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La balcanizzazione di Facebook

Un po’ di tempo fa abbiamo discusso al festival di cultura digitale MedioEra con Antonio Pavolini e Alessio Jacona della mainstreamizzazione dei social media, di come una normalizzazione del loro uso nelle nostre vite ed una diffusione di massa abbia dato vita ad una sorta di balcanizzazione.

Questo è il video della nostra chiacchierata, giocosa e leggera ma che voleva mettere a fuoco temi che sempre di più oggi sono rilevanti.

L’Eco di imbecilli e web: la cartina di tornasole di un dibattito che non vogliamo fare

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Chiariamoci: il dibattito sulle parole di Umberto Eco sugli imbecilli ed il web si è da prima trasformato in uno scontro di civiltà “quelli-della-rete vs quelli-di-Eco” dove il nulla si confronta con il nulla.

Qua e là emergono, poi, ragionevoli sintesi, come quella di Dino Amenduni​ per Valigia Blu​ o di Mario Tedeschini Lalli​.

Quello che dobbiamo notare è invece come venga data rilevanza pubblica ed amplificazione mediale alle parole di Eco, parole sollecitate dai giornalisti a margine della sua laurea honoris causa a Torino. Non nella lectio tenuta: una differenza che fa differenza.

Perché il web polarizza ma il giornalismo non è da meno.

Si tratta della cartina di tornasole di un pregiudizio radicato tra progressisti e reazionari che schiaccia ogni dibattito italiano sul web e che impedisce di osservare quanto sta accadendo NON dentro la rete ma nella nostra società a proposito della rivoluzione digitale.

È un dibattito che impedisce di percepire il mutamento della nostra comunicazione quotidiana nella mediazione perenne e connessa; distoglie lo sguardo dal mutamento che attraversa il mondo dell’informazione immaginando una reductio ad unum di quello che accade online (luogo di ogni imbecillità o di virtù teologali); confonde il diritto all’opinione diffusa con la nostra incapacità di selezionare i contenuti o le difficoltà che abbiamo nel dare valore alla condivisione (cosa non ci frena dal condividere uno status imbecille? Probabilmente la stessa cosa che non ci frena nel riportare un pettegolezzo o fare cori razzisti allo stadio) …

Ed è interessante che serva la voce (un po’ roca) di Eco per fare attizzare uno pseudo-dibattito nell’opinione pubblica (o in quello che i media – e penso al giornalismo in questi giorni – pensano di rappresentare in chiave modernista).

Condurre l’opinione pubblica lungo le strade di questo dibattito polarizzante, costruire un immaginario della rete come un territorio di imbecilli o di saccenti difensori a prescindere – talvolta al limite del negazionismo: essù in rete ci stiamo e delle cose ne vediamo, come nella vita, di belle e di strazianti, di cattive e di esaltanti – forse è una via che dovremmo smettere di percorrere.

Parliamone, quindi, di questo vivere connessi, del cambiamento dei nostri costumi, di come la rivoluzione digitale in atto pervada ambiti della nostra scuola, del lavoro e dell’intrattenimento… Ma evitiamo gli scontri di civiltà. O i vaticini. O di spacciare opinioni per fatti. Anche quelle dei guru della comunicazione. Finanziamo più ricerca. Costruiamo occasioni pubbliche per confrontarci su realtà analizzate e non su impressioni. Basta col chiedere e dare le nostre opinioni sul “popolo del web”.

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O finiremo per essere convinti che il cambiamento lo si supporta portando le LIM o i tablet nelle scuole, suggerendo che basta la tecnologia per riformare l’insegnamento. O che la civiltà stia nei cartelli messi in alcuni ristoranti che invitano a parlare con chi hai di fronte e non con chi sta nel tuo cellulare, suggerendo che meno siamo digitali e più siamo sociali.

Il Re (della privacy) è nudo

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L’adagio con cui Mark Zuckerberg ha aperto gli anni ’10 risuona ancora nei nostri comportamenti:

Ormai gli utenti condividono senza problemi le informazioni personali online. Le norme sociali cambiano nel tempo. E così è anche per la privacy

Forse quella del CEO di Facebook è una dichiarazione prodotta in un mix fra osservazione diretta di come disperdiamo online informazioni in tempo reale sulle nostre vite (gusti, comportamenti, relazioni, ecc.) e un desiderio che è un obiettivo d’impresa: collocarsi all’interno del mercato dei metadati.

Abbiamo infatti visto nell’ultimo anno emergere con forza la buzzword “Big Data” associata all’idea di tradurre in utile d’impresa l’analisi – magari in tempo reale – di tutta quella mole di dati che rilasciamo tra geolocalizzazioni e like, tra le sollecitazioni di recensioni e post in cui diffondiamo il culto dei brand.

Abbiamo però anche assistito, contemporaneamente, al grido “il Re (della privacy) è nudo” lanciato da Edward Snowden che, attraverso l’emergere mediale del Datagate, ha mostrato come la sorveglianza di massa sia una pratica governativa e non solo di mercato.

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Dentro e fuori da Facebook: lo sfolgorante scintillio delle relazioni sociali mediate online dopo la corsa all’oro

Gli ultimi cinque anni di evoluzione della Rete in Italia hanno cambiato la nostra esperienza di stare online e, complici le riflessioni aperte a fine anno sulla relazione fra blog e social network, sta emergendo un dibattito culturale “critico” che mette in prospettiva il nostro modo di affrontare i prossimi anni sul web.

Credo, infatti, che siamo andati un po’ più in là rispetto alle solite  riflessioni “ombelicali” della blogosfera o di una supposta élite della socialsfera. Una riflessione che parte dalle esperienze personali di coloro che hanno vissuto da early adopters lo sfolgorante scintillio delle relazioni sociali mediate online da blog e social network e che si trovano a ripensare il loro modo di “stare” online, che poi significa ripensare l’equilibrio fra pubblico e privato in uno spazio che fa della propria esposizione la cifra esistenziale.
Luca Conti, spiegando la sua parabola personale su Facebook, ci racconta di come sia passato da una sua presenza sul social network caratterizzata dalla strutturazione di rapporti personali alla consapevolezza di gestione della sua “persona pubblica” che lo ha portato a trasformare il profilo in una pagina e, poi, di sfruttare strategicamente la doppia impostazione di privacy concessa da a. possibilità di rilasciare contenuti pubblici che vengono letti anche da chi non è friend, b. “cerchiare” i friend consentendo gradi diversi di accesso ai suoi contenuti personali.
Una parabola che prendo ad esempio per evidenziare l’emergere di una consapevolezza circa la necessità di mettere a tema e focalizzare meglio la relazione tra dimensione pubblica e privata ai tempi del web sociale nella costruzione e gestione della propria identità. Una consapevolezza non solo di Luca ma di tutti quelli che sono entrati in un territorio digitale strutturato attorno a rapporti personali (forti o deboli che siano) di amici della propria vita quotidiana, colleghi di lavoro e persone “conosciute” online che in pochi anni è evoluto in direzione di massa per chi, come lui, ha una forte dimensione pubblica online data dalla sua attività di lavoro:

il fatto che Facebook ci permetta di esprimere noi stessi secondo alcune modalità e non altre, genera una immagine di noi stessi che non corrisponde esattamente a chi siamo, ma una parte di noi. Lo stesso vale per le dinamiche di relazione, costrette entro certi meccanismi e non altri. Ciò alla lunga influenza il modo in cui gli altri ci percepiscono e noi stessi ci percepiamo e non è un bene. […]Non l’unico modo con cui ci presentiamo al mondo e in cui ci rispecchiamo, ma una tessera del mosaico della nostra identità, con altre tessere reperibili online e offline.

Eppure nel ripensare il nostro modo di stare su Facebook possono emergere anche le condizioni che rendono “necessaria” la nostra presenza. Lo spiega bene ad esempio Fabio:

Per quanto annoiati, infastiditi, arrabbiati e forse perfino preoccupati, gli italiani sono ancora lì. Soprattutto, gli amici sono tutti lì. Quelli in carne e ossa, ma anche i tanti conosciuti in questi mesi sulla bacheca del blog o su quella personale. Persone magari mai incontrate per strada, ma di cui ho imparato ad apprezzare gli argomenti, capirne gli interessi, a volte perfino a ridere delle reciproche manie. Una umanità troppo varia e interessante per recidere i ponti digitali e lasciarmi sull’altra sponda del fiume, dove non giunge Facebook

Anche Giacomo Cannelli ha ripensato la sua posizione in Rete e ha deciso di cancellarsi da Facebook –  anche se sappiamo che i nostri dati verranno conservati per sempre e che, quindi, semplicemente non siamo più accessibili. Qui mi sembra che il punto sia quello di mettere a tema le possibilità di auto-osservazione della propria vita pubblica(ta) e del rapporto con l’oblio. Una scelta che, in definitiva, è quella di liberarsi dalla diacronizzazione della timeline:

Ha senso avere sempre tutto davanti a noi? E se avere tutto il nostro passato davanti agli occhi ci facesse prendere decisioni che altrimenti non avremmo preso? Lo so divento cervellotico. Ma è così. La mente dimentica. Ricorda quando serve. Certe volte scordarsi di qualcosa è una cosa positiva. Altre volte no. Ma siamo noi a deciderlo. In questo modo tutta la nostra esperienza rimane “stampata” sulla nostra timeline. Arriverà un giorno in cui sarà impossibile dimenticare. Non so se voglio arrivare a quel giorno.

Cinque anni in Rete su Facebook. Un tempo che ci ha permesso di metabolizzare l’effetto “nuovo mondo” e relativizzare “la corsa all’oro” che ha visto produrre nel tempo pagine ghost town e cittadine fiorenti. Iniziare questo 2012 con uno sguardo critico ci aiuterà, forse, a prendere le distanze dal mito che “l’Ovest online” ha prodotto e distinguere meglio la pirite.

Vertigine della lista

È difficile sintetizzare per punti delle buone regole per abitare in Rete sui social network. Molto di più se pensiamo poi a come farlo nella convivenza con i nostri figli. Un po’ per gioco ho provato a tirare le fila alla fine del piccolo saggio “Facebook per genitori” con 15 regole (le trovate anche su La Stampa). Ovviamente si tratta di un modo di giocare con la cultura digitale. Ma è un gioco molto serio che ha a che fare con i modi che avremo di interpretare il nostro futuro (e quello dei nostri figli) all’epoca del web sociale. Per fare sì che non si tratti di un semplice elenco ho provato a commentarli, un po’ per volta, nella pagina che su Facebook è dedicata a FB per genitori. Li raggrupperò anche nel mio blog man mano che continuerò il gioco durante l’estate…

1. Accetta il fatto che la presenza dei giovani sui social network è un fenomeno culturale destinato a durare e ad espandersi.

Per troppo tempo ho sentito discorsi che presentavano i social network come una sorta di moda, come fenomeno a termine. Anche il telefono è stato all’origine immaginato socialmente come una tecnologie inutile che avrebbe fatto chiacchierare tra di loro donnicciole di cose futili-
La nostra immaginazione sociale ha bisogno di essere alimentata da visioni migliori!

2. Ragiona sulla necessità di capire che la presenza online dei nostri figli sta sviluppando un modo diverso di comunicare tra ragazzi e adulti (genitori, insegnanti, educatori, allenatori, ecc.).

Non possiamo fare finta di niente. Prendiamo te, insegnante, pensi veramente che potrai fare finta che i modi di conoscenza ed apprendimento dei ragazzi che educhi non sono fondati più solo sul paradigma scrittura/lettura del libro? Abbiamo già parzialmente perso l’occasione di introdurre gli audiovisivi nella didattica che sono stati intesi come “facciamo vedere un film che più o meno c’entra e ci passiamo tutti due ore” o quella dell’informatica, con tentativi di insegnare il Pascal alle medie. Il web sociale entra con forza nelle dinamiche della classe. Siamo sicuri non convenga a tutti conoscerne la natura e sperimentarlo per fare formazione quotidiana?

3. Tieni conto che non esistono nativi digitali, solo adulti e ragazzi che imparano o non imparano ad abitare la Rete.

“Cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo rosa, chiamata con un altro nome, profumerebbe come dolce” (W. Shakespeare). Eppure dare un nome significa “costruire” una realtà. Se li chiamiamo “nativi digitali” immaginiamo già una barricata dove dall’altra parte ci sono i non nativi, noi, i loro genitori, ad esempio. E’ come se i ragazzi avessero una qualità innata e fossero tutti uguali nel loro essere nativi. Ma per quanto giovani gli utenti di social network non sono nati con la Rete, quelli arriveranno, avranno 7-8 anni oggi. E molti di quei giovani usano la Rete in modo diversissimo. Prima di etichettarli, catalogarli e innalzare barricate proviamo ad eliminare i pregiudizi e pensarli, innanzitutto come i nostri figli. Basta guardare dietro al nome e riconoscerli dall’odore…

 

4. Ricorda che la vita in Rete non è qualcosa di diverso dalla vita di tutti i giorni, ma ne è parte importante.

Sono passati gli anni ’90 con il loro immaginario tecnologico legato alla realtà virtuale che produce un mondo fittizio in cui ci perdiamo. E anche la trilogia di Matrix, che ci mostra la Rete come l’altro lato di una realtà in cui le macchine hanno preso il sopravvento sugli uomini costringendo le loro menti a vivere in un altrove illusorio mentre i corpi vengono allevati in baccelli ed utilizzati come  “risorse” energetiche, è solo una prospettiva lontana. Oggi ci guardiamo intorno in metropolitana, sull’autobus, nelle nostre case e vediamo persone connesse alla Rete come fosse una cosa normale. Il loro modo di essere cyborg è meno tecno-organico di come immaginavamo e più culturale. E la Rete non è esattamente la Matrice, non la percorriamo grazie agli innesti cibernetici. Assomiglia di più ad un continuo incontro con gli altri – connessi con noi in modi più o meno vicini –  che genera un continuo chiacchiericcio fatto di parole scritte, suoni, filmati condivisi… un rumore di fondo della nostra quotidianità in cui ci informiamo, intratteniamo, organizziamo… Il nostro modo di essere disponibili alla comunicazione fa sì che il nostro essere always on si intrecci con le cose che facciamo tutti i giorni: senza soluzione di continuità.

5. In Rete ci sono dei pericoli. Nella vita quotidiana ci sono dei pericoli. Come genitori dobbiamo insegnare ai nostri figli come abitare il mondo offline e online e imparare a farlo noi per primi.

“Arrestato un maniaco che molestava ragazzine adolescenti sul treno”. Di fronte ad una notizia così non ho mai visto scatenarsi battaglie contro l’uso della strada ferrata ed il ritorno alla carrozza trainata da cavalli, per dire. Non sono i mezzi: sono le persone. Però i mezzi abilitano a fare cose diverse in modo diverso. È questo che dobbiamo imparare a conoscere. Immaginate la Rete come se fosse un territorio, una città ad esempio, con i suoi chiaroscuri, con luoghi che conosciamo bene e quartieri inesplorati. E anche i luoghi che conosciamo – un bar ad esempio – possono avere delle regole diverse – come i bar della nostra città in cui prima paghi poi consumi la colazione, quelli che puoi chiedere “il solito!”, quelli che entri e vedi che ci sono certe brutte facce … E per insegnare ad un figlio come vivere devi avere tu vissuto. E non c’è “esperienza” che possa essere trasmessa: se no gli errori fatti dai genitori non verrebbero rifatti dai figli. Possiamo solo cercare di capire ed imparare abitando negli stessi luoghi, con il nostro sguardo da adulti che prova ad interpretare il loro.

Come il mondo dell’informazione ripensa la Rete

Oggi potete leggere su La Repubblica un articolo sull’invecchiamento di Facebook che si fonda sul lavoro di monitoraggio che sta facendo Vincenzo Cosenza. La sintesi è che la fascia 36-45 anni (18%) ha superato in Italia quella 13-18 (17%). Sensibile inversione da verificare nel tempo ma significativa.

Così come “sensibile ma significativa” mi sembra la mutazione che cominciamo ad osservare quando il mondo della cultura e dell’informazione tratta un tema come un sito di social network. Prendete il commento di Michele Serra “Una piazza virtuale ancora da esplorare” che fa da contrappunto all’articolo.

Scrive, ad esempio, Serra:

Ogni commento o illazione su quanto avviene in Rete lascia il tempo che trova […] Recenti esperienze sconsigliano di emettere giudizi, o anche solo di azzardare ipotesi. Come si è molto detto e molto scritto nelle ultime settimane, Internet e i social-network hanno avuto, nel mutamento profondo del clima politico-culturale del Paese, un ruolo determinante. E se nel diciottenne chiuso nella sua cameretta e perennemente assorbito dal suo computer si poteva sospettare l’asociale o l’autistico, si è poi scoperto che era lecito sospettare al contrario, l’agitatore sociale o l’organizzatore politico.

Noi ve lo avevamo detto da un po’. Non c’è un “qui dentro la Rete” distinto in modo assoluto dal “lì fuori nel mondo”. Il fatto che una cosa come un sito di social network sia un fenomeno culturale complesso fa sì che non possa essere letto perennemente come un ambito rivolto solo al puro intrattenimento o alla gestione tardo-pruriginosa di pulsioni fanciullesche di una popolazione che non si ostina a diventare adulta.

Il fatto è che la lettura dei fenomeni emergenti richiede di conoscerli, analizzandoli, partecipando, usando uno sguardo nativo capace di andare oltre il “ne ho sentito parlare”. E invece, come mondo intellettuale pubblico e dell’informazione (sì: parlo di chi ne tratta nei media, in particolare), tranne poche eccezioni, siamo spesso portati a leggerli “normalizzandoli”, utilizzando categorie rassicuranti che li cristallizzino in qualcosa di riconoscibile (l’autismo tecnologico o il nativo digitale) che ci lascerà spiazzati quando poi l’onda di reale che questi fenomeni alimentano diventa percepibile nella quotidianità.

Il rischio è, allora, che fenomeni come la correlazione tra l’attività partecipativa in Rete e l’andamento elettorale e referendario (in particolare nell’engagement dei giovani), se letti dagli intellettuali-esperti di informazione con vocazione alla “stabilizzazione”, producano una nuova tecno-mitologia che, da una parte, sopravvaluta la partecipazione civica online – facendo perdere i contorni di “emergenza” che ha oggi – e, dall’altra, impregna di tecno-determinismo ogni discorso serio sulla Rete.

Dovremo quindi osservare bene il racconto che la mutazione “sensibile ma significativa” sta generando continuando a cercare i fenomeni emergenti in Rete senza lasciarci distrarre da narrazioni consolatorie.

Niente sarà più come prima: la percezione sociale della Rete

Dopo amministrative e referendum i media mainstream gridano al successo del popolo di Internet. Dentro il web  si dice che non ci si deve entusiasmare. Eppure qualcosa è successo e, credo, che niente sarà più come prima.
È da oggi che il web sociale è entrato nella cultura italiana.

Ho provato a cominciare a spiegare i miei “perché” su Apogeonline nel pezzo Lo scarto culturale che s’inizia a percepire.

Alcune cose ci tengo a ribadirle qui, nella mia casa-blog, come primo tassello per la riflessione specificando un po’ meglio alcuni punti.

1. Sappiamo che una delle caratteristiche della cultura digitale è quella di promuove una dimensione partecipativa. In una prima fase delle forme di “appropriazione” del mezzo tecnologico (social network, blog… ) e di “articolazione” dei discorsi attraverso il mezzo, la partecipazione è stata giocata solo sul versante dell’inclusione: stare in Rete voleva dire principalmente essere always on, continuamente disponibili alla comunicazione tout court. Questo dato vale in particolare per i giovani, che incorporano la Rete nelle loro pratiche quotidiane come strumento di stabilizzazione delle relazioni sociali. In questa prima fase non abbiamo assistito ad una traduzione delle pratiche in forme di cittadinanza attiva se non come pura eccezione, come accidentalità nella gestione delle relazioni sociali attraverso, ad esempio, i social network.

Credo che le esperienze degli ultimi anni in Italia, anche a partire dal quel fenomeno unico che è stato in Popolo Viola (prendetelo come fenomeno in sé e per sé, senza per ora curarci del suo lato “politico”) con la sua capacità di mostrare la possibilità di ideazione ed auto-organizzazione attraverso la Rete (in particolare con la costituzione di gruppi su Facebook), ci abbiano insegnato che la strada della cittadinanza culturale può passare anche da questo territorio.

In particolare colpisce la mutazione, rispetto alla serie storica, della partecipazione dei giovani ai referendum:

A trainare il quorum sono stati i giovani, che si sono recati alle urne in percentuale maggiore rispetto a tutte le altre fasce d’età messe insieme.

Oltre il 64%, come si vede, la percentuale degli under-24 che sono andati alle urne: un risultato davvero importante e che stacca di 10 punti quasi la percentuale media sulla quale si è assestato il dato finale dell’affluenza, che partendo dal picco dei giovani declina fino al relativamente scarso interesse degli ultra 65enni sui temi referendari.

Non sono in grado di mostrare una correlazione scientifica fra partecipazione referendaria dei giovani e attività online ma credo che possiamo utilizzare questo dato come una “spia” da monitorare. La mia sensazione è che ci troviamo di fronte ad uno shifting significativo: siamo probabilmente di fronte al passaggio dall’incorporazione della Rete come modo per essere inclusi nella comunicazione a un utilizzo che ha a che fare con forme di engagement adatte alla costruzione di una cittadinanza attiva e partecipe della cosa pubblica.

2. La Rete sta funzionando da elemento nuovo, nel panorama mediale, di stabilizzazione delle aspettative sulla realtà.

Provo a spiegarmi.

È vero, siamo ancora ancorati ad un mondo dell’informazione che fruiamo attraverso i media generalisti:

Per il 58 per cento dei 25 milioni di italiani che usano Internet almeno una volta alla settimana, la tv, le radio e i quotidiani restano la prima fonte d’informazione

Ma cresce un comportamento di approfondimento ancorato al web: “ il 63 per cento si affida ai motori di ricerca e a siti e blog d’informazione”. Ancora troppo generico, considerato che i media generalisti hanno le loro basi in Rete, dunque stiamo parlando spesso della stessa piattaforma informativa alla quale si affiancano tasselli di novità.

Eppure credo che il modo che abbiamo di filtrare questa informazione online e di percepirla come materia viva, passi sempre di più dalla stretta relazione che si crea tra generazioni di contenuti da parte degli utenti e relazioni sociali. Sempre più spesso il seguire aggiornamenti sulle news dipende dal frequentare un flusso di relazioni online (Twitter? Facebook?…) che segnalano, commentano, condividono, taggano… Il nostro modo di soddisfare il nostro fabbisogno informativo quotidiano vede accanto a strutture che selezionano per noi (testate online, portali, ecc.) la presenza della rete di friend. Come dire: la fruizione dell’informazione trova un contesto mutato in cui radicarsi. Per fare un esempio banale, è come quando un amico ci passa un giornale e ci dice “leggiti questa notizia e dimmi se non ti sembra che questo politico sia uscito di testa”, che è un po’ diverso dalla fruizione solitaria delle news. In sintesi: ci stiamo abituando al consumo “partecipato” dell’informazione e a un contesto di fruizione che contiene la dimensione emotiva delle relazioni sociali. Così capita sempre più di farsi un’idea in Rete di cosa stia accadendo e di andare a cercare in rete quelle risposte che non troviamo subito sui media generalisti (“Ma perché Concita ha lasciato la direzione dell’Unità? Cosa c’è sotto”).

3. La Rete ci sta abituando ad un coinvolgimento “intimo” e diretto in pubblico, ridefinendo così anche il nostro modo di pensare la sfera pubblica e le sue forme di rappresentazione della società e dei suoi temi.

Siamo sovra-esposti, e questa diventa sempre più una modalità “normale” e stabile di risiedere online. Elementi informativi ed elementi emotivi e relazionali si intrecciano rendendo complesso l’ambiente in cui ci muoviamo per sapere, conoscere, dibattere. Il vissuto quotidiano si aggancia spesso a temi di interesse generale (i tanti gruppi sull’acqua come bene pubblico “localizzati” ne è un esempio).  Detto altrimenti:

Blog e social network cambiano i modi della conversazione e dell’ascolto ed i modi di osservare ed elaborare gli eventi dell’esistenza. Eventi che non sono più fatti strettamente privati ma possono diventare oggetto di comunicazione pubblica. Alla trasparenza dei temi e del sapere esercitati dal modello classico di sfera pubblica (penso ad Habermas) si connette oggi una trasparenza degli effetti sui vissuti, a partire dai vissuti stessi e dalla possibilità di metterli in connessione. Non si tratta più di avere temi in astratto ma di connettere tale astrazione in modo concreto agli individui.

La dimensione informativa Iperlocale si intreccia così alla rete di amici e all’apertura di pubbliche amministrazioni verso i cittadini (avete notato il fiorire di pagine su Facebook create dai comuni? Oppure i molti amministratori – i Sindaci, naturalmente – che si attivano nel creare spazi online di dibattito con i cittadini?).

Insomma: le sfere pubbliche si moltiplicano e si (auto)rappresentano in molti modi nuovi e complessi che dobbiamo cominciare ad esplorare.