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Dietro il senso di #montilive: un’introduzione

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[Nota: questa è solo l’introduzione dell’articolo completo uscito su TechEconomy]

Mario Monti non solo ha aperto la sfida elettorale con la sua “salita” in campo tra Natale e capodanno ma è anche entrato strategicamente nella logica della comunicazione online premendo l’acceleratore sulla relazione tra mainstream media e social network che, al momento, lascia gli altri politici distaccati in una eventuale rincorsa. Potrebbe essere questo il tipping point della comunicazione politica in epoca di web sociale e le prossime settimane saranno cruciali per capire quanto conterà usare tatticamente la Rete. E dovremo non essere prevenuti nei confronti di quei politici che con l’umiltà di appropriarsi di un linguaggio apriranno account o inventeranno iniziative digital di engagement ma allo stesso tempo dovremo essere attenti all’uso arrogante dei media partecipativi che rischiano di diventare, quando va bene, l’ennesimo flyer dentro la buchetta della timeline o, quando va peggio, un palcoscenico in cui misurare a colpi di follower la propria notorietà.

Per questo il Twitter Time che Mario Monti ha tenuto nella giornata di sabato 5 gennaio va osservato attentamente, perché si tratta di un gesto importante di potenziale apertura al confronto con i cittadini e nel suo svolgimento mostra i limiti di appropriazione di linguaggio e nella capacità di cura dei contenuti. Non mi soffermerei però sul video postato ribaltato e ad imbarazzante risoluzione – peraltro quasi immediatamente tolto – né sulle foto sfuocate di accompagnamento dell’evento, o su qualche ingenuità che un early adopter nota: questo lo considero il lato più umano della “salita” online, quello da cui puoi imparare a migliorare la tua presenza su un social network leggendo i commenti ironici o i consigli che vengono dati da follower e commentatori nei blog.

Quello che conta è più profondo, ha a che fare con il “senso” che la tattica su Twitter del @SenatoreMonti produce e sui significati simbolici che vediamo emergere dal suo “farsi” online. Basta leggere le posizioni critiche e gli status dei fan che hanno percorso il web per trovare il “precipitato” del senso che questo modo di abitare da politici la Rete genera e che richiede di essere osservato criticamente.

Il @SenatoreMonti ha aperto la prima campagna politica italiana veramente social e con il Twitter Time si è ha cominciato la disintermediazione con i cittadini.

È vero, Mario Monti ha scelto di utilizzare tatticamente Twitter e la manciata di tweet che dall’apertura del 23 dicembre alla prima settimana del 2013 hanno caratterizzato il suo account sono tra l’autopromozionale (in quale salotto televisivo o programma radiofonico sarò) e il funzionale alla ripresa dei media mainstream: un presidente del consiglio (uscente) che twitta è di per sé una notizia in questo contesto giornalistico “drogato” dall’hype per Twitter. Il Tweet delle 6.24 del pomeriggio del 28 dicembre, mezz’ora prima della sua dichiarazione della “salita” in campo, è un’occasione persa: “Pomeriggio di lavoro intenso. Conferenza stampa sala Nassirya al Senato ore 19.00”: è la solita informazione sulla sua presenza ad una conferenza stampa, avrebbe potuto anticipare ai suoi follower le sue intenzioni, anche accennandole: “lì farò un annuncio che ci coinvolgerà tutti”.

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Se i segnali sono questi allora quelli non sono follower ma audience e i tweet sono il laconico comunicato stampa che trova un mezzo oggi più adatto per farsi leggere. Il che va benissimo ma non possiamo parlare di disintermediazione. Invece una campagna politica in chiave social è anche questo, la capacità di disintermediare i rapporti ed entrare direttamente nella sfera pubblica connessa. Questo non vuol dire rispondere ad ogni follower che ti fa domande insensate o re-twittare ogni banalità da fan ma trovare il proprio tono di voce e stile politico online. Di esempi ce ne sono, anche in Italia. Invece è facile cadere nel luogo comune della celebrity che entra su un social network e lo usa secondo un senso mainstreamizzato che fa perdere le potenzialità di effettivo engagement.

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E anche il question time via Twitter così strutturato è uno straordinario strumento di coinvolgimento dei cittadini online ma anche una magnifica operazione di visibilità per i media e mantenere l’equilibrio giusto è difficile, si finisce per scegliere fra le poche domande a cui necessariamente si risponde quella del TG1 – peraltro quella tipologia di domanda era presenta anche in altre utenti – , privilegiando un operatore della intermediazione.

Sì ma ha aggiunto più di 37.000 follower in un’ora arrivando ad un totale di oltre 107.000.

È vero, secondo una logica mainstream ha aumentato la sua audience. Potenziale. Vale la pena ricordare però che i follower non sono voti né persone che ti leggono con costanza: semplicemente ti consentono di stare nella loro timeline. Sull’onda della notorietà di un utente, di un particolare #hashtag, di un tweet significativo molto retwittato ecc. molti possono aggiungerti nella propria timeline personale. Questo non è automaticamente un endorsement a tuo favore né una dichiarazione di voto. E le ricerche mostrano come nel tempo esista una fluttuazione dei follower che hanno anche imparato, nella maturità del mezzo, a disabbonarsi da te, ripulendo di tanto in tanto la propria timeline. Guarda Nichi Vendola e il calo quotidiano che ha avuto negli ultimi mesi.

Insomma: non è la quantità della tua audience ma la qualità della conversazione che sai produrre a definire la tua reputazione online. E un politico che “sale” in Rete può anche immaginare di pensare quel luogo come un modo diverso di confronto con i cittadini o come ambienti in cui informarli, come occasione di sviluppare logiche diverse di engagement, chiamarli ad agire, ecc. La via della conversazione è più impervia di quella del presenzialismo, ma credo non solo che ripaghi ma che sia il modo più naturale di abitare la Rete, sviluppando una tensione verso l’opengov che una politica matura, oggi, deve promuovere ad una cittadinanza matura.

Sì, appunto, fare un question time su Twitter è un modo di fare opengov e confrontarsi con i cittadini.

No, non è un’operazione di opengov è comunicazione elettorale che sfrutta il mezzo per un fine, quello dell’occupazione del territorio mediale. E quello offline attraverso quello online, Twitter che occupa TV e giornali. Operazione legittima sia chiaro, ma non pensiamolo come opengov se no abbasseremmo l’asticella della crescita dei diritti alla trasparenza e alla partecipazione civica di questo Paese troppo in basso. Invece abbiamo bisogno di alzarla.

[… continua …]

[Puoi continuare a leggere l’articolo su TechEconomy]

Solo Nichi.

Appuntamenti con gli elettori, presenze in televisione, critiche a Grillo, cenni al programma e ancora incontri su incontri qui e là.

Se leggete i profili Twitter dei candidati alle primarie del PD Laura Puppato (@LauraPuppato), Pierluigi Bersani (@PBersani), Matteo Renzi (@matteorenzi), Bruno tabacci (@TabacciPrimarie) trovate principalmente tweet su queste cose. Molto presenzialismo, quindi. E la realtà che scorre.

Solo Nichi Vendola (@NichiVendola) parla anche di quello che sta accadendo. Le violenze in Europa nate dalle manifestazione di protesta il 14 novembre.

O la situazione a Gaza.

Ora: io capisco che il canale Twitter venga vissuto nella politica come luogo di comunicazione istituzionale, di promozione della propria candidatura, di lapidarie e laconiche comunicazioni per incontrare poi, dal vivo, e-lettori… Ma così si perde l’efficacia, l’immediatezza e la potenza di una comunicazione diretta con chi ha deciso di “abbonarsi” non al tuo canale ma ad uno spazio vitale, un luogo di messa in connessione fatto di prossimità e vicinanza con il pensiero di chi fa politica. Non mi trattare da semplice elettore, lo fai già in televisione e nei manifesti che vedo per strada, comincia a pensarmi come follower. Solo così sarà un momento produttivo per tutti noi, anche per te.

Quando i politici fanno un fake dei cittadini

La Rete, lo sappiamo, è un luogo adatto per l’engagement dei cittadini. Attorno a pagine Facebook e profili di amministratori pubblici, così come a gruppi di discussione online e forum che nascono per discutere di temi radicati territorialmente, si sviluppa una messa in visibilità di issue ed opinioni, è possibile confrontare e scontrare posizioni, creare presupposti per un “fare concreto” della cosa pubblica. Non solo quella astratta e lontana, la politica nazionale, ma quella radicata nei luoghi in cui viviamo e che sa creare una interessante connessione fra territorio e coscienza civile. In questo senso la Rete è un luogo di elaborazione di un’opinione pubblica connessa in cui la cittadinanza culturale sperimenta una propria riflessività innanzitutto attraverso dinamiche conversazionali. Per questo la partecipazione degli amministratori pubblici alle conversazione diventa uno strumento essenziale sia in termini di marketing politico che di cultura della cittadinanza.

Ma la nostra esperienza è recente e le cattive pratiche possono insegnare più delle buone. Basta guardare nella vita online di tutti i giorni.

Capita così che dei cittadini di Cervia che abitano anche Facebook abbiano cominciato a notare che nelle discussioni sulla città c’erano profili che usavano lo stesso stile di scrittura e commettevano gli stessi errori grammaticali del Presidente del consiglio comunale. Si tratta di profili che ne tessevano le lodi e difendevano le scelte del comune, che ironizzavano sulle critiche e si alleavano nei commenti. La pressione della cittadinanza ha portato all’outing  del Presidente che avviene- e non poteva essere altrimenti – su Facebook:

Il rovello che arrovella un gruppo di persone avverse alla giunta, sulla identità di alcuni profili, facilmente riconducibili al sottoscritto per stile letterario, consonanza di opinioni e tifo sfegatato rispetto ad ogni mio commento, sarà presto sciolto, poiché ho deciso di licenziare tutti i miei trolls. Direi che mi sono divertito molto, a fare il faceto, in un mondo di persone serie. Tutti i miei numerosi cloni saranno posti in sonno. Perché è giunta l’ora del redde rationem. A buon intenditor, poche parole

Sì, perché il Presidente non sopportava i continui attacchi su Facebook nelle pagine e nei gruppi dedicati alla discussione con i cittadini, quei territori formali ed informali in cui le conversazioni crescono, pur nelle mille difficoltà del confronto. Così ha pensato di moltiplicare la sua presenza con profili falsi o di parenti per darsi ragione e difendersi o per attaccare gli altri, anche in modi un po’ sopra le righe, come spiega incalzato dal giornalista Alex Giuzio:

Mi sentivo in dovere di rispondere anche con altri profili, per giustificare il mio punto di vista. Tuttavia, io mi limitavo ad alimentare dialoghi tra il serio e il faceto, e mai lanciavo insulti, come invece fanno altri cervesi […]

Accanto a questi c’erano poi altri profili di ragazze (“signorine un po’ spogliate” le definisce la stampa locale riferendosi agli avatar del profilo) e altri personaggi aggressivi che lo appoggiavano: tutti spariti dopo la rilevazione pubblica dell’attività di fakers. Profili che lui non si attribuisce ma che rendono ancora più caotica la vicenda. Si scoprirà poi che anche altri politici locali usavano profili fake (alcuni dei quali attribuiti in prima battuta al Presidente del consiglio comunale).

Un vero e proprio rovesciamento di quanto siamo abituati a vedere ed immaginare: non sono i cittadini a costruire fake dei politici ma i politici a fare fake di cittadini. E un primo caso di fake di massa fatto da un consiglio comunale.

Si tratta di una storia esemplare che racconta di un rapporto ambiguo tra forme di errata consapevolezza e di pura inconsapevolezza dell’abitare la Rete.

C’è l’inconsapevolezza tra privacy online ed esposizione pubblica che porta a legittimare – e ad usare come legittima motivazione – l’uso del profilo di un altro: «Magari può essere occasionalmente capitato che mio figlio sia andato su Facebook poi si sia messo a giocare con la Playstation e io abbia usato il suo profilo mentre lui era lì accanto a me». Come dire: “cosa c’è di male se uso il profilo di mio figlio?”. È un comportamento diffuso tra gli adolescenti che permettono agli amici di usare il proprio account ma è anche uno dei principali rischi segnalati agli adolescenti: quando usi Facebook dal computer di un tuo amico ricordati di sloggarti perché se no lui potrebbe entrare e guardare la tua vita (ad esempio le chat) e scrivere cose al posto tuo offendendo altri o mettendoti nei guai. Ecco, un politico che usa la voce di suo figlio online usandone il profilo per difendere il proprio operato mi sembra che abbia molto a che fare con la violazione della privacy e l’appropriazione dell’identità, con un comportamento che non può essere scambiato per una modalità simpatica ed  umoristica. Anche se il sospetto sia che semplicemente il Presidente guardasse cosa si diceva su Facebook dal profilo già aperto senza rendersi conto che avrebbe poi commentato con “la faccia” di qualcun altro (il figlio o la propria impresa commerciale). Un range di inconsapevolezza che va dalla scarsa competenza con il mezzo alla leggerezza nell’uso dello stesso che non può permettersi chi utilizza Facebook da figura pubblica.

C’è poi la consapevolezza dell’essere un troll, anzi molti. Di usare l’accesso ad una molteplicità di profili per irritare ed esacerbare gli animi. Ma poi si finisce per dire che si trattava di un gioco, di facezie. Invece, anche lasciando da parte per un attimo l’uso di profili falsi o non immediatamente riconducibili ad un’identità, si tratta di un comportamento comunicativo preciso teso a provocare e costruire polemiche. Ammettere di essere un troll è qualcosa di profondamente distante da quanto una figura pubblica dovrebbe fare per contribuire a costruire un’arena comunicativa con la cittadinanza.

Ma si tratta di una storia esemplare anche perché racconta gli stessi rischi in cui cade il professionista che non sa gestire tutta la trasparenza ed esposizione pubblica che chi sta online deve imparare a trattare. Come quelli che commentano positivamente il proprio servizio su TripAdvisor decantando lodi ed aggiungendo stelline da profili falsi o che comprano followers falsi per Twitter o che si annidano nei commenti della pagina Facebook della propria impresa litigando con i clienti fingendosi altri clienti. Ma questa è una storia che vi racconto magari una prossima volta.

[la versione completa su TechEconomy]

WarcraftGate: il gioco della politica

“Mi piace un sacco pugnalare alle spalle…” Voi votereste per una persona che dice cose come queste in pubblico? È qualcuno a cui affidereste un pubblico incarico?

Questa è la tesi che i repubblicani del Maine portano contro la candidata democratica Colleen Lachowicz in una campagna per il Senato che si sta svolgendo nello Stato del New England, negli Stati Uniti.

Le cose però si fanno un po’ più complicate se pensiamo che frasi come quella che avete letto vengono scritte dalla Lachowicz riferendosi ad un’attività che svolge nel suo tempo libero: giocare a World of Warcraft. E che chi sta parlando è, di fatto, il suo avatar: una orchessa assassina di nome Santiaga, livello 85, colore verde e una cresta punk. Santiaga/Colleen scriveva un po’ di livelli fa:

So I’m a level 68 orc rogue girl. That means I stab things…a lot… Who would have thought that a peace-lovin’, social worker and democrat would enjoy that?!

Ed è appunto su questa sua “doppia” vita che i repubblicani hanno costruito una campagna denigratoria, realizzando il sito “Colleen’s World” che ricostruisce l’atteggiamento in world della Lachowitz. È qui che viene suggerita l’inadeguatezza della candidata a diventare un amministratore pubblico, attraverso un’analisi etnografica costituita dalle affermazioni che la giocatrice/orco rilascia online nel diario della Gilda a cui appartiene, Kos, o durante le partite. Immagino esista una gola profonda tra i Troll o gli Elfi del sangue con cui si è alleata.

Per raggiungere gli elettori meno avvezzi alla navigazione web i Repubblicani hanno distribuito anche volantini che mostrano i volti della Colleen “reale” e di quella orco, farcendoli con le citazioni delle frasi più crude usate durante il gioco e di quelle in cui mostra la sua passione per essere una orchessa sanguinaria.

In effetti chi avrebbe mai detto che un’assistente sociale democratica tutta peace&love avrebbe amato essere un’orchessa guerriera? O che amassero farlo i milioni di altri giocatori che indossano i panni di elfi o umani o non morti o gnomi o nani…. Oppure che amassero passare tempo online i 183 milioni di americani, giovani e adulti (49% tra i 18 e i 49 anni), come ricorda la Colleen nella sua risposta pubblica agli attacchi: “Cosa accadrà poi? Sarò ostracizzata perché gioco a Angry Birds o a Words with Friends?”.

Chi è più al di fuori della realtà qui: la Colleen che ha come hobby il gioco online o i Repubblicani che ritengono questa sua passione una inevitabile “uscita dal mondo”, una irresponsabile via di fuga? C’è una profonda inadeguatezza a ricoprire incarichi pubblici da parte di chi spende il suo tempo in una fantasia a rischio di dipendenza (come avrà fatto a raggiungere in poco tempo quel livello di gioco?) oppure la sua capacità di crescere velocemente di livello e di diventare un riferimento per la sua Gilda mostra la sua abilità organizzativa e di lavorare in gruppo per raggiungere un obiettivo?

Alcune affermazioni da giocatrice della Colleen in cui traspare come trascuri il lavoro e spenda molto tempo online o qualche pensiero sopra le righe che associa le sue antipatie politiche ad avvelenamenti e altre nefandezze non aiuta di certo la difesa. Ma il punto non è questo.

Quello che è certo è che ancora oggi chi videogioca viene visto con sospetto e sanzionato socialmente, specialmente se adulto. Solo così possiamo capire come sia possibile costruire la strategia della campagna politica dei Repubblicani per il Senato, su un sito di denuncia e sulla distribuzione di volantini con l’immagine doppia della Colleen/orchessa.

Come scrive Louis Peitzman siamo di fronte ad un caso di “nerd-shaming” per cui chi ha competenza per i giochi massivi online capisce come le affermazioni e le azioni della Lachowicz non rappresentino nulla di straordinario e che non siano il presupposto di una sordida doppia vita. Per una prospettiva esterna, per chi non ha familiarità con grammatiche e linguaggi di gioco, invece le sue affermazioni pesano come macigni, come se il contesto in cui sono state fatte, da orchessa in WoW, non contasse, come se non ci trovassimo di fronte ad una “ruolata” ma ai pensieri più intimi di un candidato politico. D’altra parte, come spiega la ricercatrice Ladan Cockshut, molte persone che hanno ruoli di responsabilità riconosciuti socialmente (medici, insegnanti, ecc.) rivelano con ritrosia il fatto di essere videogiocatori e scelgono accuratamente gli interlocutori, spesso accompagnando la spiegazione con scuse ed imbarazzo.

Siamo di fronte, di fatto, ad un pregiudizio sociale e casi come quello di Colleen Lachowicz hanno il merito di trasformare in dibattito pubblico un ambito di realtà diffusa e che caratterizza le vite di molte persone oggi, tra possibilità di intrattenimento e nuove dipendenze, tra nuove sperimentazioni educative e rimozione sociale.

[comparso in TechEconomy]

Cercasi volontari digitali

Oggi comincia la discesa nel campo della Rete del PDL. O meglio: parte una campagna di comunicazione per posizionare il PDL online attraverso sia la ristrutturazione del portale che altre attività di formazione manageriale-digitale.

Un po’ ce lo aspettavamo, vista l’azione di formattazione del PDL dal basso e l’attesa di un coinvolgimento crescente dei giovani usando come trojan il web.

Provate adesso ad unire i puntini…

UPDATE

Un piccolo approfondimento dal responsabile della creazione del nuovo sito:

Stop Online Piracy Act: una questione di potere

Con il passaggio alla modernità mutano i modi di produzione e la messa in circolazione delle forme simboliche nella società.

L’avvento della società moderna produce un cambiamento dell’organizzazione sociale del potere simbolico dovuto ad un intrecciarsi evolutivo delle forme di diffusione che la comunicazione assume con la stampa associato alle dinamiche di secolarizzazione della società (leggete ad esempio il straordinario lavoro di Elizabeth Eisenstein). A metà del XV secolo ci troviamo di fronte ad una frammentazione dell’autorità religiosa e al declino della sua influenza sul potere politico; ad un graduale diffondersi di sistemi di conoscenza e apprendimento di contenuto secolare; ed al passaggio dalla scrittura alla stampa che comporta la nascita dell’industria dei media come base del potere simbolico: è un momento caratterizzato dal sorgere dell’industria editoriale che comporterà la nascita di nuovi centri e nuove reti di potere simbolico fondate sulla produzione di merci – i libri/testi. Le forme di produzione, diffusione e consumo di simbolico sono così presidiate da una mediatizzazione della cultura.

Quello che possiamo chiederci è se oggi, a fronte di fenomeni emergenti di mediatizzazione della cultura che hanno a che fare con le culture di rete,  con la realtà degli user generated content e degli user distributed content, con le prospettive teorico-pratiche del citizen journalism e dell’editoria online, eccetera, ci troviamo di fronte ad un cambiamento delle condizioni di possibilità di produzione, distribuzione e consumo del potere simbolico. Possiamo cioè domandarci: se il soggetto collettivo di riferimento della nascita della comunicazione diffusiva è “la massa”, declinata in tipologie quali i pubblici, i cittadini e i consumatori, oggi dietro la punta dell’iceberg di alcune pratiche di produzione, di diffusione e di consumo troviamo un nuovo soggetto collettivo? E la mediatizzazione della cultura, portata alle sue estreme conseguenze dal ‘900, quali effetti ha prodotto rispetto alle dinamiche individuali e collettive di produzione, distribuzione e consumo del simbolico? Quali mutamenti stanno avvenendo in relazione alle reti di comunicazioni pre-esistenti e alle relazioni di potere prestabilite?

Ecco, a queste domande sto cercando di rispondere in questi ultimi mesi, perché solo così, mi sembra, possiamo dare senso a quella mutazione in atto che ci coinvolge e che spesso ci capita di osservare attraverso blog e siti di social network; solo così possiamo costruire una semantica che dia senso al fare collettivo senza ricorrere a figure come “il popolo della Rete”; solo così possiamo collocarci al di là della tecno-apocalissi e del tecno-utopismo (due facce della stessa medaglia); solo così possiamo alzare lo sguardo da una micro visione che sembra farci parlare solo del singolo fenomeno su Twitter o Facebook.

Ho spesso infatti la sensazione che arranchiamo cercando di interpretare il presente attraverso strumenti concettuali e categorie che sono il prodotto storicamente determinato della nostra modernità. Usati oggi tendono a farci guardare attraverso la loro lente impedendoci di vedere altrove e in altro modo. Oppure vengono maneggiati come armi di resistenza per un cambiamento che non siamo capaci di raccontare.Prendete la vicenda SOPA e provate a rileggerla chiedendovi quale semantica usiamo quando parliamo di “copyright” o di “autore”, di “anonimato” o di “privacy” o chiedetevi cosa vuol dire “prodotto” o “contenuto”.  E se è possibile usare le stesse categorie interpretative in cui queste parole hanno avuto origine per descrivere la realtà che ci circonda e le forme che descriviamo attraverso di esse.

Per questo seguo con attenzione chi, invece, produce “dal basso” una narrazione sul fenomeno vivo, nella sua emergenza, immerso forse fin troppo nel presente e nel mutamento ma capace di produrre la materia viva. Questo è un lato del lavoro. L’altro sta nell’astrazione e nella capacità di generalizzazione: sono questi gli strumenti che ci permetteranno di capire la direzione che abbiamo preso una volta scesi dagli alberi della savana.

#formattiamoilPdl … dal basso

  1. @alebiafora mi dato una bella idea: #formattiamoilpdl

    Wed, Jan 04 2012 11:33:42
  2. Il decalogo del nuovo Pdl. Chi da suggerimenti? #formattiamoilpdl

    Wed, Jan 04 2012 11:34:46
  3. E’ di Andrea di Sorte, Coordinatore nazionale Club della Libertà, il Tweet che propone (su suggerimento) l’uso dell’#hashtag #formattiamoilPDL per aggregare idee di svecchiamento “dal basso” del partito o, se volete, di riappropriazione della propria identità a partire dalla partecipazione.
    L’esperienza sviluppatasi anche in Italia delle possibilità di partecipazione attraverso la Rete e in particolare ai social network sta trasformando, lentamente, le dinamiche di comunicazione interna all’elettorato dei partiti in chiave di trasparenza e discussione sulla scena pubblica. Certo, è un punto di tensione e non una realtà consolidata, ma pensiamo a come questa forma emersa da parte di un partito che per tradizione comunicativa e di elettorato sembrava più lontano dall’engagement via web rappresenta un indicatore della trasformazione in atto. D’altra parte il recupero in termini partecipativi online dei Repubblicani sui Democratici in America mostra come si stia creando un contesto diverso per gli appuntamenti elettorali del futuro e per lo sviluppo della forma partito.
  4. Ovviamente tra i tweet e i retweet che si sono generati troviamo entusiasmo ideologico rispetto al netpower:
  5. La rete ha dato inizio alla rivoluzione dei Paesi Nordafricani!
    Ora diamo inizio alla rivoluzione(evoluzione)dei partiti!
    #formattiamoilpdl

    Thu, Jan 05 2012 10:55:29
  6. #formattiamoilpdl chi non usa Twitter non può fare dirigente nazionale. Chi non ha nemmeno Fb incandidabile

    Wed, Jan 04 2012 12:13:36
  7. ma anche una consapevolezza della necessità di un cambio di passo per quanto riguarda la comunicazione del partito e la presenza in Rete:
  8. #formattiamoilpdl gestione accurata del web, per evitare un massacro mediatico sui social.

    Thu, Jan 05 2012 12:41:46
  9. #formattiamoilpdl partito 2.0 massima trasparenza, massima interazione. Cambio di passo verso la rete

    Wed, Jan 04 2012 11:53:20
  10. #formattiamoilpdl più incontri anche attraverso sistemi tecnologici con la base. Per rispondere alla gente basta una chat

    Wed, Jan 04 2012 12:17:54
  11. Lo spazio su Twitter mette in luce anche il dissenso su atteggiamenti del partito che non possono più rappresentare il modo di fare politica:
  12. #formattiamoilpdl coordinatori di partito solo compiti su programmi e rappresentanza. Stop ingerenze su candidature

    Wed, Jan 04 2012 11:43:30
  13. #formattiamoilpdl dopo due mandati da ministro non puoi rifarlo. Basta la Prestigiacomo che da 20 che fa il ministro. E manco twitta!!!

    Wed, Jan 04 2012 11:45:05
  14. @andreadisorte congressi veri e primarie per un partito fatto dalla base e non dall’alto #formattiamoilpdl

    Wed, Jan 04 2012 12:04:35
  15. #formattiamoilpdl introduciamo codice etico, questa è la nostra battaglia generazionale dalla quale non possiamo prescindere.

    Wed, Jan 04 2012 11:52:48
  16. anche on chiave più ironica (o di auto-analisi):
  17. #formattiamoilpdl Candidati scelti in base al curriculum e non in base alle misure, in base alla preparazione tecnica e non al saldo del c/c

    Thu, Jan 05 2012 12:41:46
  18. #formattiamoilpdl per di basta ai casi come @nicoleminetti

    Thu, Jan 05 2012 12:41:46
  19. RT @emanuelebottini: #formattiamoilpdl @angealfa e B si circondino di giovani e capaci. Solo così si ricostruirà @ilpdl, non con 1200000 tessere fotocopia..

    Thu, Jan 05 2012 06:24:40
  20. Meno pailettes ma scarpe e facce nuove. Lobbying politico su issue identitarie e confronto con interlocutori diversi #formattiamoilpdl

    Thu, Jan 05 2012 06:33:42
  21. Una sintesi delle proposte (in 140 caratteri) per la formattazione:
  22. #formattiamoilPdl SI primarie candidato premier,NO doppi incarichi istituz,SI congressi,NO movimento giovanile “ingessato”,SI formazione..

    Thu, Jan 05 2012 12:41:46
  23. In definitiva mi sembra che l’esperienza che sta emergendo da #formattiamoilPDL contenga la doppia tensione tra esigenza di cambiamento dal basso promossa da una componente più giovane del partito e la necessità di presidiare la Rete come luogo di partecipazione. Il vero punto di interesse è però rappresentato, secondo me, dal fatto che la forma che #formattiamo ilPDL assume è speculare a quella di #occupyPD, come chiarisce bene questo tweet:
  24. #occupypd e #formattiamoilpdl Il cambiamento stavolta nasce da qui

    Thu, Jan 05 2012 12:41:46
  25. e anche il post di Civati.
  26. Si tratta di una tensione bipartisan al mutamento che ha a che fare con il senso e la forma che si richiede alla politica oggi.