sul digitale particolarmente confuso ed umorale che spesso schiera da una parte i media generalisti e dall’altro “il Popolo della Rete” – declinato in “il Popolo di Facebook”, “il Popolo di Twitter”, ecc. E mi sembra che in realtà esista una tensione, un conflitto latente che prelude a qualcosa d’altro, ad uno scarto, che non sarà solo generazionale né solo culturale, ma che rende evidente come sia sempre meno possibile negoziare le differenze – giovani/adulti, nativi/immigrati, ecc. – uno scarto bio-cognitivo che preme per un suo salto evolutivo.

Niente sarà più come prima: la percezione sociale della Rete

Dopo amministrative e referendum i media mainstream gridano al successo del popolo di Internet. Dentro il web  si dice che non ci si deve entusiasmare. Eppure qualcosa è successo e, credo, che niente sarà più come prima.
È da oggi che il web sociale è entrato nella cultura italiana.

Ho provato a cominciare a spiegare i miei “perché” su Apogeonline nel pezzo Lo scarto culturale che s’inizia a percepire.

Alcune cose ci tengo a ribadirle qui, nella mia casa-blog, come primo tassello per la riflessione specificando un po’ meglio alcuni punti.

1. Sappiamo che una delle caratteristiche della cultura digitale è quella di promuove una dimensione partecipativa. In una prima fase delle forme di “appropriazione” del mezzo tecnologico (social network, blog… ) e di “articolazione” dei discorsi attraverso il mezzo, la partecipazione è stata giocata solo sul versante dell’inclusione: stare in Rete voleva dire principalmente essere always on, continuamente disponibili alla comunicazione tout court. Questo dato vale in particolare per i giovani, che incorporano la Rete nelle loro pratiche quotidiane come strumento di stabilizzazione delle relazioni sociali. In questa prima fase non abbiamo assistito ad una traduzione delle pratiche in forme di cittadinanza attiva se non come pura eccezione, come accidentalità nella gestione delle relazioni sociali attraverso, ad esempio, i social network.

Credo che le esperienze degli ultimi anni in Italia, anche a partire dal quel fenomeno unico che è stato in Popolo Viola (prendetelo come fenomeno in sé e per sé, senza per ora curarci del suo lato “politico”) con la sua capacità di mostrare la possibilità di ideazione ed auto-organizzazione attraverso la Rete (in particolare con la costituzione di gruppi su Facebook), ci abbiano insegnato che la strada della cittadinanza culturale può passare anche da questo territorio.

In particolare colpisce la mutazione, rispetto alla serie storica, della partecipazione dei giovani ai referendum:

A trainare il quorum sono stati i giovani, che si sono recati alle urne in percentuale maggiore rispetto a tutte le altre fasce d’età messe insieme.

Oltre il 64%, come si vede, la percentuale degli under-24 che sono andati alle urne: un risultato davvero importante e che stacca di 10 punti quasi la percentuale media sulla quale si è assestato il dato finale dell’affluenza, che partendo dal picco dei giovani declina fino al relativamente scarso interesse degli ultra 65enni sui temi referendari.

Non sono in grado di mostrare una correlazione scientifica fra partecipazione referendaria dei giovani e attività online ma credo che possiamo utilizzare questo dato come una “spia” da monitorare. La mia sensazione è che ci troviamo di fronte ad uno shifting significativo: siamo probabilmente di fronte al passaggio dall’incorporazione della Rete come modo per essere inclusi nella comunicazione a un utilizzo che ha a che fare con forme di engagement adatte alla costruzione di una cittadinanza attiva e partecipe della cosa pubblica.

2. La Rete sta funzionando da elemento nuovo, nel panorama mediale, di stabilizzazione delle aspettative sulla realtà.

Provo a spiegarmi.

È vero, siamo ancora ancorati ad un mondo dell’informazione che fruiamo attraverso i media generalisti:

Per il 58 per cento dei 25 milioni di italiani che usano Internet almeno una volta alla settimana, la tv, le radio e i quotidiani restano la prima fonte d’informazione

Ma cresce un comportamento di approfondimento ancorato al web: “ il 63 per cento si affida ai motori di ricerca e a siti e blog d’informazione”. Ancora troppo generico, considerato che i media generalisti hanno le loro basi in Rete, dunque stiamo parlando spesso della stessa piattaforma informativa alla quale si affiancano tasselli di novità.

Eppure credo che il modo che abbiamo di filtrare questa informazione online e di percepirla come materia viva, passi sempre di più dalla stretta relazione che si crea tra generazioni di contenuti da parte degli utenti e relazioni sociali. Sempre più spesso il seguire aggiornamenti sulle news dipende dal frequentare un flusso di relazioni online (Twitter? Facebook?…) che segnalano, commentano, condividono, taggano… Il nostro modo di soddisfare il nostro fabbisogno informativo quotidiano vede accanto a strutture che selezionano per noi (testate online, portali, ecc.) la presenza della rete di friend. Come dire: la fruizione dell’informazione trova un contesto mutato in cui radicarsi. Per fare un esempio banale, è come quando un amico ci passa un giornale e ci dice “leggiti questa notizia e dimmi se non ti sembra che questo politico sia uscito di testa”, che è un po’ diverso dalla fruizione solitaria delle news. In sintesi: ci stiamo abituando al consumo “partecipato” dell’informazione e a un contesto di fruizione che contiene la dimensione emotiva delle relazioni sociali. Così capita sempre più di farsi un’idea in Rete di cosa stia accadendo e di andare a cercare in rete quelle risposte che non troviamo subito sui media generalisti (“Ma perché Concita ha lasciato la direzione dell’Unità? Cosa c’è sotto”).

3. La Rete ci sta abituando ad un coinvolgimento “intimo” e diretto in pubblico, ridefinendo così anche il nostro modo di pensare la sfera pubblica e le sue forme di rappresentazione della società e dei suoi temi.

Siamo sovra-esposti, e questa diventa sempre più una modalità “normale” e stabile di risiedere online. Elementi informativi ed elementi emotivi e relazionali si intrecciano rendendo complesso l’ambiente in cui ci muoviamo per sapere, conoscere, dibattere. Il vissuto quotidiano si aggancia spesso a temi di interesse generale (i tanti gruppi sull’acqua come bene pubblico “localizzati” ne è un esempio).  Detto altrimenti:

Blog e social network cambiano i modi della conversazione e dell’ascolto ed i modi di osservare ed elaborare gli eventi dell’esistenza. Eventi che non sono più fatti strettamente privati ma possono diventare oggetto di comunicazione pubblica. Alla trasparenza dei temi e del sapere esercitati dal modello classico di sfera pubblica (penso ad Habermas) si connette oggi una trasparenza degli effetti sui vissuti, a partire dai vissuti stessi e dalla possibilità di metterli in connessione. Non si tratta più di avere temi in astratto ma di connettere tale astrazione in modo concreto agli individui.

La dimensione informativa Iperlocale si intreccia così alla rete di amici e all’apertura di pubbliche amministrazioni verso i cittadini (avete notato il fiorire di pagine su Facebook create dai comuni? Oppure i molti amministratori – i Sindaci, naturalmente – che si attivano nel creare spazi online di dibattito con i cittadini?).

Insomma: le sfere pubbliche si moltiplicano e si (auto)rappresentano in molti modi nuovi e complessi che dobbiamo cominciare ad esplorare.

Media Mutations

Nei prossimi giorni mi troverò a discutere delle frontiere del “popolare” tra vecchi e nuovi media al convegno Media Mutations, un’importante occasione di confronto sui territori della “mutazione” in campo audiovisivo che il DAMS di Bologna e la Soffitta organizzano.

Come scrive Claudio Bisoni nell’introduzione al tema:

Nel corso del Novecento è stato un luogo comune definire il cinema o la televisione come media di massa. Ma questi old media oggi, nel circuito intermediale reso possibile dalla rivoluzione digitale, hanno visto eroso e ridefinito il terreno della pro- pria popolarità. In che modo è possibile ripensare in prospettiva estetica e mediologica le categorie di ‘massa’ e di ‘popolare’ proprio in un periodo in cui anche in campo politologico queste stesse categorie sono al centro di una nuova attenzione? Esiste ancora la dimensione-massa?

Oggi dobbiamo rivedere le cose. Ed occorre ripensarle per capire meglio le prospettive di evoluzione del mercato del cinema e della televisione, per comprendere le nuove audience e i fenomeni emergenti che vedono al centro le dinamiche di convergenza fra le grammatiche delle conversazioni dal basso e le logiche dei media mainstream.

Da parte mia cercherò di spiegare come l’esperienza dell’intrattenimento audiovisivo novecentesco abbia avuto le sue radici , da una parte, nell’idea di pubblico – che costituisce il nuovo soggetto “moderno” sulla scena – e, dall’altra, in un’industria culturale che ha prodotto forme di rappresentazione grazie a professionisti che hanno lavorato esaltando i meccanismi di spettacolarizzazione di opere “chiuse” (mono-medialmente) ma che hanno vocazione di mercato per il franchise. Questo contesto si trova oggi ad essere mutato sui due lati in modo significativo: la realtà transmediale, da una parte, e quella corrispondente dei pubblici connessi, dall’altra, stanno caratterizzando in modo nuovo forme di produzione e fruizione dell’audiovisivo, secondo percorsi inediti in continua evoluzione.

I prodotti transmediali rappresentano oggi la risposta del mondo dell’industria culturale al mutamento dei bisogni di informazione ed intrattenimento di un nuovo soggetto che si presenta sulla scena sociale e sul mercato: il pubblico connesso. Ma sono ancora spesso ancorati a logiche e linguaggi del ‘900 e dovranno imparare (e sperimentare) nuove logiche di messa in relazione con uno spettatore/consumatore che comincia ad acquisire la consapevolezza di non essere più unicamente oggetto di comunicazione – che delega la rappresentazione di sé stesso, delle proprie aspirazioni e del proprio immaginario all’esterno – ma diventa soggetto di comunicazione in grado di partecipare a processi co-creativi attraverso forme di riappropriazione (di sé stesso, delle proprie aspirazioni e del proprio immaginario) sempre più profonde.

Spot.us e la sfida dei pubblici connessi a questo giornalismo

Il contesto di cultura convergente che porta la sfida dei pubblici connessi ai modi di produzione di contenuti di informazione ed intrattenimento, sembra aver aperto, anche nella realtà italiana, una piccola faglia nel mondo del giornalismo. Parlo di progetti come Dig-it a Youcapital e Spot.us Italia che abbiamo cominciato ad osservare come forma di disintermediazione (nuova modalità di intermediazione leggera?) tra lettori e giornalisti.

Ho spiegato altrove, nella rubrica Mutazioni Digitali, il rapporto che secondo me si va delineando nel contesto culturale italiano e che pone differenze rispetto alle esperienze anglosassoni.

Per osservare più da vicino le motivazioni ed i bisogni di informazione su cui questi progetti fanno leva ne ho parlato con Federico Bo, che assieme a Antonella Napolitano e Antonio Badalamenti è responsabili della trasposizione italiana di Spot.us.

Ecco la versione completa del confronto avuto con Federico.

[GBA] Com’è nata l’idea di sviluppare in Italia un progetto come quello di Spot.us, anzi di portarlo in franchising?

[FB] Io e Antonio Badalamenti, giovane economista e project manager, ci siamo occupati per quasi un anno di un progetto legato a giornalismo e web. A febbraio, per dissidi con gli altri due soci, lo abbiamo lasciato. Ci siamo chiesti se dovevamo sprecare esperienze, contatti, informazioni, strumenti – una piattaforma che avevo messo su per il precedente progetto – accumulate fino ad allora. La risposta è stata: no. E abbiamo rilanciato. Ci diciamo:”Portiamo in Italia la filosofia di Spot.Us”, un progetto americano, spesso presente nelle nostre discussioni. Conoscevo da Kublai Antonella Napolitano, che si interessa tra le altre cose di informazione indipendente e giornalismo. L’ho chiamata per coinvolgerla. Scopriamo che Antonella conosce David Cohn, l’ideatore di Spot.Us! Tramite lei ci mettiamo in contatto con David, chiedendogli consigli, appoggio e il permesso di utilizzare il nome “spot.us” (il “brand”…); David non solo è d’accordo, è entusiasta e ci propone di entrare in un suo gruppo che raccoglie tutti coloro che tentano di esportare in altre città degli Stati Uniti e di altre nazioni la filosofia Spot.Us. Il nostro impegno con David è quello di tenerlo informato e di cercare di costruire insieme un ecosistema tecno-sociale dedicato all’informazione indipendente improntato agli stessi principi e ideali.

Io mi occupo dell’infrastruttura tecnologica e della gestione generale, Antonio della parte finanziaria e dei contatti con finanziatori, partner ecc., Antonella della promozione e della redazione. Ma ovviamente il più delle volte non ci sono confini netti: siamo così in pochi che dobbiamo occuparci di tutto.

[GBA] Secondo te quale tipo di cittadini e giornalisti si lasceranno coinvolgere?

[FB]  Giornalisti in grado di cogliere il cambiamento in atto nel loro settore, a loro agio con le nuove tecnologie e con le nuove filosofie della Rete, attenti al territorio dove vivono e lavorano, ansiosi di poter produrre e pubblicare contenuti di qualità, in grado di esplorare la realtà oltre la superficie.

Cittadini che hanno scoperto il potere aggregativo e partecipativo della Rete, stufi di vedere una rappresentazione distorta e addomesticata della realtà imposta loro dalla quasi totalità dei media mainstream. Cittadini e lettori attivi, responsabili, attenti, in grado di rivelare storie, vicende, fatti e misfatti che avvengono vicino a loro, nel loro quotidiano. Lettori attivi, che non solo vogliono finanziare le inchieste, ma vogliono contribuire con il loro impegno, collaborando con il reporter che effettua l’inchiesta. Ho sempre in mente l’esperimento del Guardian, che ha “arruolato” i lettori per spulciare tra le migliaia di documenti dell’inchiesta sulle note spesa gonfiate dei parlamentari.

[GBA] Non ti sembra che ci siano prospettive diverse rispetto al modello anglosassone che dipendono dalla cultura giornalistica e politica del nostro paese? E quindi: quali limiti del crowdfunding e quali inchieste possibili?

[FB]  Secondo me non è un caso che la nostra, come altre iniziative simili, stiano nascendo in Italia prima che in altri paesi europei. La “fame” di giornalismo d’inchiesta è alta ovunque – proprio oggi la Reuters dice che i lettori divorano i servizi d’inchiesta, 10 a 1 rispetto agli altri – ma in Italia questa domanda, sotterranea ma palpabile, è prioritaria (vedi il successo di trasmissioni “di resistenza” come Report). Dico, riprendiamo e riprendiamoci il racconto della realtà, la realtà che vive oltre la superficie, al di là degli slogan, dietro l’(auto)-illusione

Il crowdfunding è un sistema nuovo – almeno concepito in questo modo, Telethon esiste da anni, quindi tutto da sperimentare. Noi speriamo, da un punto di vista tecnico, di affiancare le donazioni via PayPal a sistemi di pagamento via sms, più famigliari a molti cittadini.

Siamo convinti che le inchieste legate al territorio (lo so, parola abusata e logorata…), al quotidiano, al mondo del lavoro saranno quelle che più beneficeranno di questo sistema di finanziamento, grazie anche alla possibilità, per reporter e cittadini, di entrare in contatto tra di loro. La georeferenziazione e la ricerca per competenze dei reporter potrebbe essere uno strumento utile, per esempio.

Pensiamo anche a tutte le associazioni, i comitati o i gruppi che si auto-organizzano online per sostenere una causa o denunciare una situazione: ottimi “committenti” per questo tipo di inchieste.

Inoltre le testate giornalistiche, specie quelle locali o quelle online, potrebbero beneficiare del sistema che permette loro di finanziare anche solo il 50% delle inchieste (che lo ricordo possono essere articoli, fotoreportage, videoinchieste) per poterle pubblicare in anteprima.

Pensiamo di cooperare anche con altri progetti in qualche modo legati al nostro, perché con sperimentazioni di questo tipo è auspicabile un ecosistema collaborativo piuttosto che solo competitivo. 4. ci sono già inchieste in campo o che prevedi?

Per il momento siamo in fase di “rodaggio”: accogliamo le prime proposte dei reporter, spieghiamo loro il modo migliore di presentarle e di sostenerle, facciamo “call” per spingere i reporter a iscriversi ma soprattutto a fare proposte.

L’operazione più difficile sarà far conoscere e apprezzare ai cittadini l’esistenza di questa nuova forma di giornalismo collaborativo, questa join venture tra cittadini e professionisti dell’informazione.

[GBA] Una riflessione a margine …  con il fatto che l’agenda viene dettata da coloro che desiderano fare un’inchiesta e che le inchieste vengono fatte se vengono finanziate… nel contesto italiano ci potrebbe essere il rischio di finanziatori “occulti” ad hoc (sia delle minoranze politiche che possono far emergere i disagi calcando la mano o nelle maggioranze, per ragioni diametralmente opposte?)

[FB]  Il rischio esiste. Noi abbiamo fatto in modo che un singolo non possa versare più di 50 euro per inchiesta; inoltre è pubblico l’elenco di finanziatori di ciascuna inchiesta.

Il meccanismo migliore è quello stile “wikipedia”: se anche un gruppo finanzia un’inchiesta “di parte” un altro gruppo può finanziare una contro inchiesta. E comunque le inchieste sono soggette a supervisione dalla redazione, che effettua un controllo sulla qualità, le fonti citate, i dati e le informazioni raccolte per evitare la pubblicazione di inchieste senza basi solide e smaccatamente “di parte”.

Westward Google: cartoline americane

Siamo negativamente colpiti dall’odierna decisione di condanna di alcuni dirigenti della Google inc. per la pubblicazione su Google di un video dai contenuti offensivi. Pur riconoscendo la natura biasimevole del materiale non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider. Il principio fondamentale della libertà di internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione e viene tutelato da quanti hanno a cuore tale valore.

Queste le parole che gli Stati Uniti d’America fanno calare come macigni sul caso Italiano Google-ViviDown per bocca dell’ambasciatore americano a Roma David Thorne.

Ora, proviamo a distinguere il lato tecno-giuridico da quello tecno-culturale.

Si dice: “non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider”.

Tecnicamente, però, non essendo stato riconosciuto agli imputati (tre dirigenti Google) il reato di diffamazione (in associazione a quello di lesione del diritto alla privacy) sembrerebbe scampato il pericolo di una censura preventiva richiesta agli hosting provider, come affermano gli avvocati Giuliano Pisapia e Giuseppe Vaciago, legali dei tre dirigenti di Google (cosa di cui, leggendo quanto scrive Elvira su Apogeo, non sarei del tutto certo).

Diciamo che comunque sembra che la sentenza abbia cercato di evitare il “pericolo giuridico e culturale”, così lo definisce Vittorio Z., visto il clima del Paese. Anche se – aspetteremo di leggere la sentenza – il vero rischio sarebbe nel veder collassare queste strutture web di disintermediazione sulla pubblicazione dei contenuti dentro le maglie del (pessimo) decreto Romani, ad esempio con una sentenza che sostenesse che “ Google aveva obbligo di registrarsi presso l’autorità delle comunicazioni e della privacy (sono due diverse) come stazione televisiva, assumendone quindi gli obblighi”.

E qui troveremmo tutto il limite di una classe dirigente (politica, giuridica, amministrativa, ecc.) profondamente televisiva, incapace di uscire dal proprio immaginario di egemonia mediale sulle masse – ne ho già scritto qui, quindi non torno sulla cosa.

Sul versante tecno-culturale, invece, il fatto che la voce del Governo americano si faccia ufficialmente sentire in queste ore  non è una questione di poco conto.

La Casa Bianca ha infatti formalmente legittimato la mutazione in atto sostituendo al termine “social network” quello di “social media” e legittimato, corrispondentemente, i nuovi strumenti del comunicare interpersonale-di-massa e lo scenario sociale che si sta generando.

Dobbiamo portare l’informazione, i nostri atti amministrativi dove le persone vivono e discutono, perché questa è la strada per ampliare ed arricchire la nostra presenza ed avere una relazione diretta con la gente

Siamo così inevitabilmente precipitati dentro una realtà in cui le pratiche legate agli User Generated Content si legano alle piattaforme di produzione e distribuzione connessa come Facebook, Twitter ecc. e quelle di blogging in modi indissolubili e nuovi.

Non prendete la cosa come fosse “letteratura”, speculazione intellettuale, ma dal punto di vista degli interessi economici in gioco. L’America dicendo quello che dice intende: l’innovazione per me passa dalla Rete e come Paese io sostengo politicamente e culturalmente questa trasformazione socio-economica. E l’Italia? L’Italia delle televisioni e degli editori di carta che con fare sonnolento sono adagiati sulle loro audience e pubblici polverizzati mentre questa condizione si sta lentamente dissolvendo, l’Italia della cultura e della politica, cosa sta facendo?