La didattica e il digitale fuori dallo stato di eccezione

Man mano che finiamo le lezioni universitarie, ci si avvicina agli esami di Stato ed entriamo nella fase di esperienze post-lockdown e cominciamo a pensare al prossimo anno scolastico e accademico, aumentano articoli e appelli in cui ci viene spiegato come occorra salvare l’istruzione dal digitale.

L’appello di 16 intellettuali, guidati da Massimo Cacciari, è sintetizzabile nelle parole del primo firmatario: “Vogliono sostituire la scuola tradizionale con la didattica a distanza, l’aula con un tablet.”Ferdinando Boero sul Secolo XIX scrive: “Una parte della didattica, quindi, può essere telematica. Ma un computer non può sostituire le interazioni tra umani.”
Sono parole che hanno una valenza politica, alludono al timore, peraltro condiviso da molti docenti, di essere sostituiti dalle macchine (sic!) e di vedere snaturate le dinamiche di apprendimento conosciute. Indicano il rischio dell’invasione della tecnocrazia nell’ambito della scuola e delle università.


Hanno però il sapore di un linguaggio stanco, figlio del pre-giudizio sul digitale e (forse) delle esperienze personali, con le difficoltà che fare lezioni attraverso l’online comporta. Un linguaggio sfiancato dall’esperienza concreta e da quello che invece l’esperienza di lockdown ci ha mostrato.Innanzitutto che le interazioni umane le possiamo gestire tramite la mediazione tecnologica e che questa mediazione per alcuni è l’unica forma possibile quando si presentano alcuni vincoli. Gli studenti part-time o gli iscritti che non potevano frequentare per lavoro ci hanno ringraziato molte volte per aver visto la loro esperienza universitaria cambiare completamente da un giorno all’altro.Abbiamo imparato anche a guardare il digitale

Abbiamo scoperto in questi mesi le difficoltà e le inadeguatezze di scuola e università ad affrontare online la realtà dell’insegnamento, dei laboratori, dei tirocini e degli esami. Difficoltà tecnologiche, cognitive, di connessione, emotive, pedagogiche… Ma si trattava di uno stato di eccezione, di una repentina fuga nel digitale per gestire l’impossibilità di riempire gli spazi con la vicinanza fisica. E di questa eccezionalità ha mostrato tutti i limiti. Soprattutto quello di un’atteggiamento mentale che ha fatto spesso concentrare molti (docenti, studenti, Presidi, Rettori, ecc.) sulla gestione quotidiana nel digitale per poi tornare alla “normalità”, intesa come qualcosa senza il digitale. Non utilizzando quindi quello che avveniva come lente per mettere a fuoco tutte le problematiche e le criticità che fare didattica ha. Perché la gestione online ha mostrato tutti i limiti dell’aula tradizione offline e delle modalità di un insegnamento frontale, quello “normale”.

Ora dobbiamo affrontare quello che ci attende, facendo esperienza di quanto abbiamo sperimentato e usandolo come occasione riflessiva. La sfida fisica che ci aspetta è quello di conciliare apprendimento di massa e distanziamento; quella mentale è di fare uscire il digitale dallo stato di eccezione e capire come possa aiutarci nella sfida fisica. E come possa spingerci a ripensare le dinamiche dell’apprendimento fuori dallo stato di accezione ma senza cadere nella tentazione della nostalgia per la restaurazione di quello che era prima. Perché era una normalità già inadeguata e stanca.

3 pensieri riguardo “La didattica e il digitale fuori dallo stato di eccezione

  1. Concordo perfettamente. La sfida è quella di far tesoro di questa esperienza. Qualcosa la butteremo perché ne abbiamo sperimentato l’inefficacia (specialmente il tentativo di riprodurre a distanza esattamente quello che facciamo in presenza… della cui inutilità mi sono resa conto quasi subito), ma non dobbiamo buttare via tutto, il digitale va salvato come “altro” rispetto alla quotidianità cui eravamo abituati e di cui forse abbiamo scoperto tutti i limiti.

  2. E’ vero che quanto è accaduto ci ha fatto capire bene i limiti del digitale. E questa la ritengo una buona cosa. Così pure ci ha impegnati nel capire cosa non va della didattica se la “stressiamo” sotto le possibilità e i vincoli che il digitale ha presentato: cosa significa coinvolgimento, compito, come si misura il sapere… tutte cose che sappiamo essere un problema ma che mai, come in questi giorni, sono sembrati così lucidamente dei problemi.

  3. Già, l’appello di Cacciari. Non credo sarebbe ozioso un esame attento, lessicalmente e semioticamente, di quell’appello. Per tutto ciò che di detto e di non detto contiene. Ma limitiamoci all’essenziale.

    A parte il fatto che sappiamo fin troppo bene che chi chiede “un complessivo e articolato processo di riforma, frutto di una preventiva e meditata elaborazione teorica” lascia intendere di non voler cambiare proprio nulla. Se non tra qualche secolo, forse.
    A parte che di “preventive e meditate elaborazioni” per aggiornare la didattica al 21° secolo ne sono state prodotte a sufficienza negli ultimi decenni e sarebbe giusto ora di cominciare ad applicarne almeno qualcuna.
    A parte che dal mio punto di vista uno che usa “competitors” al posto dell’equivalente, equipollente, “concorrenti” toglie credibilità a tutto il resto del suo discorso.
    A parte che Cacciari non sa o finge di non sapere che i competitors europei che lui ammira per aver già riaperto le scuole hanno, chi più chi meno, abbandonato da tempo la “tradizione che dura da più di due millenni e mezzo” proprio per integrarla (non rimpiazzarla) con computer e tablet.
    A parte che “il meccanico apprendimento di nozioni” non è certo frutto o conseguenza della didattica a distanza ma ha costituito – purtroppo – tanta parte di quella millenaria tradizione.

    A parte tutto ciò, io penso che grazie al lockdown la scuola abbia scoperto non solo il digitale (finora limitato solo alla lavagna elettronica di fianco a quella di ardesia) ma anche tanti modi diversi di fare scuola. Migliaia di insegnanti sono stati costretti a uscire da logiche e pratiche sclerotizzate perché ripetute da anni sempre uguali. Maestre della scuola primaria, con poche ore di connessione a disposizione, hanno scoperto la flipped classroom. E hanno scoperto che funziona e coinvolge anche di più gli alunni.

    Ora, la socialità dei corpi fisici non è – almeno per il momento – sostituibile. Nemmeno col più realistico e immersivo programma di realtà virtuale.

    Ma tornare a scuola, quando sarà, considerando sia il digitale sia quegli altri modi di insegnare alla stregua di gruppi elettrogeni, da accendere solo in caso di blackout, solo nel caso in cui vada via la luce della scuola della “tradizione che dura da più di due millenni e mezzo”, sarebbe molto più che un peccato. Sarebbe un delitto.

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