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Il ministero della verità

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Nella recente relazione annuale Agcom nella figura del presidente Angelo Cardani si è schierata a favore di un intervento normativo contro le fake news:
le fake news un fenomeno “di estrema gravità è la diffusione voluminosa, istantanea e incontrollata di notizie deliberatamente falsificate o manipolate”, spiega l’Autorità. Cardani, nella Relazione al Parlamento, si schiera a favore di “un intervento normativo” e contro l’autoregolamentazione dei colossi web, che promettono “di sviluppare algoritmi per rimuovere le informazioni false e virali”, ma sono anche “i principali ‘utilizzatori’ gratuiti.
Ora, a parte il “ministero della verità” mi vengono in mente poche idee  circa quale soggetto potrebbe dedicarsi a riconoscere “fake news” ed applicare sanzioni commisurate alla gravità della fattispecie. Come ho cercato di spiegare più volte (l’ultima durante un’audizione parlamentare della Commissione per i diritti e i doveri relativi ad internet) il termine “fake news” rappresenta un campo problematico di definizione.
Di cosa parliamo quando parliamo di “fake news”?
Mi chiederei quindi innanzitutto: “fake news” è un problema di contenuti, di intenzioni degli attori o di effetti prodotti?
Stiamo cioè osservando una tipologia informativa, le intenzioni di chi la produce o gli effetti all’esposizione di un contenuto “disinformativo”? O le tre dimensione assieme, compresa la diffusione nell’ecosistema mediale?
Capite che parlare di policy da applicare alle piattaforme, al sistema dei media, ecc. contro le “fake news” ha poco senso se non definiamo la natura di ciò di cui vogliamo trattare. E no, rimandare ad una norma che sanziona le “fake news” non è sufficiente perché non è chiaro di cosa stiamo parlando neanche qui: sanzioniamo chi produce un post che contiene dati falsi?la piattaforma in cui è presente? il social media che ne consente la circolazione? il lettore che lo condivide? chi partecipa alla sua notorietà con un like? le testate giornalistiche che lo riprendono? l’algoritmo che lo rende molto visibile?
Prendete poi il caso (fake) di “Sex toys, pannoloni, un Rolex, ma anche una statua di legno di Padre Pio” ritrovati dopo il concerto di Vasco Rossi a Modena Park nato sul web e rilanciato da testate nazionali prestigiose e capite l’ampiezza della casistica da trattare e i confini con l’etica giornalstica (saper fare il proprio mestiere verificando le fonti?) che si vengono a toccare.
Il mondo informativo produce delle proprie forme corrispondenti di tipo negativo – disinformazione – che coprono una tipologia che va dalla manipolazione al situazionismo (hanno arrestato Ugo Toganzzi come capo delle BR ricordate? Non ci parlate di post-verità) passando da leggende metropolitane.
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Quello che c’è da fare è piuttosto analizzare il contesto in cui queste forme nascono, individuare gli attori, le specificità che caratterizzano l’Italia. Il dibattito si è molto concentrato, dopo la vittoria post-verità di Trump (sic!) su quanto avviene negli Stati Uniti che hanno una storia culturale e di Internet diversa dalla nostra. Noi non abbiamo 4chan; l’alt-right ha un senso completamente diverso qui e attori diversi; la tradizione del trolling è completamente diversa; noi abbiamo avuto Luther Blisset in casa; la nostra cultura Internet è più figlia del mainstream televisivo anni ’80 di quanto vorremmo; noi cerchiamo di educare la popolazione all’uso del web attraverso uno spinoff di Don Matteo,”Complimenti per la connessione”, dove un Nino Frassica/maresciallo Cecchini spiega in modo un po’ ironico ed imbranato le cose. Mi fermerei qui.
Quello che dobbiamo studiare e osservare sono gli attori e le pratiche, il contesto in cui una forma di disinformation o misinformation nasce. Tenere conto anche della funzione sociale che la dimensione fake assolve. Per fare solo un esempio io mi chiederei se Ermes Maiolica – nick name di uno dei principali produttori di bufale, per così dire, di successo nate online – non stia facendo un lavoro di sensibilizzazione dal basso:

 

non tutti hanno compreso ciò che faccio, anche perché il limite tra satira e diffamazione ha confini labili e in questo campo il discrimine tra legale e illegale non è molto chiaro. […]La maggior parte della popolazione dimostra di non saper sfruttare le potenzialità di internet, si fa abbindolare da pubblicità ingannevoli, prende sul serio gli slogan dei politici, cerca in rete qualunque notizia che possa confermare i suoi pregiudizi. La mia filosofia è che dobbiamo smetterla di incolpare il sistema per qualunque cosa, il sistema che ci controlla, il sistema che ci informa. Vorrei far capire che in rete siamo noi stessi il sistema, tutto dipende da noi. Spesso vengo accusato di fare disinformazione: ma non è possibile, non ne ho il potere. Non sono un giornalista, un blogger, non sono Emilio Fede, sono una persona comune. Non si può accusare un metalmeccanico di Terni di fare disinformazione nazionale, perché allora la disinformazione non sono io, la disinformazione siamo noi, noi che scriviamo e noi che ascoltiamo.

Ermes è un virus che può generare anticorpi?

Il dibattito su soggetti, contesti e pratiche è quanto mai necessario. È l’unico modo per evitare di cadere nel buco nero delle “fake news” e cominciare a preoccuparci per le modalità di manipolazione specifica che il nuovo ecosistema mediale, tra online e offline, può sperimentare e costruire una sensibilità diversa all’informazione (non alla verità) sui due lati: dei produttori e dei cittadini. Lati che molto spesso coincidono.

La vocazione editoriale di Snapchat

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Ho installato Snapchat nel 2014 (mi trovate come gboccia) ma, in Italia era troppo presto per capirne gli usi sociali e le potenzialità. La mia rete di connessione, adolescenti compresi, ha cominciato ad attivarsi dopo l’estate dell’anno scorso, intensificandosi da Dicembre 2015. È da allora che ho cominciato a vedere crescere una comunità di utenti italiani (il gruppo Snapchat Italia è dell’ottobre 2015), poi di influencer e di brand che timidamente hanno cominciato a giocarci.

Sarà che Snapchat non è un paese per vecchi, sia anagraficamente che pensando agli early adopters delle cose di Internet. Sarà che abituati all’uso normalizzato dei social media, trovarsi davanti quando si accede non a un contenuto ma allo schermo della propria fotocamera sul cellulare, spiazza e non lo si capisce. Sarà che Snapchat non lo devi capire ma lo devi usare, come racconta Filippo Petrolani, e che noi al pensiero del “a cosa serve”, al “come mi può aiutare professionalmente”, al “come monetizzo”  ci siamo, in fondo, abituati.

Intanto Snapchat è cresciuto molto numericamente: mentre Telegram ha raggiunto i 100 milioni di utenti al mese, Snapchat festeggia i 150 milioni al giorno (per Twitter sono 140 milioni).

Caratterizzandosi per un utilizzo consistente da parte dei Millennials (analizzando i dati U.S.), categoria cui il marketing è molto attenta.

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La sua natura di privato sociale, chat e condivisione di immagini e video con i propri amici, è connaturata al suo essere un sistema di messaggistica. Ma è nella sua vocazione editoriale che possiamo osservare le potenzialità espansive, sociali e di mercato: nella possibilità di produrre storie pubbliche per tutti i follower in “My Story”; seguire contenuti editoriali nella sezione “Discover”,; guardare contenuti in “Live Stories” che aggregano utenti che postano partecipando ad eventi o in luoghi dati.

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E l’esaltazione di questa natura editoriale sembra essere particolarmente evidente da ieri, da quando, con la nuova release  Snapchat ha ridisegnato la sezione Storie e Discover dando loro una maggiore visibilità e consentendo di iscriversi ai canali preferiti.

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Le potenzialità espansive di Snapchat per costruire canali verticali è evidente anche analizzando i case histories di influencer dell’ambiente, come Dj Khaled e le loro Storie. I suoi video vengono visualizzati da 6 milioni di persone ogni giorno, utenti principalmente 12-34; un episodio di Big Bang Theory nella stessa fascia di età raccoglie un pubblico di 3.3. milioni.

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Le possibilità editoriali di questo ambiente derivano da ragioni profonde, in parte dovute al design e in parte alle pratiche che si sono sviluppate nel tempo.

  • Snapchat focalizza l’attenzione in un’era di scarsità.

La nostra capacità di attenzione online è minore di quella di un pesce rosso. Stando alla ricerca Microsoft.corp è passata da 12 a 8 secondi ed è un risultato evolutivo del nostro adattamento alla fruizione di contenuti da mobile. Snapchat capitalizza questa diminuzione di attenzione consentendo di concentrarsi all’interno dei limiti di soglia senza distrazioni: 10 secondi massimi di video, all’interno di un contesto privo di metacomunicazione sociale (non ci sono like, commenti, cuoricini o altre distrazioni da vita connessa) e concentrato sull’unico contenuto che si sta fruendo (non c’è timeline, non è possibile usare link, ecc.). L’impermanenza dei contenuti è altro elemento centrale: ho 24 ore (ok rinnovabili) per vedere un contenuto, poi sparisce. Il suo valore è legato alla sua attualità, all’accadere nel tempo prossimo. La sua deperibilità ne aumenta il valore e il suo non sedimentarsi ne ribadisce l’univocità.

  • Liveness: il racconto come esperienza situata

Le live stories aggregano contenuti geolocalizzati che riguardano eventi o esperienze nei luoghi. È così possibile fruire di una selezione editorialmente svolta da Snapchat che produce una storia fatta di micro narrazioni di utenti che accettano di partecipare al racconto inviando il loro contenuto a quella storia ma solo se sono geolocalizzati nell’evento (da utente lo possiamo vedere se tra i filtri da applicare compare quello dell’evento o del luogo). Il racconto parte dalla presenza, è esperienza situata, non è possibile partecipare “da fuori”, come aggregandosi attraverso un hashtag. La selezione è curata, è scelta editoriale. Il contenuto low-fi trova la sua esaltazione nella connessione di micro narrazioni.

Ad esempio il 6 giugno, giorno in cui comincia il digiuno musulmano, abbiamo assistito al racconto del Ramadan fatto dai video dei Millennials che si susseguivano e capace di mettere in narrazione  la differenza culturale, lo stato d’animo, la  in modo emotivamente coinvolgente, ludico e informativo allo stesso tempo.

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  • Il valore di una narrazione verticalizzata

Nei video (e nelle foto) condivisi online il mondo è sempre più visto dagli occhi di un teenager, cioè dagli schermi di uno smartphone, come spiega Marco Massarotto. Snapchat sta imponendo un formato ai brand che vogliono abitare il suo ambiente . In Australia, la catena Hungry Jacks e la Universal Pictures per il lancio di Warcraft hanno sperimentato una Snapchat 3V ad campaign.
Come spiega Venessa Hunt, responsabile per il mobile del GroupM che si è occupato della campagna:

We are shifting very quickly to a vertical world, especially with millennials who don’t know a life before vertical screens. Finding advertising solutions that not only reach the right audience, but speak to their consumption behaviour is imperative.

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Il video verticale satura lo schermo dello smartphone: il contenuto è lo schermo. L’approccio è completamente immersivo, non concede distrazioni, è parte del flusso dei contenuti ma è distinto proprio mentre lo guardi. Per un Millennials quella è la forma del mondo, un mondo che è abituato a guardare e raccogliere attraverso la lente della sua camera innestata nel cellulare e che da lì si fa esperienza.

  • Spingere la post produzione un po’ più a fondo

I contenuti immagine e video vengono quasi sempre editati attraverso testo che funziona da effetto di rinforzo o contrasto rispetto al contenuto visivo; attraverso la possibilità di disegnare direttamente sulle immagini; con emoji e (da maggio 2016) con sticker fumettosi ed emotivi disegnati ad hoc che è possibile posizionare, ingrandire, ruotare, personalizzando il contenuto. I linguaggi espressivi dell’ambiente sono valore aggiunto e non decorazione (sì, anche le Lens per i selfie che vi fanno vomitare arcobaleni).

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Le immagini non parlano da sole (non sempre): il centro non è sulla loro natura estetica (come può essere su Instagram) ma sulla capacità di utilizzarle in modo funzionale ad un racconto. Racconto che spesso si sviluppa attraverso diverse micro narrazioni che si susseguono e il cui senso sta, appunto, nel seguirlo nella sua interezza seriale. Questo ne fa un luogo adatto alla sperimentazione editoriale anche da parte di testate. In Italia da tenere d’occhio l’evoluzione sia de Il Corriere della Sera che de La Repubblica.

  • Il testo conta. A volte si fa immagine.

Anche se Snapchat è il più visuale degli strumenti di condivisione di contenuti che abbiamo a disposizione, il testo conta. Lo abbiamo detto in merito all’attività di post produzione prima della pubblicazione ma la sua centralità viene ribadita dagli utenti che sottolineano la presenza nei video di particolari frasi o che nelle fotografie aggiungono un fumetto di qualcosa detto dal protagonista. Il testo conta perché molti sono i video di parola, in cui è ciò che viene detto ad essere protagonista.
La parola scritta assume anche rilevanza in sé diventando immagine, come in quegli snap in cui la fotocamera fotografa il nero in modo da fungere da sfondo per un testo.

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Questa pratica degli utenti spezzando il flusso visivo a cui siamo abituati produce una rottura della routine del racconto, catalizzando maggiormente l’attenzione.

  • I contenuti di valore sono sottratti al tuo flusso

L’attenzione principale Snapchat la riserva all’area Discover dove troviamo pochi e selezionati editori (Yahoo è stato fatto uscire e sostituito da Buzzfeed) che aggiornano quotidianamente i contenuti. Qui vengono sperimentati formati con copertine audiovisive e animazioni che preludono ad articoli di approfondimento anche in versione long form; gallerie di immagini e video, spezzoni documentari, ecc.  in un mix di social network like, magazine e Tv. I contenuti vengono oggi presentati nell’area come anteprime in rettangoli che ricordano le bacheche Pinterest (prima erano bolle contenenti i soli loghi dei media). L’innovazione aportata nell’ultima release consente di potersi abbonare ai canali preferiti e di collocare questi contenuti non-friend fra le storie recenti e, di fatto, renderle attrattive quanto il flusso di contenuti che provengono dagli amici: perché i veri editori concorrenti su Snapchat sono i tuoi amici.

Il business presente e futuro di Snapchat sembra passare da questa volontà di mostrarsi come un canale a vocazione sempre più editoriale all’interno di un contesto ad alta intimità come quello di messaggistica, terreno di coltura su cui è cresciuto all’inizio.

Resta il fatto che la sua strategia di crescita lo disegna sempre più come un walled garden molto ben curato da cui uscire è praticamente impossibile e in cui tutto quello che può accadere, per ora, accade al suo interno.

Il blocco di Twitter in Turchia: tra doppia morale ed effetti perversi

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Non sappiamo abbastanza sull’impatto relativo dei social media sui movimenti tanto da poterci fare un’idea definitiva sul tipo di mutamento che stanno creando nei modi in cui si svolgono azioni collettive come quelle di protesta.

Possiamo però continuare ad osservarne l’evoluzione, calandoci nel fenomeno vivo, quello che riguarda cittadini, istituzioni, movimenti e media nei diversi Paesi laddove emerga con evidenza.

Come ci sta mostrando di nuovo la Turchia in questi giorni. In Turchia abbiamo già potuto osservare nei giorni di #occupygezi come su Twitter 3 milioni e mezzo di cittadini abbiano parlato al paese (la maggior parte dei tweet era in lingua turca), si siano auto organizzati e abbiano dato visibilità al dissenso anche a livello internazionale (con tweet in inglese, immagini reportage, ecc.).

Giovedì 20 marzo durante un comizio elettorale il premier turco Erdoğan ha detto: “Estirperemo Twitter e gli altri, non mi interessa cosa dice la comunità internazionale”. E il 21 marzo molti account sono diventati irraggiungibili spegnendo, di fatto, Twitter in parti via via crescenti del paese. Opera dell’autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione turca (BTK) che ha esercitato il suo potere di oblio dei contenuti a partire dal potere conferitogli da una “legge bavaglio” su Internet osteggiata dall’opposizione.

La reazione è stata immediata: hanno cominciato a circolare online e offline le informazione di come cambiare i nomi di dominio (DNS) su cellulari, tablet e computer, i consigli per usare VPN e utilizzare Tor per violare il blocco .

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Pubblico/privato nei social network: appuntamento al MIT8

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Media in Transition è una conferenza biennale organizzata dal Comparative Media Studies – MIT di Boston che racconta la trasformazione in atto attraverso lo sguardo su tecnologie e forme sociali da oltre dieci anni.

Il tema di quest’anno al MIT8 è la distinzione e il racconto della relazione public media/private media, in un’epoca in cui gli stati di connessione ridefiniscono e sfumano il confine.

Noi presentiamo un panel a partire dalla ricerca PRIN in corso su Social Network Studies Italia dal titolo “Public / Private in Transition: SNSs in National Contexts” in cui abbiamo coinvolto diversi colleghi per capire come diverse comunità nazionali ridefiniscano il confine tra pubblico e privato nei siti di social network. Si tratta infatti di spazi online che sfumano l’opposizione dicotomica tra pubblico e privato, ed aprono la strada ad una nuova semantica che si fonda sulle concrete pratiche degli utenti che costruiscono e ricostruiscono il confine a partire dalle possibilità che le piattaforme mettono a disposizione e dalle forme culturali che creano.

Gli utenti usano strategicamente la distinzione pubblico/privato nei social network per modellare una narrazione pubblica di sé e cercheremo di capire in che modo i diversi contesti socio-culturali incidano.

 

Di seguito gli abstract che discuteremo:

Facebook and Intimacy in the Facebook Italian Users, Giovanni Boccia Artieri, Manolo Farci, Fabio Giglietto, Luca Rossi
In Italy, social media have already reached 28 millions of users, 51.2% of the population, with an increase of the 5.1% over the last year. This paper investigates how the practices of friendship on Facebook offers new meanings to the notion of intimacy – overlapping the boundaries between family, love, colleagues or peer group – and reshape the distinction between private and public community (Lange 2007, boyd Ellison 2007, boyd 2008). The research project employs a mixed method that combines an integrated quali-quantitative analysis. The qualitative phase – the first at this scale in Italy – is based on more than 120 in-depth interviews made in the Italian national territory. The quantitative phase is based on an ad hoc developed software tool aimed at collecting social information from a SNS and storing them into a large social database. This approach enables researchers to merge a large amount of data extracted from the database with the qualitative hypothesis obtained from the interviews.

From Networks of Affiliation to Ad Hoc Publics: Mapping the Australian Twittersphere, Jean Burgess and Axel Bruns
This paper maps networks of affiliation and interest in the Australian Twittersphere and explores their structural relationships to a range of issues-based ad hoc publics (Bruns, Burgess 2011). Using custom network crawling technology, we have conducted a snowball crawl of Twitter accounts operated by Australian users to identify more than one million users and their follower / followee relationships, and have mapped their interconnections. In itself, the map provides an overview of the major clusters of densely interlinked users, largely cenetred on shared topics of interest (from politics through parenting to arts and sport) and/or socio-demographic factors (geographic origins, age groups). Our map of the Twittersphere is the first of its kind for the Australian part of the global Twitter network, and also provides a first independent and scholarly estimation of the size of the total Australian Twitter population. In combination with our investigation of participation patterns in specific thematic hashtags, the map also enables us to examine which areas of the underlying follower / followee network are activated in the discussion of specific current topics – allowing new insights into the extent to which particular topics and issues are of interest to specialized niches or to the Australian public more broadly. Finally, we investigate the circulation of links to the articles published by a number of major Australian news organizations across the network.

Tweets in the Limelight: Contested Publicness around the Use of Twitter in South Korea, Yenn Lee
What is happening on Twitter has been significantly reported in South Korean mass media. In the course of year 2012 alone, 49,257 news articles contained the word “Twitter” and 1,696 out of them were headlined with the word. Based on an analysis of those 1,696 articles, the present study discusses what kind of tweets have been picked up by the mass media in the country and what kind of culture-specific discourses have been constructed and promoted around them. This discussion is carried out through the theoretical framework of “newsworthiness,” first put forward by Galtung and Ruge (1965) and subsequently revisited by many other media scholars such as Harcup and O’Neill (2001). By examining in what process an individual tweet becomes “news,” with a focus on three most high-profile cases (i.e. a celebrity authoress’ rants, alleged bullying within a girl group, and leak of a teenage girl singer’s dating photo), this study aims to shed light on the specific media context where global social networking services such as Twitter are placed and intersect with local mass media.

Like, Share, Comment: Facework and Facebook in Brazil, Raquel Recuero
With more than 60 million users, Brazilians are now the second largest population on Facebook. Because Facebook is now part of the everyday life of hundreds of thousand Brazilians, it is creating new challenges for people in the management of their discursive identities and faces among their different social circles. In this context, this paper focuses on how Brazilian are appropriating Facebook tools for face work (Goffman, 1967), to convey their roles in different social networks (such as family, friends, co-workers and etc.) (Goffman, 1974) and create and share social capital (Lin, 2001). We also discuss how users shape their discourses in order to adequate their identities to each online
group’s expectations and how aggressive discourse and collapsed contexts (boyd, 2008; Davies, 2011) play a role in their choices. Through a qualitative approach we bring data from observation, 40 interviews and a survey with 500 people to point and discuss these strategies, we particularly focus on four Facebook tools: profile, comments, likes and shares. Our main findings focus on the different uses of each tool for face work, the creation of different profiles for different publics, the implications of collapsed context and aggressive discourses in user’s choices of participation and the shift in privacy perceptions. We also discuss how the perception of different types of social capital play a key role in Facebook’s appropriation and adoption in the country.

Being Aware of One’s Imagined Audience: Privacy Strategies of Estonian Teens, Andra Siibak and Egle Oolo
Previous studies (Siibak & Murumaa 2011; Jensen 2010) indicate that young people are not only often unaware of the omnopticon of social media, but many of the teens have not yet grasped the idea that our interactions on online platforms tend to be public-by-default and private-through-effort (boyd & Marwick 2011). Nevertheless, only a small number of studies so far (Oolo & Siibak, forthcoming 2013; Davis & James 2012; boyd & Marwick 2011; Siibak & Murumaa 2011) have aimed to gather knowledge about more complex strategies, e.g. social steganography, teens implement to protect their privacy.
The presentation will give an overview of the perceptions the 13-16 year old Estonian teens (N=15) have about the imagined audience in networked publics. Based on the findings of semi-structured interviews with the young we also highlight the main privacy strategies Estonian teens implement in order to manage their extended audience. Our results challenge widespread assumptions that the young do not care about privacy and are not engaged in navigating privacy in social media. Although several of our interviewees confessed that they only kept the members of the “ideal audience” (Marwick & boyd 2010), i.e. close friends and schoolmates, in mind while publishing posts, others claimed implement strategic information sharing, self-censorship and social steganography when performing for one’s imagined audience. The latter technique was practiced especially on the public sections of social media where with the help of inside jokes, keywords and citations from movies, games, songs, or poems or a secret message was compiled.

 

L’abbraccio di Obama e Michelle: come la comunicazione costruisce il simbolico in un istante

L’immagine simbolo della vittoria di Barack Obama alle presidenziali USA 2012 ha circolato moltissimo. Basta guardare i Like su Facebook e i re-tweet. Rappresenta l’emozione di un istante, tutta la carica simbolica ed emotiva che sintetizza un percorso duro che si scioglie in un abbraccio liberatorio, per tutti.

Ed è significativo che questa immagine simbolo sia una costruzione comunicativa e non una fortunata occasione casuale ed estemporanea, come ha spiegato Vincenzo Cosenza evidenziandone la natura di “falso storico.

Sì, perché se guardandola avete pensato fosse uno scatto rubato durante l’annuncio dell’ennesimo Stato dell’unione conquistato, beh, non è così. Si tratta di una foto scattata in Iowa mesi fa, come mostra la comparazione con gli scatti di quell’evento. Una potente narrazione, come scrive Massimo, ma non solo per i giornalisti, affamati di quei bocconi rilasciati con nonchalance nei sentieri dei social media ma anche per tutti noi che l’abbiamo, da subito, eletta come simbolo di un momento storico e resa tale attraverso la circolazione. Ci siamo alimentati al bacino del simbolico e l’abbiamo diffuso attraverso sharing nelle nostre timeline prima che fossero soggetti “esterni” come i media a farlo. E nella circolazione, di re.tweet in re-tweet, di condivisione in condivisione, abbiamo sempre più legato il destino di quell’immagina con quella delle nostre relazioni sociali connesse.

Il fatto che possa essere considerata un falso storico dipende dal nostro sguardo partecipativo: abitare la Rete ci porta a sentire una vicinanza con gli accadimenti e le persone, a percepirci parte di un ambiente che viviamo in una continua diretta (anche nel differimento della nostra fruizione), spesso confidenziale. Così quell’abbraccio per noi è avvenuto lì, in quel momento, davanti ai nostri sguardi da timeline.

Falso storico, se volete, ma non fake: semplicemente comunicazione. Il Tweet che abbiamo visto/letto costruisce nel rapporto testo/immagine (non dimentichiamoci il testo: “Four more years.”) una campagna di comunicazione istantanea, che gioca sul coinvolgimento emotivo dell’attimo (il nostro) e la potenza comunicativa di un’immagine autentica (l’abbraccio non è, ricordiamolo, frutto di uno scatto in posa). È come quando scegliamo di dire una cosa importante a qualcuno a cui teniamo, quando cerchiamo la metafora giusta per spiegargli cosa proviamo: selezioniamo dalla nostra memoria e costruiamo strategicamente: “è come quella volta quando in Iowa…”

L’account Twitter del Presidente Obama è uno strumento di comunicazione, mette in narrazione i fatti non cerca di trattarli asetticamente (se mai, poi, fosse possibile farlo).

Quella immagine è lì per essere un pezzo della (nostra) storia (di cittadini connessi), è adatta al contesto e al mezzo. Più avanti, quando la rivedremo nella compattezza testo/immagine, forse – e questa è l’unica nota che farei ai curatori della campagna istantanea – quel “Ancora quattro anni” che dialoga con l’abbraccio fra marito e moglie rischia di far pensare ad una storia a termine 🙂

Come spesso capita un post è il precipitato di conversazioni che avvengono altrove e in altri momenti. Questo post è in debito con le conversazioni avute su Twitetr con @salvomizzi @marcomassarotto @vincos @mante @paolabonini @barbarasgarzi @lulla @svaroschi @fabiolalli @pm10

Breakfast at Sandy’s: il senso nell’uragano

Il racconto online del passaggio dell’uragano Sandy ha riempito la nostre timeline su Twitter e saturato l’immaginario visivo su Instagram e online, tra immagini intime e pubbliche, tra iperrealismo e fake (da leggere Don’t let these fake photos of Hurricane Sandy fool you). Parole e immagini vicine e distanti nello steso tempo, capaci di costruire uno storytelling collettivo fatto di suggestioni e stimoli, efficace ma spesso di superficie. Raccontano il mood ma talvolta faticano a raccontare il “senso”.

Per questo il racconto di Pierluigi aka PJ (così lo chiamiamo noi amici: io, Barack e gli altri) che arriva da quei luoghi attraverso una mail collettiva, una di quelle che ci manda per raccontarci la sua visione dell’esperienza americana, si traduce immediatamente in senso. E’ l’esperienza di Sandy attraverso lo sguardo di chi non capisce perché deve barricarsi in casa e finisce per vivere l’inquietudine comunicativa ed umana di una città isolata dal mondo. E che in questo isolamento è capace anche di ritrovare il contatto umano, quello che spesso nella routine quotidiana perde.

Leggete la sua mail dall’uragano e quelle imamgini che avete visto acquisteranno, questa volta sì, senso.

Dal mio oblò di 4 Washington Square Village il tanto annunciato Hurricane pareva giusto una pioggerellina stupida e qualche raffica di vento che giungeva da lontano. Siamo alle 7 pm di Monday e tutto fila liscio. E allora mi chiedevo Possibile che continuino a ripetere di stare chiusi in casa e addirittura evacuare e abbiano interrotto tutti i trasporti già dalle 7 di Sunday? Waiting for Sandy…che non arrivava.

Dopo i richiami al Common Sense del governor Cuomo e la cantilena del sindaco Bloomberg sul Stay at home, do not go in the streets to take pictures, alle 7 e poco mi scrive nientepopodimeno che Obama in persona.

Pierluigi —

This is a serious storm, but Michelle and I are keeping everyone in the affected areas in our thoughts and prayers. Be safe.

Barack

..no, dico: allora mi devo preoccupare davvero!?! Perché di solito Obama mi scrive chiamandomi PJ e non Pierluigi, e poi mi chiede sempre almeno 5 $, che Romney pare ne abbia 45milioni di $ mentre lui a questo giro fa un po’ la fame. Che poi gli ho provato a spiegare che io NON posso donare soldi, che la legge vieta ai cittadini non americani di donare soldi ai politici.. Se magari mi dai la green card, allora te li posso donare questi 5$ ci ho scritto in una mail qualche settimana fa. Ma lui niente, pare non capire proprio e, tra l’altro, non ha neanche detto alla segretaria di rispondermi.

 Ebbene si, la mail di Barack è stato l’ultimo messaggio dal mondo e poi il buio. Prima l’elettricità, poi il web, il phone e infine l’acqua. Dalle 7.35 pm eravamo nella darkness più totale. Fuori soffiava il vento e urlava la tempesta, tra i canti delle sirene e le luci che illuminavano a intermittenza. Dentro, un attonito silenzio illuminato dalle candele. La quiete prima della tempesta era finita. Ora ci eravamo nel bel mezzo.

Per sentirmi un po’ più addentro all’experience, la poca carica che avevo nel pc l’ho consumata guardando Blade Runner. Poi ho finito di leggere New York di E.B. White, e seppur scritto nell’estate del 1948, le ultime pagine dipingono una possibile catastrofe nella city, un attacco aereo che abbatta i grattacieli dall’alto o un uragano che li sradichi da sotto… devo essermi addormentato sul divano con queste immagini, e potete immaginare la paura quando ho aperto gli occhi con un biiiip biiip infernale che mi urlava nelle orecchie. Un allarme? Dobbiamo evacuare? L’ipod segnava le 3.35, fuori imperversava l’inferno e nel buio totale del mio one-bed-room apartment il biiip biiip continuava a squillare come fosse la sirena di Belgrado durante gli attacchi Nato. Provo a chiamare il doormen, ma il citofono non funziona – claro, non c’è electricity! Esco nel corridoio con la candela e per le scale incrocio altri zombi che come me si chiedevano come comportarsi. Loro avevano le torce, gli ipad e gli itorch, mica la candela! Mi accorgo che ci sono le scale, queste sconosciute, e che nelle scale puoi incontrare le persone, mentre negli ascensori no. O se le incontri fai finta che sei occupato a controllare le tue unghie, o a che piano sei. 

All’alba delle 4.14 individuo il problema: la batteria Verizon della tv, che siccome si sta scaricando continua ad avvisarti con quel suo lamento biip biiiip. E quindi? No way to stop it! Mi dicono. E’ fatta in modo che non si può spegnere, bisogna tenersela e provare a dormire uguale. Tra l’altro ha incorporato il filo dell’antenna che non si stacca dal muro… che faccio, dunque? Alle 4.36 ho un’idea: la avvolgo dentro la coperta che ho nell’armadio, così la sento meno. Ma si sente uguale. Ci metto sopra tutte le asciugamani e il secondo cuscino. Ma il biiip biiip non desiste. Alle 4.48, con il ciclone fuori che imperversa, decido di fottermene e sradico il filo dell’antenna dal muro. In questo modo posso mettere la batteria avvolta nelle coperte e le asciugamani in bagno, nella vasca, e chiudere la porta. Mi riaddormento alle 5.53, ma solo perché ho finalmente infilato i tappi nelle orecchie.

Stamane sono quasi le 10 quando mi desto. Fuori c’è una calma surreale, gli alberi sono ancora lì, i bidoni della spazzatura un po’ divelti, gente che cammina.. ma in casa è tutto come la notte passata. Cioè spento, non funzionante, silente. Tranne il biiiip biip che non ha ancora smesso. Allora, basta, esco. Faccio un giro. Non posso neanche lavarmi la faccia né pisciare che mi rimane tutto lì, ma almeno devo sapere se qualcun altro è sopravvissuto in questa città.

E scopro che si, tutti sono sopravvisuti. Tutti tranne 13 o 16, mi dicono in strada. Danni, si, tanti danni. Subway e tunnel inondati. Allora avevavo ragione a chiudere la metropolitana, penso. E poi tutto Downtown è in ginocchio. Ma in altri quartieri la situazione è normale. Uptown per esempio, no problems. Allora faccio una lunga passeggiata verso l’Hudson River, che sembra abbia inondato il Village e attorno la city è un luogo fantasma: al posto dell’asfalto c’è un tappeto di foglie gialle e marroni che mancano solo le modelle di Missoni, i semafori sono spenti, sui marciapiedi decine di persone con le braccia alzate per fermare un taxi, ma i taxi sono pieni e allora la gente cammina, le strade semi deserte sembrano un parco a disposizione degli scoiattoli che festeggiano lo scampato pericolo, le zucche pronte per halloween sono volate via, una miriade di ombrelli divelti, negozi tutti chiusi, tranne qualche locale che ha scritto Wine and Beer only (no coffee), due pizzerie al taglio prese d’assalto, e la fila davanti all’unico supermarket aperto. Entro e mi accorgo che è al buio, i clienti si muovono tra gli scaffali con le torce, i frigo chiusi e si accetta solo cash, questo sconosciuto. Non mancano però i new yorkers che non rinunciano al loro jogging in short e maglietta, nè le signore che escono a pisciare il cane e pronte raccolgono la cacca con busta e paletta.

Questo è quanto, e ve lo racconto dalla Bobst Library, dove ho appena trovato rifugio, acqua, toilet e soprattutto prese per la corrente e il wi fi, a disposizione di chiunque ne abbia voglia. Qui è pieno di gente come me, in cerca di un contatto col mondo. Contatto virtuale, of course!

Mi dicono che staremo senza electricity e acqua e tel e web sino a domani, per cui oggi un pò di biblioteca, un’altra passeggiata a raccogliere foglie e contare i danni e poi di nuovo a letto con la candela.

A proposito, tra le tante mail dall’Italia che mi chiedono come sto, ce n’è un’altra di Obama:

 

Pierluigi —

Our thoughts and prayers this morning are with the families affected by the storm…

So, if you’d like to help, please give to the American Red Cross right now.

Ok, adesso ne ho la certezza: l’emergenza è passata, Barack è tornato a chiedermi 5$. E forse ha capito che a lui non glieli posso dare, così mi chiede di donarli alla Red Cross.

Ops, vi devo lasciare. La signora della Library è appena venuta a dirmi In 10 minutes we close. Good luck for tonight.

Tonight? Perché torna Sandy? O magari si riferisce al biip biip nella mia vasca da bagno?

Come siamo cambiati da utenti del web: una lettura di Branch e Medium

L’ecosistema dei social media verrà presto perturbato dall’ingresso di due nuovi servizi di social networking che si stanno sperimentando con ingresso progressivo di utenti: Branch e Medium. Finanziati – più o meno direttamente – dal duo di Twitter  Evan Williams e Biz Stone i nuovi ambienti rappresentano chiaramente due modi di estendere il panorama editoriale di scritture/selezione/circolazione/lettura che Twitter ha contribuito a generare.

Branch consente ad esempio ai micro contenuti di trovare un luogo elettivo per farsi occasione di conversazione. Prendete quei Tweet che generano discussioni limitate dai 140 caratteri, con la difficoltà di inserirsi o tenere traccia della sequenza temporale; prendete quelle volte che avreste voluto che un tweet vi permettesse di avere un’occasione più ricca di scambio senza intasare la timeline di chiunque, quelle volte, per capirci, che avete avuto nostalgia di FriendFeed… Immaginate quindi si possa portare un tweet a diventare un branch e trascinare in una conversazione, peraltro aperta in quanto tale e non dipendente in fondo dalle nostre timeline.

E le conversazioni prodotte in Branch possono essere portate altrove, arricchendo blog e flussi diversi di contenuti tra incorporazione e segnalazione.

Sì perché Branch pensa ad un lettore/scrittore più estemporaneo e meno vincolato In sintesi: siamo di fronte alla consapevolezza che pubblicare sta diventando un gesto molto meno strutturato e più casuale.

Non si deve essere un blogger per pubblicare. Non è un mestiere, non richiede continuità, non ci chiude in un luogo preciso. E Medium è pensato in questo senso.

Medium è l’acquisizione della consapevolezza che l’era degli user generated content non è solo possibilità di pubblicazione e trasformazione del lettore in scrittore. È anche un’era di distributed content in cui l’audience fa il suo mestiere di leggere/vedere/ascoltare contenuti, apprezzandoli o denigrandoli, parlandone ad altri fino a produrre notorietà attorno ad un contenuto ma il tutto in modo visibile e consapevolmente connesso: con like, commenti, condivisioni, segnalazioni, tagging, ecc. Non importa essere un blogger o dover per forza riempire di post su news e gossip le timeline degli altri: siamo produttori anche quando aiutiamo a selezionare e diffondere i contenuti, quando li arricchiamo in capacità di costruirci attorno relazioni sociali che li impreziosiscono. Come viene spiegato:

Medium è stato progettato per permettere alle persone di scegliere il livello di contributo che preferiscono dare. Sappiamo che la maggior parte delle persone, per la maggior parte del tempo, si limiterà a leggere e visualizzare il contenuto, e va bene così. Se vogliono possono fare clic e indicare se un contenuto è ritenuto valido, dare un feedback al creatore e aumentare le probabilità che altri lo vedano.

Ciò che tende ad emergere non è tanto l’autore di un post ma il tema: Medium organizza infatti in “collections” i post strutturando, di fatto, una redazione collettiva di contenuti su un argomento e sganciandoli (per ora) da una pagina identitaria di chi scrive (come invece la logica del blog ci ha insegnato). Non ci abboniamo quindi più ad un autore ma ad un tema. Come scrive Luca De Biase “i tag non sono etichette che si aggiungono ai post, ma sono stimoli che invitano a scrivere un post”. E questo potrebbe diventare un elemento significativo per portare alla visibilità contenuti propri da sfera pubblica, consentendone la riorganizzazione ambientale che oppone la concentrazione alla dispersione di flusso. Qualcosa che sotto traccia possiamo leggere anche nel commento augurale che di Medium fa Dave Winer:

Please let Medium be something more than another high-walled silo for capturing people’s writing […] let it also be a lens for viewing content that’s stored elsewhere. Let people viewing content through that lens see no difference in fidelity from the content that was authored on your system, and stored on your system.

E’ presto per delineare un qualche scenario future che potrebbero o non potrebbero disegnare Branch e Medium. Quello che ci interessa è sottolineare la capacità perturbativa che possono introdurre in un ecosistema in cui Facebook. Google+ o Pinterest ma anche servizi di social tagging come Delicious ci abilitano a pensare forme di notazione e condivisione di contenuti in pubblico assecondando logiche di relazione sociale e messa in connessione. Da questo punto di vista mi sembra che siano entrambi luoghi che assecondano le tendenze alla produzione/distribuzione/consumo di contenuti che oggi si stanno delineando, tra necessità di scivolamento libero in un flusso continuo e capacità di farli emergere arricchendoli e la definizione di un utente “readwriter” che non distingue pragmaticamente quasi più tra lettura passiva e scrittura attiva, colmando lo spazio tra i due estremi con molteplici sfumature di engagement.